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Il capo dello staff della candidata democratica torna sotto i riflettori dopo l’ennesimo scandalo sessuale dell’ex marito. Ma a preoccupare sono i suoi legami con organizzazioni accusate dagli USA di finanziare il terrorismo

Huma Abedin

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

 

I segreti di Anthony Weiner e della sua ex moglie Huma Abedin stanno ostacolando in maniera sempre più preoccupante il rush finale di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca. Tutto ha avuto inizio lo scorso 28 ottobre, giorno in cui il direttore dell’FBI, James Comey, ha comunicato al Congresso che durante le indagini a carico dell’ex congressista Anthony Weiner – coinvolto per la terza volta dal 2011 in uno scandalo sessuale per aver inviato una sua foto da nudo a una ragazza minorenne – tra le mail sotto osservazione ne sono emerse alcune mail collegate al server privato che la Clinton ha usato per gestire comunicazioni governative ai tempi in cui era segretario di Stato ma che aveva sempre tenuto nascosto.

 

È bene precisare che non vi è alcun collegamento tra lo scandalo sessuale che ha coinvolto Weiner, se non il fatto che le sue mail incriminate fossero rimaste archiviate in un pc che condivideva con la ex moglie, da vent’anni stretta collaboratrice della Clinton.

 

Il caso ha però spinto nuovamente sotto i riflettori mediatici Huma Abedin. L’aspetto più interessante della sua carriera, in questa ultima e decisiva fase delle presidenziali americane, non riguarda ovviamente i rapporti con l’ex marito quanto i suoi contatti diretti con istituti e organizzazioni con sede in Arabia Saudita accusati dagli USA di aver finanziato gruppi terroristici in giro per il mondo.

 

Huma Abedin e i suoi rapporti con Riad

Nata a Kalamazoo, in Michigan, nel 1976, Huma Abedin è cresciuta a Gedda, in Arabia Saudita, torna negli Stati Uniti a 18 anni laureandosi all’Università George Washington. A diciannove anni incrocia Hillary Clinton, quando questa era first lady. Dopo uno stage alla Casa Bianca, Abedin segue la Clinton guadagnandosi negli anni la sua fiducia fino a divenire sua assistente personale e consigliere al Dipartimento di Stato fino a esserne capo dello staff e, oggi, vicepresidente della sua campagna elettorale.

 

In questi anni non ha però mai perso i contatti con l’Arabia Saudita. A Gedda suo padre, con l’appoggio di Abdullah Omar Nasseef, presidente della King Abdulaziz University, ha fondato il think thank Institute of Muslim Minority Affairs assumendo anche la direzione del Journal of Muslim Minority Affairs, il cui obiettivo è fare luce sulle minoranze musulmane presenti in tutto il mondo e promuoverne la tutela dei loro diritti.

 

Soprattutto agli inizi, il Journal of Muslim Minority Affairs era in pratica un giornale “fatto in casa”. Huma Abedin vi ha ricoperto il ruolo di assistant editor tra il 1996 e il 2008, incarico poi passato a sua sorella Heba. Suo fratello, Hassan, ricercatore presso l’Oxford Center for Islamic Studies, si occupa delle recensioni dei libri.

 

Huma Abedin(Huma Abedin e l’ex marito Anthony Weiner)

 

Ciò che è più interessante di questo giornale è però soprattutto l’indirizzo a cui si fa inviare la posta, le segnalazioni di libri e le proposte di collaborazione. L’indirizzo rimanda agli uffici londinesi del Muslim World League, ente indicato nel 2009 da Hillary Clinton, ai tempi in cui era segretario di Stato, come organizzazione finanziatrice del terrorismo.

 

Il Muslim World League è collegato direttamente all’organizzazione Arab Muslim Youth Association (WAMY). Anche questa organizzazione, al pari del Muslim World League, è stata nel 2009 al centro di colloqui tra Washington e l’Arabia Saudita. Colloqui in cui, stando a quanto confermato anche da file divulgati da Wikileaks, il Dipartimento di Stato chiedeva a Riad e ad altri Paesi del Golfo di fare pressione su questi enti affinché interrompessero i finanziamenti destinati a gruppi terroristici come Al Qaeda, i Talebani e Hamas.

