GIORDANIA -

L’ultimo attentato compiuto da ISIS a Karak spinge Re Abdallah II a ordinare cambi ai vertici delle forze di sicurezza e dell’intelligence. Basterà per impedire il radicamento del Califfato nel Paese?

Re Abdullah II Giordania

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di Manuel Godano

 

L’attentato dello scorso 18 dicembre a Karak rivendicato dallo Stato Islamico ha lasciato un segno profondo in Giordania facendo emergere gli enormi rischi a cui il vicino conflitto siro-iracheno sottopone la monarchia retta da Abdullah II. I tredici morti, tra cui un turista canadese, e i quattro agenti giordani uccisi nei giorni seguenti all’attacco in scontri a fuoco tra la polizia e un gruppo di fiancheggiatori degli attentatori, sono solo gli ultimi segnali di uno stato di tensione latente che attraversa il Paese da quando, nel febbraio del 2015, il Regno Hashemita è entrato ufficialmente in guerra contro il Califfato di Abu Bakr Al Baghdadi.

 

Gli alleati di Amman – in testa Stati Uniti e Israele – sono infatti convinti che una volta perse le proprie roccaforti in Siria e Iraq, ISIS potrebbe avviare una nuova stagione di lotta proprio in territorio giordano e colpire così dall’interno il Paese che l’Occidente considera più strategico nelle operazioni militari contro i jihadisti in Medio Oriente.

 

Per rispondere a questa minaccia re Abdallah II si sta muovendo contemporaneamente su due fronti: da una parte la proposizione di un disegno di legge per fare eseguire perquisizioni senza un mandato della magistratura nelle abitazioni di individuati sospettati di essere collegati ad ambienti jihadisti; dall’altra l’avvio di un processo di riforma delle forze di sicurezza e dei servizi di intelligence. Quest’ultima è la mossa più attesa. Se un commando di terroristi ha potuto compiere una strage di fronte a una meta turistica rinomata come il castello di Karak – luogo scelto non a caso dai jihadisti per il suo valore simbolico essendo stato in passato un avamposto crociato che resistette a lungo al leggendario condottiero Saladino prima di cadere – significa che nell’ordine hanno operato in ritardo e male prima i servizi segreti e, dopo di loro, le forze speciali, i militari e le forze di polizia entrati in azione.

 

GIORDANIA ISIS(I funerali di una delle vittime dell’attentato del 18 dicembre a Karak)

 

Il 10 gennaio il re ha così annunciato la rimozione del capo del dipartimento per la pubblica sicurezza. Il compito di riformare i servizi segreti è stato invece affidato a un’unità di crisi alla cui guida il re ha posto un uomo di sua fiducia, l’ex comandante delle forze speciali responsabili della sicurezza della famiglia reale Jamal Shawabka. Questi dovrà coordinandosi con il nuovo capo delle forze armate, il generale Mahmoud Freihat, e con il suo vice, il fratello del re Faisal Bin Hussein. Il processo verrà condiviso con le agenzie di intelligence di USA e Regno Unito.

 

La riorganizzazione dell’intelligence non partirà però prima del prossimo 29 marzo, data in cui è in programma il prossimo vertice della Lega Araba proprio ad Amman. Re Abdullah II ha deciso di temporeggiare fino a quel giorno su indicazione del capo del GID (General Intelligence Departement) Faisal Al Shoubaki. L’obiettivo è far rientrare prima di allora le tensioni politiche scaturite nei giorni seguiti all’attentato di Karak, quando nel mirino delle critiche era finito soprattutto il ministro degli Interni Salama Hammad, contro il quale il primo ministro Hani Al Mulki aveva inizialmente minacciato un voto di sfiducia in parlamento.

 

In questi due mesi il re conta di ricompattare l’esecutivo e di stringere la morsa attorno a quegli ambienti del radicalismo islamico dove ISIS sta mettendo radici. È una speranza condivisa da tutto l’Occidente. Perché se lo Stato Islamico “invade” la Giordania, per la coalizione internazionale sarà ancora più complicato arginare le mire espansionistiche del Califfato in Medio Oriente.