ISRAELE -

La lotta di supremazia per conquistare “i cuori e le menti” della nuova generazione di attentatori passa per una nuova ondata di attentati clamorosi. A farne le spese, il popolo israeliano

Gerusalemme_attentato

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di Luciano Tirinnanzi

@luciotirinnanzi

 

Secondo il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, “tutti i segnali” portano a ritenere che l’uomo che ha ucciso quattro soldati a Gerusalemme lanciandosi con un camion contro un gruppo di militari nel quartiere di Armon Hanatziv, fosse un “sostenitore dello Stato Islamico”.

 

Per parte sua Hamas, l’organizzazione terroristica che dal 2006 controlla la Striscia di Gaza, ha elogiato l’attentatore affermando, attraverso il suo portavoce Abdul-Latif Qanou, che
si è trattato di un “atto eroico”, e ha incitato tutti i palestinesi a “intensificare la resistenza”. Tecnicamente, quella di Hamas non è una rivendicazione, ma una mossa pensata per far sentire la propria voce in un momento in cui l’attenzione nel conflitto mediorientale anche a queste latitudini è concentrata soprattutto sulle “imprese” del Califfato e sulla sua primazia nelle azioni terroristiche.

 

Di certo, sono stati resi noti il nome e l’origine dell’autore della carneficina, freddato poco dopo il fatto: si tratta del 28enne Fadi Qunbar, palestinese proveniente dal distretto di Jabel Mukaber, nella zona est di Gerusalemme, non lontano da dove è avvenuto il fatto. Qunbar avrebbe colpito dopo essere stato rilasciato dalle prigioni israeliane, secondo fonti di Hamas.

 

GERUSALEMME_ATTENTATO

 

La presenza crescente dello Stato Islamico

In ogni caso, non è soltanto lo stile dell’attentato a portare gli inquirenti verso la pista dello Stato Islamico e lo stesso Netanyahu a dichiarare che ci potrebbe essere sicuramente una connessione “dalla Francia a Berlino e ora Gerusalemme”. C’è anche il fatto che negli ultimi anni si registra una crescente ed esponenziale presenza di affiliati e simpatizzanti del Califfato nella Striscia di Gaza, il che contribuisce non poco a ritenere credibile la fonte della minaccia.

 

Ma la conferma implicita della paternità dell’attentato arriva proprio dalle parole sibilline di Hamas: da quando Israele si è ritirato dalla Striscia nel 2005, i terroristi hanno condotto innumerevoli operazioni per danneggiare Israele e lanciato più di 11mila razzi sullo Stato ebraico. Con l’Operazione Protective Edge dell’estate 2014 – una durissima campagna militare da parte delle Forze di Difesa Israeliane volta a fermare il lancio di missili e, più in generale, le attività terroristiche dei militanti palestinesi -, però, la loro forza si è decisamente ridimensionata, al punto che lo Stato Islamico ha avuto gioco facile nel riempire quel vuoto e far presa sui più giovani e agguerriti supporter di Hamas.

 

 

Fonti locali confermano che da tempo a Gaza e dintorni hanno fatto la propria comparsa bandiere e slogan inneggianti allo Stato Islamico, e molti palestinesi criticano ormai apertamente Hamas accusandola di essere troppo “debole e inattiva” nel portare avanti il Jihad, mentre lo Stato Islamico – che è ben presente nella Striscia di Gaza – quasi ogni giorno tenta incursioni militari nel Sinai egiziano, ottenendo anche discreti risultati dal loro punto di vista. È, peraltro, di oggi la notizia di un altro attacco condotto contro soldati egiziani, dove l’aggressore ha utilizzato un camion della spazzatura pieno di esplosivo schiantandosi contro un check point nel nord della penisola e uccidendo 9 soldati del Cairo.

 

La debolezza di Hamas

Dunque, se da un lato Hamas si sta certamente preparando a nuove azioni – l’intelligence israeliana ha verificato che stanno scavando nuovi tunnel al confine e i droni hanno rilevato attività di addestramento militare in corso, propedeutiche a prossime offensive in territorio israeliano – da qualche tempo all’interno dell’organizzazione si è radicato il malumore per una politica giudicata inefficace e fallimentare, che non ha prodotto risultati apprezzabili per danneggiare davvero Israele.

 

In tal senso, anche le parole del portavoce delle Brigate Al Qassam, l’ala militare di Hamas, riferite all’attentatore, suonano piuttosto indicative: oltre a sottolineare che l’autista del camion era genericamente un “mujaheddin, combattente del Jihad”, i militanti affermano come “le continue operazioni in Cisgiordania e a Gerusalemme est provano che l’Intifada di Gerusalemme non è un evento isolato, ma piuttosto una decisione del popolo palestinese di ribellarsi finché non otterrà la sua libertà e liberazione dall’occupazione israeliana”.

 Hamas_Gaza(Gaza, 8 dicembre 2016: parata militare per il 29° anniversario della fondazione di Hamas)

 

Il che suona palesemente come un segno di debolezza, dove si tenta di far rientrare nel progetto anti-israeliano di Hamas l’opera di un individuo che, invece, molto probabilmente ha agito secondo altre meccaniche, spinto più dalla folle ma molto potente logica della suggestione per le azioni compiute in precedenza dallo Stato Islamico, che non per ordine di un’organizzazione militare in declino.

 

Un fenomeno che non si riduce

Questo, tuttavia, non deve far abbassare la guardia dal sentimento anti-israeliano che cova sotto la cenere, pronto a rialzarsi alla prima buona occasione. Era solo lo scorso novembre quando una catena d’incendi favoriti dalla siccità è scoppiata nel nord d’Israele, provocando atti di vandalismo e il proliferare d’incendi dolosi da parte di alcuni palestinesi, che hanno persino tentato di dar fuoco alla caserma dei pompieri di Haifa, per impedire loro di spegnere il fuoco. E, ancora prima, in estate, la cosiddetta “Intifada dei coltelli” ha portato a un numero spaventoso di accoltellamenti e tentati omicidi da parte di uomini e donne palestinesi contro soldati e civili israeliani, che ancora oggi non conosce sosta.

 

Di certo, si è ormai attivato un meccanismo che oppone i sostenitori di Hamas a quelli dello Stato Islamico, tale per cui la supremazia per conquistare “i cuori e le menti” della nuova generazione di attentatori passa per una nuova ondata di attacchi clamorosi, volti a dimostrare la propria forza e la rispettiva presenza sul territorio. A farne le spese, il popolo israeliano.

 

Perché, in definitiva, quale che sia il mezzo, a queste coordinate geografiche il fine è sempre lo stesso: far scorrere il sangue della popolazione israeliana, considerata la responsabile di tutti i mali del Medio Oriente. Il resto, la rivendicazione degli attentati così come l’origine politica o l’identità degli autori, sfumano insieme alla possibilità di raggiungere una pace o, quantomeno, una convivenza durevole. Tutto questo, in attesa che Donald Trump trasferisca l’ambasciata americana proprio a Gerusalemme.