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L’Indonesia è considerata un bastione dell'islam moderato. Ma nel Paese e in altre aree del Sud-Est asiatico aumenta la presenza di gruppi radicali

Military armoured personnel carriers are seen near the site of an attack in central Jakarta

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di Priscilla Inzerilli

“Vi è senza dubbio l’ISIS dietro questo attacco”. Lo ha dichiarato alla stampa il capo della polizia di Giacarta, Tito Karnavian, affermando che ad orchestrare i sanguinosi attentati di giovedì 14 gennaio nella capitale dell’Indonesia sarebbe stato Bahrun Naim, un militante indonesiano unitosi allo Stato Islamico per combattere in Siria.

 

Un colpo al cuore di Giacarta, quello più moderno, cosmopolita e “occidentalizzato” della città. Gli attacchi coordinati, che hanno duramente colpito la città, si sono infatti concentrati nell’area che ospita il centro commerciale di Sarinah, hotel di lusso, diverse ambasciate e un complesso di uffici tra cui il quartier generale dell’ONU.

 

Secondo la polizia indonesiana, almeno due attacchi suicidi sarebbero avvenuti poco lontano da un caffè Starbucks situato all’interno del palazzo Skyline. Altre esplosioni sarebbero state provocate da granate lanciate da motociclette in corsa. Il bilancio delle vittime, ancora da definire con chiarezza, sarebbe di almeno sette morti, tra civili rimasti coinvolti nelle esplosioni e attentatori uccisi dalla polizia negli scontri a fuoco. Quattro presunti terroristi sono finiti sotto arresto, ma secondo la polizia sarebbero stati in tutto tra i 10 e i 15 uomini a fare irruzione nel centro della città, muniti di armi da fuoco ed esplosivi.

 

Già poche ore dopo le esplosioni, le forze di sicurezza hanno affermato che la situazione è tornata sotto il controllo delle autorità, e che le strade saranno presto nuovamente accessibili. Il portavoce della polizia indonesiana, il generale Anton Charliyan, aveva già precedentemente ipotizzato il coinvolgimento di un gruppo connesso all’ISIS, autore peraltro di un comunicato criptico diffuso lo scorso novembre, secondo cui vi sarebbe stato a breve “un attacco concertato in Indonesia” che avrebbe avuto una risonanza mediatica internazionale. Lo schema coordinato degli attacchi, ha evidenziato il generale Charliyan, ricalca quello di Parigi.

 

Indonesian police bomb squad members work at the site of a bomb blast site at Thamrin business district in Jakarta

LA CRONACA DEGLI ATTACCHI DEL 14 GENNAIO A GIACARTA

 

I gruppi terroristi in Indonesia

In Indonesia, la più grande nazione a maggioranza musulmana del mondo (quasi il 90% della popolazione su più di 200 milioni di abitanti), prevale un islam moderato. Il Paese non è tuttavia esente dalla presenza di frange estremiste, la principale delle quali è rappresentata dal gruppo Jemaah Islamiyah (Congregazione Islamica), in passato affiliato ad Al Qaeda e ritenuto responsabile della maggior parte degli episodi terroristici avvenuti in Indonesia negli ultimi quindici anni.

 

Tra i gruppi radicali presenti nel Paese possono essere menzionati anche il Majelis Mujahidin Indonesia (Consiglio dei combattenti indonesiani della Jihad); il Front Pembela Islam (Fronte dei difensori dell’Islam) e movimenti separatisti come il Darul Islam, il cui intento è la promozione di uno Stato Islamico indonesiano, o il Gerakan Aceh Merdeka (GAM), gruppo indipendentista che rivendica l’autonomia della regione di Aceh, nell’isola di Sumatra.

 

Diversi gruppi estremisti locali, come Abu Sayyaf, con base a sud delle Filippine, e Jema’ah Islamiyah, hanno stretto alleanze tra loro rafforzando allo stesso tempo i contatti con lo Stato islamico.

 

La penetrazione di ISIS nel Sud-Est asiatico

L’area del Sud-Est asiatico sta attirando sempre più l’attenzione degli analisti, dato il diffondersi di cellule di reclutamento e addestramento e l’intensificarsi del flusso di foreign fighters diretti verso la Siria e l’Iraq. Il numero di combattenti stranieri originari dei paesi del Sud-Est asiatico rimane in ogni caso inferiore rispetto a quello dei militanti provenienti dal Medio Oriente, dal Nord Africa e persino dall’Europa.

 

La stima fornita dall’Agenzia Nazionale Antiterrorismo indonesiana, secondo cui l’Indonesia sarebbe tra i maggiori fornitori al mondo di combattenti con più di 500 persone unitesi allo Stato islamico, sarebbe stata smentita dall’unità antiterrorismo della polizia nazionale, che ha invece documentato la presenza di poco più di 200 individui in Siria, senza considerare però alcune decine di combattenti rimasti uccisi negli scorsi mesi.