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Le dichiarazioni forti di Trump e le esercitazioni militari di Teheran provocano tensioni tra i due Paesi. Ma gli interessi in gioco in Medio Oriente imporranno una necessaria pausa di riflessione

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di Alfredo Mantici 

Per otto anni Obama è stato «troppo gentile con gli iraniani». Con questo tweet postato tempo faDonald Trump aveva fatto intendere cosa pensasse dell’accordo raggiunto dal suo predecessore con Teheran sul programma nucleare iraniano in chiusura del suo secondo e ultimo mandato. E per questo motivo il tycoon newyorchese, fin dal giorno del suo giuramento come quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, non ha fatto mistero dell’intenzione di imprimere una svolta ai rapporti con l’Iran.

 

Il 3 febbraio scorso, dopo il lancio sperimentale di un missile balistico da parte dell’Iran, Trump ha ulteriormente “avvisato” il governo iraniano che stava «scherzando con il fuoco e che per gli Stati Uniti tutte le opzioni erano sul tavolo».

 

Parole dure e minacciose alle quali ha risposto altrettanto duramente il comandante della Guardia Rivoluzionaria Iraniana (Pasdaran), il generale Mohammad Pakpour, il quale al termine di tre giorni di esercitazioni militari tenutesi nella parte centrale dell’Iran dal 20 al 22 febbraio, ha dichiarato in un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa semiufficiale iraniana Tasnim che «il nemico non dovrebbe fare errori nelle sue valutazioni perché se continua a sbagliare riceverà uno schiaffo sulla faccia». «Il messaggio che viene da queste esercitazioni – ha sottolineato il generale Pakpour – è di non fare stupidaggini perché è evidente la nostra forza militare […]».

 

Mohammad Pakpour(Il comandante dei Pasdaran Mohammad Pakpour)

 

Le esercitazioni militari dell’Iran

Durante le esercitazioni le forze di terra della Guardia Rivoluzionaria hanno fatto ampio uso di missili terra-terra e di droni armati. Tutte armi che, secondo gli analisti militari israeliani, se venissero fornite agli sciiti libanesi di Hezbollah potrebbero essere utilizzate per bombardare la centrale nucleare israeliana di Dimona.

 

Terminati i “giochi di guerra” con le truppe di terra, Teheran si prepara a lanciare nei prossimi giorni una spettacolare esercitazione navale ad ampio raggio nello stretto di Hormuz (nel golfo di Oman), nello stretto di Bab el-Mandeb (che congiunge il Mar Rosso con il Golfo di Aden) e nelle propaggini meridionali dell’Oceano indiano, acque che rappresentano la principale “autostrada” del petrolio mondiale.

 

 

Il comandante delle esercitazioni, l’ammiraglio Habibollah Sayyari, ha affermato che il loro scopo sarà di preparazione e addestramento alla lotta contro il terrorismo e la pirateria. Ma è inevitabile che la prova muscolare che Teheran ha in mente di sfoderare in un’area in cui è presente la Quinta Flotta americana, non potrà che innescare tensioni tra i due Paesi. A tal proposito, non va dimenticato che alla fine di gennaio una nave da guerra americana ha sparato colpi di avvertimento contro quattro motosiluranti iraniane che facevano evoluzioni ad alta velocità nelle sue vicinanze.

 

I rischi di una rottura dei rapporti

A Washington le manovre militari iraniane vengono seguite con attenzione, mentre esponenti dell’intelligence militare, intervistati in condizioni di anonimità dall’agenzia Reuters, ammettono che il proposito del presidente Trump di inserire il corpo delle Guardie della Rivoluzione Iraniana nelle lista delle organizzazioni terroristiche è attualmente bloccato e suscita forti perplessità sia al Pentagono che al Dipartimento di Stato. Un’azione di questo tipo rappresenterebbe infatti un affronto per Teheran visto che i Pasdaran sono un corpo militare a tutti gli effetti.

 

«Se facciamo una mossa del genere – ha dichiarato alla Reuters uno degli alti ufficiali intervistati – avviamo un’escalation incontrollabile e ci precludiamo ogni possibilità di dialogo futuro con gli iraniani».

 H.R. McMaster_Trump(Mar-a-Lago: Trump insieme al nuovo consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster )

 

La proposta per ora è bloccata anche per effetto delle dimissioni di Michel Flynn dalla carica di consigliere per la sicurezza nazionale. Flynn era considerato uno dei “falchi” dell’Amministrazione Trump, nonché “nemico giurato” del regime degli Ayatollah.

 

Al momento non si conoscono le intenzioni del suo successore, il generale Herbert Raymond McMaster, ma questi è conosciuto per essere un “generale intellettuale” ragione per la quale forse riuscirà a imporre una pausa di riflessione sull’intero dossier delle relazioni tra Washington e Teheran. La posta in gioco, d’altronde, è altissima. I rapporti tra Stati Uniti e Iran hanno implicazioni nella guerra contro il Califfato – che in Siria vede gli iraniani e gli americani schierati contro il nemico comune principalmente in Iraq – e nella ricerca di nuovi equilibri con il Cremlino, che considera l’Iran un interlocutore obbligato nello scacchiere mediorientale. Per ora assistiamo a una guerra di parole e a giochi di guerra: si tratta però una miscela pericolosa, che potrebbe portare le relazioni tra i due Paesi sull’orlo della rottura definitiva.