IRAQ -

La Delta Force libera 70 ostaggi. Non si tratta di curdi, come inizialmente supposto, né si hanno maggiori informazioni sul reale motivo che ha spinto il Pentagono a rimettere i “boots on the ground”

A U.S. soldier of the Delta company, 2nd Battalion, 12th Cavalry Regiment stands as a U.S. Apache helicopter flies overhead in Baghdad's northwest Sunni neighborhood of Ghazaliya

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di Luciano Tirinnanzi

@luciotirinnanzi

Forze speciali USA e irachene hanno salvato decine di ostaggi detenuti dallo Stato islamico in Iraq, dopo aver appreso di una loro “imminente esecuzione”, secondo quanto riferito dal Pentagono. Nell’operazione, che ha avuto luogo vicino alla città di Hawija nel nord dell’Iraq, sono stati liberati 70 uomini, per la maggior parte sunniti iracheni.

 

Il blitz è scattato intorno alle 4 ora locale, quando è stata attaccata la prigione dove gli uomini erano detenuti. Ne è nato uno scontro a fuoco che ha mietuto un numero imprecisato di vittime tra i miliziani (si parla di una ventina), e dove è rimasto ucciso anche un soldato americano, oltre a tre curdi seriamente feriti. Le forze speciali dell’esercito, la Delta Force degli Stati Uniti, è decollata dalla base di Erbil a bordo di cinque elicotteri, dove viaggiavano anche le forze speciali curde. I militari avrebbero occupato militarmente l’area per oltre una quindicina di minuti, liberato gli ostaggi e preso in custodia una ventina di prigionieri, ritenuti possibili spie.

 

Non si è trattato però della liberazione di ostaggi curdi, come invece inizialmente sostenuto dai rumors; notizia diffusa inizialmente forse perché l’operazione si è svolta nella provincia di Kirkuk, dove sono presenti le forze curde e dove si trova il “confine” tra Califfato e Kurdistan iracheno, già teatro di numerose battaglie. Si tratterebbe piuttosto di ex miliziani dello Stato Islamico, dunque sunniti, fatti prigionieri perché avevano defezionato o, secondo la BBC, semplicemente perché “avevano sfidato gli ordini dei loro capi”. Ma ancora manca una conferma definitiva.

 

Mistero sul vero obiettivo

Intorno all’operazione resta, infatti, un alone di mistero. È vero che gli americani ci hanno abituati ai blitz e che questo genere di operazioni rientra pienamente nel modus operandi del Pentagono, ma è singolare che il Dipartimento della Difesa abbia esposto le proprie truppe scelte a un così alto rischio, per liberare un nucleo di prigionieri di guerra iracheni.

 

Storie di defezionisti e di esecuzioni di traditori tra le fila dei combattenti se ne sono contate a decine in questi anni di guerra e, di certo, questa non sarà l’ultima. Mai un fiato si è levato sinora verso questo genere di avvenimenti, che purtroppo e inevitabilmente si accompagnano a ogni guerra. Perché allora questo gruppo di prigionieri era differente dagli altri per Washington? C’era forse tra loro qualcuno di così importante da richiedere i “boots on the ground”? Da valere la pena di rischiare la prima vittima americana in scontri a fuoco sul suolo iracheno, dalla fine dal ritiro delle truppe USA nel 2011 a oggi?

 

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La versione ufficiale nega che vi fossero ostaggi americani o europei. E non parla di curdi liberati, nonostante l’intervento congiunto con le forze speciali di Kirkuk. Il portavoce del Pentagono, Peter Cook, con uno stringato comunicato ha tentato di dare una spiegazione plausibile: “Questa operazione è stata volutamente progettata e lanciata dopo aver ricevuto informazioni di un’esecuzione di massa imminente”, aggiungendo che si è trattato di una “circostanza unica” e che questo non significa affatto che sia in corso un cambiamento di tattica. Ciò nonostante, l’intervento “on the ground” contraddice in parte la linea perseguita inflessibilmente dalla Casa Bianca, secondo cui sinora ci si è guardati bene dal farsi coinvolgere eccessivamente nel conflitto. Il Daily Beast è stato piuttosto caustico sul caso, definendo il raid come “l’ultimo gioco della semantica militare in una guerra definita tanto dalla sua messaggistica quanto dai suoi risultati tattici”. Il presidente Obama, fautore del ritiro ad ogni costo e notoriamente ostile allo schierare truppe sul campo, non ha commentato.

 

I soldati USA in Iraq

Resta il fatto che, attualmente, ci sono 3.000 soldati americani di stanza in Iraq, funzionari che il Pentagono definisce ora addestratori ora consiglieri militari tanto dei curdi quanto dell’esercito iracheno, però mai ufficialmente impiegati in combattimento.

 

Curioso che il blitz sia avvenuto mentre l’ex Segretario di Stato Hillary Clinton forniva alla commissione del Congresso una testimonianza-fiume sull’“affaire Bengasi”, che costò la vita all’ambasciatore americano in Libia, Cristopher Stevens (morto in Libia l’11 settembre 2012). Curioso anche che questo sia avvenuto alla vigilia d’importanti colloqui svizzeri, visto che sabato 24 ottobre a Vienna è previsto l’incontro tra i ministri degli Esteri di USA e Russia, John Kerry e Sergei Lavrov, proprio per discutere di Siria e Stato Islamico.

 

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In ogni caso, coincidenze o meno, forse un vero mistero non c’è e questo è solo l’ultimo episodio di un ondivago, incerto, infruttuoso, paradossale, incoerente e indeciso atteggiamento che il Dipartimento della Difesa USA ha offerto sinora in relazione al dossier iracheno. Una dissennata quanto inane tattica – Vladimir Putin ha recentemente affermato che gli USA “hanno il cervello in pappa” – dove la strategia soccombe ad azioni estemporanee, spesso rispondenti più all’opinione pubblica americana e ai vincoli burocratici delle regole d’ingaggio, che non a un’esigenza reale e a un obiettivo specifico. Cosa che, tanto per dire, ha permesso alla Russia putiniana di scippare agli Stati Uniti la leadership in Medio Oriente.