HONG KONG -

I numeri non sono favorevoli agli studenti e gli “irriducibili di Admiralty” non hanno l’appoggio necessario per contagiare il continente e far valere le loro ragioni. Servirebbe forse rileggere l’insegnamento di Mao Zedong

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A Hong Kong, il 13 ottobre gli ultimi manifestanti “pro-democrazia” si sono visti strappare dalla polizia e dagli anti-Occupy le barricate erette in difesa della loro forma di protesta e hanno così ingaggiato una serie di corpo a corpo, da cui sono scaturiti numerosi tafferugli (foto nzz.ch). Ma gli “irriducibili di Admiralty”, il centro finanziario e amministrativo dell’isola di Hong Kong, hanno ormai compreso che la loro lotta è destinata a sfumare. Le legittime proteste nell’ex protettorato britannico per mantenere un assetto politico democratico e indipendente sono certamente un fatto serio. Ma se l’aspetto politico-istituzionale di Pechino – ovvero il “regime comunista” – crea malumori e genera opinioni divergenti in Occidente, questo non basta per affermare che nella Repubblica Popolare Cinese l’intera popolazione la veda alla stessa maniera.

 

Ad oggi non è credibile che una nuova ondata di proteste, magari più grandi di quelle che abbiamo visto nascere due settimane fa sotto lo sfortunato nome di “Occupy Central” (in omaggio all’altrettanto sfortunato “Occupy Wall Street”), si estenda al continente o si ripeta in forme più estreme. La manifestazione è destinata a dissolversi per il semplice fatto che la comunità economica di Hong Kong – determinante anche nel resto della Cina – non si è schierata a favore dei manifestanti.

 

Hong Kong, che notoriamente è il mezzo di passaggio economico del denaro occidentale alla Cina, non ha voce senza il supporto-chiave dei suoi dirigenti e gli studenti potranno poco o nulla contro questa realtà, ben più ampia delle poche migliaia di giovani che si sono riversati in strada. Si può anzi affermare che, localmente, la contro-protesta dei tassisti abbia avuto più impatto. Non è una considerazione etica, ma meramente numerica. Che i diritti passino in secondo piano rispetto all’interesse economico generale non è certo un bene ma, analizzando i numeri, scopriamo che questo è quello che vogliono i cinesi.

 

Cosa vogliono i cinesi

 

Secondo un sondaggio del Foreign Policy statunitense, il 98% dei cittadini cinesi, anche messi di fronte a delle elezioni che in Occidente chiamiamo di tipo “democratico”, oggi voterebbe ancora il Partito Comunista Cinese. Il che è naturale. La classe media urbana desidera forse più libertà politica e maggiori diritti, ma non insorgerebbe mai in massa contro lo Stato, perché ha troppo da perdere. La società del consumismo ha ormai attecchito anche qui e, contemporaneamente, le grandi riforme economiche hanno migliorato la vita dei cinesi.

 

La libertà di consumare beni per la collettività cinese, anche quella giovane, è perciò molto più attraente di vaghi diritti democratici che, al contrario, spaventano perché potrebbero comportare la perdita del benessere acquisito sinora dalla società guidata dal Partito Comunista. È più facile, semmai, che una “rivoluzione” si consumi all’interno del Partito stesso, attraversato da scandali e da corruzione. Inoltre, l’idea che la Cina un giorno diventi una democrazia è una speranza coltivata solo a Occidente, e resta un concetto basato sulle teorie dei sistemi politici analizzati da questa parte di mondo.

 

La Cina di Mao

 

Del resto, il modello democratico occidentale oggi è forse più in difficoltà che non quello cinese. Si veda l’Europa, ad esempio, dove il sistema di rappresentanza politica è ormai lievitato a una dimensione monstre, tale per cui le troppe regole lo rendono un impianto farraginoso, burocratizzato e non del tutto affidabile. Senza parlare del fallimento dell’esportazione di tale modello in luoghi che non siano l’Occidente stesso, dove quasi mai ha attecchito.

 

I cinesi oggi non sono più soltanto governati da comunisti, ma da veri e propri capitalisti che sfruttano un modello economico all’apparenza vincente e prosperoso. E questo anche grazie alla solidità di quel Partito Comunista che, pur essendo un unico rappresentante, al suo interno è attraversato da numerose correnti.

 

Il comunismo cinese portato in auge da Mao Zedong, inoltre, è un caso sui generis di comunismo e, tanto per dire, si è discostato dal modello sovietico sin dall’origine. I sinologi raccontano che Mao stesso nel 1931 neanche conosceva Marx, poiché non era ancora stato tradotto. La sua rivoluzione fu dunque pragmatica e partì dal medesimo presupposto con il quale fa i conti oggi la protesta di Hong Kong: i numeri.

 

Joseph Stalin, che non amava affatto Mao, pretendeva che fosse la classe operaia ad andare al potere anche in Cina. Ma nella Cina negli anni Trenta le masse operaie erano una ristretta minoranza relegata nelle città, tali che non avrebbero mai potuto rovesciare il Kuomintang di Chiang Kai Shek.

 

Mao era consapevole che la rivoluzione sarebbe dovuta partire dalle campagne, dove i contadini erano la stragrande maggioranza. Conquistare le masse rurali era la sola premessa per vincere e la rivoluzione aveva bisogno di tutto l’appoggio di quella parte della popolazione. L’intuizione logica di Mao si rivelò corretta: sarebbero state le campagne ad accerchiare le città, perché numericamente non era possibile il contrario. Mao sconfisse così il Kuomintang e il Partito Comunista Cinese si affermò definitivamente.

 

I numeri contro gli studenti

 

Allo stesso modo, oggi gli studenti di Hong Kong non godono dell’appoggio politico né della solidarietà delle grandi masse urbane (rispetto all’epoca di Mao, infatti, la situazione si è ribaltata), perciò sono destinati a rimanere al punto in cui sono. Più utile per loro sarebbe riprendere ancora un altro esempio di Mao, il quale sosteneva: “Ho fatto due cose importanti nella mia vita, ho cacciato Chiang Kai Shek e ho lanciato la rivoluzione culturale, che ha mutato radialmente la struttura interna del Partito”.

 

Serve dunque una nuova rivoluzione culturale, che non affronti il Partito dalle piazze ma dal suo interno. Quando Mao affermava “bombardiamo il Quartier Generale”, si riferiva proprio al centro direzionale del Partito. Anche oggi è là che si annidano quei troppi privilegi che hanno generato una nuova classe borghese che, per garantirsi di poter fare ciò che vuole, è divenuta nomenklatura. Da là si potrebbe ripartire.

 

(Oltrefrontiera su Panorama.it)