ITALIA -

I grandi della storia hanno sempre voluto mettere alla prova la loro arguzia e le loro intuizioni, sfidare i dadi e vincere i propri avversari.

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Gli imperatori dell’antica Roma ne sono esempio lampante. Il grande condottiero e stratega Giulio Cesare (100-44 a.C.) amava talmente tanto giocare, al punto da prender parte ai giochi pubblici che si tenevano durante i Saturnalia. Non a caso, proprio legata al gioco è la più celebre delle sue frasi, uno dei motti latini più conosciuti di sempre: “Alea iacta est” vale a dire “il dado è tratto”. Il suo successore Augusto (63 a.C.-14 d.C.) non sarà da meno, anche lui amava moltissimo i dadi, organizzava lotterie per intrattenere gli ospiti dei suoi banchetti e si dilettava spesso giocando a una sorta di antenato del backgammon. L’imperatore Claudio (10 a.C.-54 d.C.) era così preso dal gioco dei dadi da portarli con sé in ogni momento. Caligola (12-41 d.C.) si aggiunge agli amanti dei dadi, ma non solo. Egli seguiva moltissimo anche le corse dei carri e decise di trasformare il palazzo imperiale in un casinò ante-litteram per raccogliere fondi per l’erario. Nerone (37-68 d.C.), rimasto alla storia per i suoi eccessi e le sue stranezze, era molto preso da ogni tipo di gioco e pure lui si fece promotore del gioco nei palazzi imperiali.

Anche nel medioevo gli uomini di potere cercavano il brivido adrenalinico del gioco. Uno su tutti il re spagnolo di Castiglia e Leon, Alfonso X (1221-1284), il quale scrisse addirittura il “Libro dei giochi” quella che possiamo considerare la prima guida sul gioco del mondo occidentale. Nuovi giochi avevano preso campo in quegli anni, in particolare i giochi da tavolo, uno su tutti gli scacchi.
Anche la grandissima Matilde di Canossa si diede alla promozione del gioco in alcuni piccoli centri urbani per sostenere le spese di accoglienza dei viandanti che venivano ospitati gratuitamente nei borghi toscani.
Il gioco si diffuse poi tantissimo nelle corti rinascimentali italiane. Il pensiero in questo caso va proprio al politico per eccellenza, al principe Lorenzo de’ Medici (1449-1492) grandissimo statista della Repubblica Fiorentina. I giochi di carte erano già entrati da tempo nella cultura europea, ma lui ne era al punto appassionato da crearne alcuni lui stesso. Non conosceva rivali, la sua abilità al tavolo da gioco era unica. Dedicò al gioco persino versi poetici, nominando nei suoi componimenti giochi come il frusso e la bassetta.

 

Lorenzo_de'_Medici-ritratto(Lorenzo de’ Medici)

Nel rinascimento il gioco si diffuse moltissimo anche in Francia e restò per secoli una delle attività predilette dai nobili del tempo. Le regge francesi pullulavano di giocatori provetti. Dopo la Rivoluzione Francese le cose non cambiarono poi di molto, basti pensare a Napoleone Bonaparte. I rari momenti di svago che Napoleone si concedeva erano anch’essi occasione per mettere alla prova le sue fini abilità strategiche. Apprezzava così tanto il gioco, da impegnarsi in prima persona per promuoverlo.
Non sarà da meno suo nipote, Charles Lucien Bonaparte, noto anche come il “Principe Canino”. Charles Bonaparte nel 1805 fece tappa al casinò di Homburg, in Germania. Leggenda vuole che lì in meno di una settimana vinse al gioco 650.000 franchi, ovvero che prosciugò l’intera disponibilità delle riserve del casinò. Non tornò più in quel casinò, ma si recò a Parigi dallo zio appena insignito del titolo di Imperatore, zio che conferì lui il titolo di principe.
Dall’altra parte dell’oceano le cose non andavano diversamente. Il generale e presidente George Washington (1732-1799) era un assiduo giocatore, estremamente pacato e molto metodico. Il suo approccio al gioco era così certosino che segnava su un taccuino in dettaglio tutte le sue vittorie e le sue sconfitte al tavolo verde. Anche il presidente Thomas Jefferson amava il gioco e si racconta che giocasse sovente nel periodo in cui stese la Dichiarazione di Indipendenza. In quei giorni concitati e di grande importanza per le sorte dell’America, Jefferson non dimenticava di annotare i risultati delle sue partite a carte.
Avvicinandoci all’oggi, non possiamo non nominare Winston Churchill (1874-1965). Il primo ministro della Gran Bretagna è un’icona dello spirito inglese durante la Seconda Guerra Mondiale. Era convinto che bisognasse rischiare, tanto al casinò che nella guerra. Churchill giocava assiduamente a poker, mah jong, pinnacolo e bezique. Si narra che perse un’ingente somma di denaro giocando contro il presidente americano Harry Truman. Pare che in tale occasione il presidente americano diede lui del “pollo” e invitò gli altri giocatori a non spennarlo troppo.
Truman era giocatore molto esperto. Nell’agosto del ’45 Truman passò intere giornate a bordo dell’incrociatore Augusta giocando a poker con i giornalisti. Erano i giorni che precedevano di poco i bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki. Uno dei giornalisti che stavano sfidando Truman venne rimproverato dal segretario di Stato: “Perché non lasciate il presidente un po’ da solo? Fategli fare qualcos’altro oltre a giocare a poker”. Pare che il giornalista rispose: “Lasciarlo in pace? Ha cominciato lui”. Si dice anche che il presidente americano avesse elaborato una sua variante del poker chiamata Vinson, così nominata in onore del suo segretario al Tesoro Frederick Vinson. Nessuno ha mai capito in cosa consistesse la sua strategia, di certo c’era solo che, ogni volta che Truman era di mazzo, il vincitore era lui.