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Partita la missione “Sherqat Dawn” per guadagnare terreno in prossimità della roccaforte jihadista. Intanto crescono i timori per una possibile secessione della provincia di Ninive

Iraq Mosul

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

 

Martedì 20 settembre le forze armate irachene hanno lanciato l’operazione “Sherqat Dawn”. Obiettivo della missione è prendere il controllo della città di Sherqat, situata lungo la riva occidentale del fiume Tigri nella provincia di Salaheddin, 260 chilometri a nord-ovest rispetto alla capitale irachena, ma soprattutto a soli 80 chilometri a sud rispetto a Mosul, capitale dello Stato Islamico in Iraq. Dunque, presa Sherqat, gli iracheni punteranno poi all’assalto alla roccaforte jihadista.

 

Negli ultimi mesi le truppe irachene hanno guadagnato terreno a nord di Sherqat, grazie principalmente alla copertura aerea fornita dai caccia dell’aviazione americana. Il colonnello John Dorrian, portavoce delle operazioni militari condotte dalla coalizione internazionale a guida USA contro ISIS in Iraq, ha detto che in quest’area solo nelle ultime due settimane sono stati effettuati 19 raid aerei. Conquistare Sherqat, ha sottolineato il colonnello Dorian, consentirà agli iracheni di avere il controllo totale delle vie di comunicazioni attraverso cui ricevono truppe, armi e rifornimenti da Baghdad.

 

Oltre agli USA, l’altra componente che inciderà certamente sull’esito dell’operazione “Sherqat Dawn” è rappresentata dalle milizie paramilitari sciite, gestite formalmente dal governo del premier iracheno Haider Al Abadi ma di fatto coordinate da Teheran. Finora gli sciiti si sono rivelati decisivi in diversi fronti del conflitto iracheno, principalmente a Ramadi e Falluja, dove però hanno sistematicamente sfruttato il caos creato dalle offensive a ISIS per compiere stragi di sunniti.

 

Ahmed al-Assadi, il portavoce delle forze paramilitari Hashed al-Shaabi (Forze di Mobilitazione Popolare), ha garantito che i miliziani sciiti si limiteranno a “espellere i criminali terroristi dell’ISIS che hanno usurpato l’Iraq”. Ma il rischio di nuove pulizie etniche è altissimo e la componente minoritaria di miliziani sunniti all’interno di Hashed al-Shaabi, su cui tanto aveva puntato Al Abadi per scongiurare nuove rappresaglie interetniche, si sta rivelando influente.

 

Lo stesso Al Abadi, nel corso del suo intervento a New York dove si è recato nei giorni scorsi per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite incontrando tra gli altri il presidente americano Barack Obama, ha provato a spostare l’attenzione dalle rese dei conti tra sciiti e sunniti a all’operazione militare nel suo complesso. Il premier ha affermato che nella provincia occidentale di Anbar la maggior parte delle città sono ora sotto il controllo del governo, spiegando che sono in corso rastrellamenti per stanare jihadisti arroccati soprattutto nella zone di Ramadi ed Heet. Altre sacche di resistenza sono annidate ad Hawijah, nella provincia di Kirku, e lungo la catena montuosa di Hamreen, poiché i maggiori sforzi sono stati concentrati per entrare a Qayyarah, dove la locale base aerea verrà utilizzata per intensificare i raid aerei americani su Mosul.

 

ISIS IRAQ: mappa

 

Rischio secessione della provincia di Ninive

“Siamo certi che saremo in grado di andare avanti abbastanza rapidamente”, ha detto Obama in merito all’ormai prossima battaglia per la presa di Mosul. Il problema però in Iraq, come è sempre accaduto ogni volta che la storia di questo Paese ha incrociato quella degli Stati Uniti, sarà il dopo.

 

Come spiega l’osservatore Al Monitor, sono molti infatti gli analisti che temono per ciò che accadrà a Mosul, così come in molte altre aree della provincia di Ninive, una volta che si porrà la questione di colmare il vuoto di potere lasciato dallo Stato Islamico. In questa provincia risiedono molte etnie, comunità religiose e tribù diverse: arabi, curdi, sunniti, sciiti (compresa la minoranza di rito shabak), sabei, yazidi e cristiani.

 

Per quanto il governo centrale di Baghdad voglia trasmettere all’esterno lo spirito di uno sforzo comune per la liberazione di Mosul, da tempo circolano voci sulla possibilità di assistere a una scissione della provincia di Ninive. Il 9 settembre, Athil al-Nujaifi, ex governatore della provincia, ha detto all’agenzia turca Anadolu, che un progetto per la divisione di Ninive in sei o addirittura otto parti sarebbe già in corso: metà finirebbe sotto l’amministrazione del Kurdistan iracheno, l’altra sotto il controllo del governo centrale di Baghdad.

 

State of Law Coalition, formazione politica guidata dall’ex premier iracheno Nouri al-Maliki, ha invece accusato il KRG (Kurdistan Regional Government) del presidente Massoud Barzani di cercare di espandere la propria influenza nella provincia.

Non è un’accusa priva di fondamento, considerato che fonti interne al Kurdistan Democratic Party (KDP) hanno dichiarato che sarebbe stato proprio Barzani ad avanzare l’ipotesi di dividere in tre la provincia di Ninive e, successivamente, di indire un referendum per chiedere alle popolazioni locali se intendono essere annesse al Kurdistan iracheno. La vicinanza di Ninive al Kurdistan iracheno ha d’altronde spinto diversi partiti politici iracheni a lanciare l’allarme sulla possibilità che le milizie peshmerga possano decidere di fermarsi nelle zone liberate a Mosul una volta sconfitto lo Stato Islamico. Anche questa è una preoccupazione fondata, alla luce di quanto fatto dai curdi siriani soprattutto negli ultimi mesi nel nord della Siria, dove hanno gradualmente guadagnato terreno prima di venire frenati dai tank turchi.

 

Ad avvalorare questo scenario è la notizia recente secondo cui forze peshmerga, dopo aver liberato aree settentrionali di Ninive vicine alla regione del Kurdistan, avrebbero poi iniziato a fare pressione per ottenerne l’amministrazione utilizzando il pretesto della difesa delle minoranze etniche che vivono nella provincia. In altre aree della provincia di Ninive i peshmerga sono stati inoltre accusati di aver impedito il ritorno nelle loro case alle popolazioni arabe in modo da riequilibrare in loro favore la presenza demografica dei curdi nella provincia.

 

Al Jazeera ha recentemente condotto un sondaggio sulla possibile divisione di Ninive sottoponendolo ai propri follower su Twitter. L’80% dei 3mila partecipanti si è detto contrario all’idea di secessione della provincia poiché ciò porterebbe a una ulteriore disgregazione dell’Iraq. Volgendo lo sguardo agli ultimi anni della storia irachena, dargli torto è francamente impossibile.