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Mentre Trump ha le sue beghe per l’endorsement del partito, la campagna elettorale di Hillary rischia di essere travolta dai dollari dei banchieri

Hillary Clinton campaigns in Stone Ridge Virginia

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di Alfredo Mantici

 

Dopo le ultime votazioni nelle primarie per la scelta dei candidati che nel prossimo novembre si affronteranno per conquistare la Casa Bianca, sembra ormai certo che i due candidati saranno Donald Trump per i repubblicani e Hillary Clinton per i democratici.

 

Saranno strane elezioni: secondo il parere unanime di tutti i sondaggisti, mai negli ultimi cinquant’anni i candidati alla presidenza sono stati tanto sgraditi – ambedue – alla gran parte dell’elettorato. Nei sondaggi degli ultimi tre mesi il tasso di “fortemente sfavorevole” nelle risposte degli elettori alla domanda sul gradimento delle due candidature è stato del 37% per la Clinton e del 53% per Trump.

 

Nella storia del partito repubblicano solo un candidato è stato tanto sgradito ai suoi potenziali elettori. Si tratta di David Duke, che nel 1992 corse una breve gara per la presidenza senza tuttavia riuscire ad avvicinarsi neanche lontanamente alla nomination (che fu poi di Bush Senior, sconfitto da Bill Clinton). Il 53% di marcato “non gradimento” è veramente eccezionale per un candidato come Trump, che nella sua bombastica campagna condotta all’insegna del populismo più sfrenato ha sbaragliato tutti i concorrenti del suo partito. Il dato è confermato dalle bassissime percentuali nelle risposte dei votanti “fortemente favorevoli” ai due concorrenti.

 

Sia la Clinton che Trump si attestano insomma ai gradini più bassi di aperto gradimento degli ultimi decenni. Mancano ancora sei mesi alle elezioni, ma è difficile prevedere che, dopo la nomination di luglio, i due candidati riescano a riconquistare il cuore di un elettorato sempre più deluso e sfiduciato. Non sappiamo ancora chi vincerà ma un dato è certo: il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà uno dei meno amati della storia.

 

La campagna anti-Trump di Hillary

 

In questo clima, Hillary Clinton, che parte favorita anche perché gli esponenti più importanti del partito repubblicano hanno mancato di dare il loro appoggio al candidato Trump, si avvia verso una campagna elettorale che potrebbe risultare tutt’altro che in discesa e dalle rosee prospettive di facile successo.

 

Per rafforzare la sensazione che il chiomato tycoon newyorkese sia stato definitivamente abbandonato dal suo partito, negli ultimi giorni sulle televisioni americane sono comparsi spot elettorali pagati dalla Clinton, che riportano i commenti pubblici sulla candidatura Trump fatti di recente dai suoi concorrenti repubblicani o da membri importanti del Grand Old Party. Si tratta di commenti al vetriolo: Mitt Romney definisce Trump “un misogino” (un’accusa pesante secondo i canoni del politically correct americano), Jack Rubio ne parla in un comizio come della persona“più volgare che abbia mai aspirato alla presidenza”, mentre Jeb Bush (fratello e figlio di presidenti repubblicani) sostiene sobriamente che “Trump è bisognoso di terapia psichiatrica”.

 

Democratic presidential candidate Hillary Clinton holds a rally at Dunmore High School in Dunmore, Pennsylvania

 

Lo scandalo dei compensi per le conferenze

 

Ma, come detto, la campagna elettorale di Hillary Clinton parte tutt’altro che in discesa. Da qualche mese, infatti, mentre si sono attenuate le accuse di aver usato quando era Segretario di Stato il suo computer personale per archiviare carteggio ufficiale e segreto e di aver usato il suo account di posta elettronica per trasmettere messaggi delicati e coperti dal segreto, sta montando un’insidiosa campagna su organi di stampa tradizionalmente vicini ai democratici (dal New York Times al Washington Post, per citare i più influenti). Tema? La montagna di denaro che la candidata ha ricevuto per tenere conferenze di fronte a banchieri e industriali.

 

Solo nel 2014 e nei primi quattro mesi del 2015, Hillary Clinton ha tenuto 51 interventi non pubblici nelle sedi di banche di Wall Street e di grandi gruppi industriali, per i quali ha ricevuto compensi per un ammontare di oltre 11 milioni di dollari. Per tre conferenze di un’ora ciascuna tenute di fronte a funzionari e dirigenti del gruppo bancario “Goldman Sachs”, ad esempio, la candidata democratica è stata compensata con l’astronomica cifra di 675.000 dollari.

 

Alla richiesta di fornire le trascrizioni dei suoi discorsi ai banchieri di Wall Street, la Clinton ha opposto finora un netto rifiuto, invocando – cosa piuttosto strana, visto che è in campagna elettorale – il suo diritto alla privacy mentre, commentando l’entità dei compensi, ha fatto spallucce sostenendo che nel sistema capitalista i prezzi li fa il mercato.

 

Goldman Sachs Group, Inc. Chairman and Chief Executive Officer Lloyd Blankfein speaks during the plenary session titled "Equality for Girls and Women: 2034 Instead of 2134?" at the Clinton Global(Hillay Clinton con il ceo di Goldman Sachs Lloyd Blankfein, settembre 2014)

 

Hillary Clinton “amica dei banchieri”

 

Secondo indiscrezioni fatte filtrare sulla stampa da persone che hanno assistito ai discorsi nella sede di Goldman Sachs, la prossima candidata alla Casa Bianca avrebbe completamente assolto i banchieri dalle loro pesanti e provate responsabilità nella crisi finanziaria del 2008, che tanto ha impoverito il ceto medio americano, mettendo a proprio agio i suoi ricchi interlocutori con un atteggiamento definito “senz’altro più che amichevole”.

 

L’indiscrezione più pesante su uno dei discorsi filtrata dalla sede di Goldman Sachs, riferisce che la Clinton avrebbe detto testuale ai banchieri: “Io dico a voi di Goldman Sachs che sono al vostro fianco. Non prestate attenzione al rumore del dibattito politico. Io ricorderò sempre il vostro sostegno e metterò le vostre priorità al primo posto sopra tutte le altre. Grazie”.

 

Circa la risposta del pubblico, “sembrava proprio una dei nostri” ha commentato uno dei presenti, mentre un altro dice di aver provato “la stessa sensazione che si prova quando un cagnolino ti lecca la mano”. Non stupisce quindi che, quando alla fine di aprile la Clinton si è recata per un comizio ad Athens, nel distretto degli Appalachi, uno degli abitanti abbia inalberato un cartello con scritto “Avrei preferito restare a casa ad ascoltare le trascrizioni dei tuoi discorsi alla Goldman Sachs”.

 

Hillary, dunque, dovrà faticare molto per riconquistare quegli elettori democratici del ceto medio, impoveriti dai disastri finanziari di quei banchieri che la sostengono con le parole e con i dollari e che evidentemente sperano, in caso di vittoria, che la nuova presidente abbia più di un occhio di riguardo verso gli interessi di Wall Street.

 

La campagna elettorale per la scelta del presidente del paese più potente del mondo sembra così destinata a polarizzarsi su due candidati poco amati dagli elettori, molto ambigui sul piano dei rispettivi programmi politici (finora a parte la propaganda si è visto ben poco) e soprattutto che sembrano destinati a governare con il minor sostegno popolare della storia recente degli Stati Uniti.