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Il dossier commissionato da Obama a CIA, FBI ed NSA ha confermato le intrusioni dei servizi segreti russi durante la campagna elettorale ma non la macchinazione del voto a favore di Trump

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di Alfredo Mantici

 

Il lungo periodo che intercorre tra l’elezione di un presidente degli Stati Uniti, nei primi giorni di novembre, e il suo effettivo insediamento, alla fine del gennaio successivo, è definito transizione. È stato concepito dai padri costituenti americani allo scopo di consentire ai due presidenti – quello eletto e quello uscente – di discutere, insieme ai rispettivi team, sui temi più delicati dell’agenda del Paese e di assicurare alla nuova Amministrazione la possibilità di subentrare alla precedente senza scosse né incertezze dovute all’inesperienza o alla non conoscenza dei principali problemi che dovranno essere affrontati.

 

Mai, nella storia recente degli Stati Uniti, si è assistito a una transizione tanto turbolenta quanto quella alla quale stiamo assistendo, con un presidente – quello uscente – che tenta di delegittimare, di fatto, il suo successore commissionando alla comunità d’intelligence un’indagine sulla possibile influenza illecita esercitata dai servizi segreti russi nell’orientare l’elettorato americano nell’ultimo voto presidenziale a favore del candidato dei repubblicani.

 

Cosa dice il dossier dell’intelligence americana

Il report, intitolato Assessing Russian Activities and Intentions in recent US elections, è stato presentato su ordine di Barack Obama a Donald Trump lo scorso 6 gennaio durante un incontro tra il neo presidente e i vertici delle agenzie di intelligence americane: James Clapper, direttore della National Intelligence, John Brennan, direttore della CIA, Michael Rogers, direttore della NSA, James Comey, direttore dell’FBI.

 

La pubblicazione del rapporto ha avuto un’eco mondiale, scatenando commenti velenosi contro il presidente russo Vladimir Putin accusato dai media americani, e a seguire da quelli europei, di aver favorito l’elezione del “suo amico” Donald Trump inquinando il processo elettorale che ha portato quest’ultimo alla Casa Bianca.

 

Putin(Il presidente russo Vladimir Putin)

 

In sostanza, stando alle ricostruzioni dei giornali basate su una lettura superficiale del report, i servizi segreti russi sarebbero stati in grado di manipolare le intenzioni di voto degli elettori americani, screditando Hillary Clinton dopo una massiccia campagna di intrusione elettronica nei computer dei suoi più stretti collaboratori e in quelli di non specificate “istituzioni americane”. Sempre i servizi segreti russi avrebbero successivamente fornito notizie in grado di imbarazzare la candidata democratica al sito Wikileaks di Julian Assange, il quale poi le ha rese pubbliche nelle ultime settimane della campagna presidenziale.

 

In realtà, un’attenta lettura delle 25 pagine dell’analisi condotta dalle agenzie di intelligence porta a conclusioni meno tranchant di quelle comparse sui titoli dei giornali. Infatti gli analisti dell’intelligence americana, se da un lato accusano esplicitamente il servizio segreto militare russo GRU di aver orchestrato una “vasta campagna di operazioni sotto copertura per avere accesso a personaggi coinvolti a livello statale e locale nel processo elettorale”, dall’altro concludono che “non ci sono prove di una macchinazione che abbia alterato il voto dell’8 novembre”. Quindi, tanto rumore per nulla?

 

Le agenzie di intelligence statunitensi accusano le spie russe di aver creato un sito web chiamato DC Leaks, sul quale avrebbero pubblicato le notizie tratte dall’intrusione nel computer di John Podesta – capo della campagna elettorale della Clinton – e in quelli del Comitato Nazionale Democratico, e di aver “molestato” sul web e sui social media utenti americani noti per essere antirussi tempestandoli di messaggi “offensivi”.

 

DC LEAKS(La home page di DC Leaks, il sito “incriminato” dall’intelligence americana)

 

Inoltre, gli analisti americani puntano il dito contro l’emittente televisiva Russia Today per una serie di corrispondenze da Washington fortemente critiche nei confronti della Clinton. In tal, modo secondo il report “Putin e il governo russo hanno tentato di sostenere le chance elettorali di Donald Trump screditando Hillary Clinton [] anche se non ci sono elementi per valutare l’impatto che le iniziative russe hanno avuto sul risultato delle elezioni del 2016”.

 

La “destabilizzazione” diplomatica voluta da Obama

Insomma, le agenzie di intelligence americane evitano di chiarire il nodo fondamentale della questione: le elezioni sono state alterate o no dai servizi russi? A questo interrogativo l’intelligence community evita di rispondere perché, come viene sottolineato nelle conclusioni del report, “esula dalle nostre responsabilità analizzare i processi politici americani”.

 

È un po’ poco se si pensa che sulla base di questo report il presidente Obama ha preso la decisione senza precedenti di espellere 35 diplomatici russi dagli Stati Uniti, una mossa che ha riportato le relazioni tra Mosca e Washington ai livelli della Guerra Fredda e messo seriamente in imbarazzo il suo successore che si è sempre dichiarato intenzionato a migliorare i rapporti tra Stati Uniti e Russia.

 

Comey (James Comey, direttore dell’FBI, nel mirino della Clinton durante la campagna elettorale)

 

Donald Trump, che la scorsa settimana aveva definito le indagini sugli hacker russi una “caccia alle streghe”, ricordando che la Cina nel 2015 ha violato perfino i computer dell’Ufficio del personale del governo federale senza che nessuno reagisse, ha commentato molto sobriamente le conclusioni del report. Dopo il suo incontro con i quattro capi dell’intelligence, ha affermato che “Russia, Cina, altri Paesi e gruppi di varia natura tentano continuamente di violare le infrastrutture informatichedelle nostre istituzioni, del mondo degli affari e di varie organizzazioni tra cui il Comitato Nazionale Democratico”.

 

In definitiva, la mossa dell’ultim’ora con cui Obama ha tentato di mettere in serio imbarazzo il suo successore è riuscita finora soltanto ad avvelenare il clima della transizione, senza mettere seriamente a rischio il progetto di riavvicinamento con Mosca auspicato da Trump. Il clamore mediatico, comunque, ha fatto dimenticare le dichiarazioni rilasciate da Hillary Clinton il 12 novembre scorso quando, a quattro giorni dal voto, durante una conference call con i finanziatori della sua campagna accusò esplicitamente il direttore dell’FBI, James Comey – uno dei firmatari del report che accusa i russi – di aver contribuito in modo fondamentale alla sua sconfitta. Comunicando al Congresso l’intenzione dell’FBI di riaprire l’inchiesta contro la Clinton per l’uso scorretto dei suoi computer quando era segretario di Stato, Comey aveva fatto cambiare intenzione di voto a un numero consistente di elettori democratici. Un’accusa esplicita e pesante che, vista l’autorevolezza della fonte, avrebbe potuto portare al licenziamento di Comey. Obama, invece, ha preferito prendersela con Putin.