IRAQ -

Con la progressiva perdita di territori da parte dello Stato Islamico, l’organizzazione jihadista punta a ricostituirsi e a mutare le strategie di guerra

A member of the Iraqi security forces fires artillery during clashes with Islamic State militants near Falluja

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di Luciano Tirinnanzi

@luciotirinnanzi

I miliziani dello Stato Islamico hanno fermato il primo grande assalto dell’esercito iracheno sulla città di Falluja con un contro-attacco alle sue porte meridionali, martedì 30 maggio. Questa controffensiva permette all’ISIS di prendere tempo, grazie anche ai civili intrappolati nella città che vengono utilizzati dai militanti come scudi umani.

 

Quella per Falluja è certo una delle battaglie più grandi e importanti mai combattute contro lo Stato Islamico: riprendere la prima città caduta in mano ai jihadisti, oltreché simbolicamente determinante, consentirebbe di diminuire la pressione che i miliziani di Al Baghdadi esercitano sulla capitale Baghdad, a soli 60 km di distanza e a meno di un’ora di viaggio in auto, dove sono costanti e sempre più violenti gli attentati con kamikaze e autobomba.

 

Baghdad considera l’assalto per riprendere la città come il vero potenziale punto di svolta della grande campagna 2016 per sconfiggere i radicali sunniti dopo che, umiliando l’esercito e lo stato iracheno, nel corso del 2014 i jihadisti hanno diviso in due il Paese e oggi governano un territorio enorme tra l’Iraq e la Siria.

 

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Tatticamente, inoltre, la riconquista di Falluja riporterebbe sotto il controllo del governo i principali centri abitati nella valle dell’Eufrate a ovest della capitale, dove da più di due anni imperversano i jihadisti. Perciò, il governo di Baghdad insisterà ad ogni costo nell’avanzata, indipendentemente da quanto tempo occorra, fino a che le forze lealiste non riusciranno issare la bandiera irachena nel centro città.

 

Questo rallentamento comunque, come già accaduto per Ramadi, non impedirà alle forze alleate di strappare Falluja all’ISIS, poiché le forze residue in città non hanno possibilità di rifornirsi né di armi né di cibo, essendo circondate da tutti i lati.

 

Lo scenario futuro, secondo l’intelligence giordana

Secondo il General Intelligence Directorate (GID), ovvero i servizi segreti giordani – considerati i meglio informati sullo Stato Islamico, poiché i suoi uomini hanno infiltrato già da tempo l’organizzazione di Al Baghdadi – la dirigenza dello Stato Islamico si aspetta già di perdere di qui ai prossimi mesi le principali città nei territori che controlla.

 

Secondo l’intelligence di Amman, ciò potrebbe comportare da parte dei miliziani un rapido abbandono delle posizioni conquistate soprattutto in Siria, per ricostituirsi in Iraq nelle province di Anbar, Ninive e Salah al-Dine, dove permane una spinta anti-irachena da parte della popolazione sunnita.

 

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L’eventuale ristrutturazione dello Stato Islamico e la contestuale perdita di territori comporterà da parte della dirigenza di Raqqa l’adozione di tattiche di guerriglia e il progressivo abbandono di sofisticate strategie di guerra messe in atto sinora, che puntavano al pieno controllo amministrativo dei territori e che abbiamo visto prendere corpo anche in altri contesti quali la Libia.

 

Questo possibile cambio di strategia, secondo le fonti giordane comporterà una contestuale recrudescenza in Occidente, con la prosecuzione della campagna di attacchi terroristici che abbiamo conosciuto in Europa. A capo delle cosiddette “operazioni esterne” coordinate da Raqqa per colpire il continente europeo ci sarebbe Abu Mohammed Al Adnani, luogotenente chiave del Califfo Al Baghdadi e oggi a capo della Brigata Al-Siddiq, una delle forze d’élite dell’organizzazione e oggi deputata anche a questo tipo di missioni.

 

Se dunque a due anni dalla proclamazione del Califfato (29 giugno 2014) una battaglia sta per finire, la guerra è lungi dall’essere vinta.