 

Del collegamento tra la Muslim World League, il WAMY e i gruppi terroristici si hanno tracce nelle 28 pagine secretate della relazione della Commissione che indaga sugli attentati dell’11 settembre, rese pubbliche solo nel settembre scorso. In una di queste pagine si fa riferimento al fratellastro di Osama Bin Laden, Abdullah Bin Laden, presidente e direttore del WAMY e dell’Institute of Islamic and Arabic Science in America, entrambi collegati a ong con sede a Riad.

 

Secondo l’FBI, ci sono ragioni fondate per credere che in particolare il WAMY sia “strettamente associato al finanziamento di attività terroristiche internazionali e in passato abbia fornito supporto logistico a miliziani che sono andati a combattere in Afghanistan”. Già nel 1998, la CIA aveva pubblicato un documento in cui definiva il WAMY una ong che forniva finanziamenti, supporto logistico e formazione ai talebani, ad Hamas, ma anche a estremisti algerini e militanti islamisti delle Filippine.

 

Le ultime indagini dell’FBI

L’aspetto rilevante da sottolineare è che in questa fase, mentre Clinton trattava con Riad per bloccare i finanziamenti destinati al terrorismo internazionale, al suo fianco c’era proprio Huma Abedin, i cui rapporti con le organizzazioni accusate di questo reato dagli USA appaiono sempre più certi.

 

In questo contesto è da segnalare anche l’ultimo resoconto sulle indagini dell’FBI firmato da Paul Sperry, direttore di counterjihad.com. In una sua ultima analisi Sperry mette in grassetto le testimonianze di alcuni uomini della sicurezza della Clinton, dalle quali emerge l’amplissima libertà di azione della Abedin quando era capo dello staff di Hillary al Dipartimento di Stato. Uno degli agenti, interrogato, a cui era stato assegnato il compito di vigilare sulla residenza della Clinton a Chappaqua, a New York, ha dichiarato all’FBI che all’epoca le procedure per la messa in sicurezza delle comunicazioni classificate come PPB (Presidential Daily Brief) – compresi l’invio e la ricezione di email e fax – era stata stabilita proprio dalla Abedin. L’uomo ha specificato che era lei a coordinare tutte le operazioni da una stanza situata nel terzo piano della residenza della Clinton.

 

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Alla luce di questa testimonianza, come è possibile credere che la Abedin non sapesse nulla – come dichiarato all’FBI nell’aprile del 2016 – del fatto che la Clinton, all’epoca in cui era segretario di Stato, possedesse un server privato da cui gestiva non solo la posta elettronica personale ma anche comunicazioni governative?

 

Una versione che non regge, anche alla luce delle dichiarazioni rilasciate all’FBI da un altro dipendente del Dipartimento di Stato all’epoca del mandato della Clinton, il quale ha detto che era stata proprio la Abedin a dare indicazioni ai tecnici informatici di creare un server privato per il segretario di Stato, come dimostrano almeno tre scambi di mail. Senza dimenticare, come scoperto sempre dall’FBI, che “l’unico funzionario del Dipartimento di Stato che ha avuto un account di posta elettronica con il dominio privato della Clinton (clintonemail.com) è stata sempre la Abedin.

 

A queste dimenticanze se ne aggiunge infine un’altra. Facendosi inoltrare le mail classificate sul suo account di posta privata, la Abedin ha più volte violato un accordo di non divulgazione (Classified Information NonDisclosure Agreement) che aveva firmato il 30 gennaio 2009 nel momento in cui aveva assunto l’incarico di consigliere della Clinton al Dipartimento di Stato. Ma anche di questo, nel suo interrogatorio con l’FBI, si è dimenticata.

 

Alla luce di tutto ciò resta da chiedersi come sia stata possibile che una donna con così tanti sospetti e accuse addosso continui a essere la persona di fiducia di Hillary Clinton. Non è un rischio da poco, e non solo per la candidata democratica ma per gli Stati Uniti. Perché, qualora Hillary dovesse essere eletta presidente, la Abedin potrebbe essere scelta come suo capo di gabinetto. Si tratta di una nomina diretta, che per passare non ha bisogno dell’approvazione del Senato. Ed è, nei fatti, la seconda carica per importanza nella nomenclatura non solo della Casa Bianca ma dell’intero governo degli Stati Uniti.