STATI UNITI D'AMERICA -

Obama ha sfruttato il vertice di Washington per rafforzare l’alleanza con Giappone e Corea del Sud in risposta alla minaccia nucleare di Pyongyang. Preoccupazione per il know-how acquisito da ISIS per lo sviluppo di ordigni

U.S. President Obama opens the first plenary session of the Nuclear Security Summit  in Washington

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di Priscilla Inzerilli

La quarta edizione del Nuclear Security Summit svoltasi a Washington il 31 marzo e il primo aprile, l’ultima prima dell’imminente cambio ai vertici dirigenziali della Casa Bianca, si è svolta all’insegna delle “questioni asiatiche”, con particolare attenzione alla Corea del Nord, che negli ultimi mesi ha canalizzato le preoccupazioni della comunità internazionale a causa dei numerosi test missilistici attuati e della – sinora ipotetica – minaccia nucleare. Il summit ha visto la partecipazione di circa 50 leader dei Paesi di tutto il mondo, chiamati a discutere i temi inerenti il disarmo, la non proliferazione e la sicurezza nucleare.

 

Nel corso di una riunione preliminare, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha incontrato il suo omologo giapponese Abe Shinzo e la leader sudcoreana Park Geun-hye, con i quali è stato rilanciato l’obiettivo di rafforzare la cooperazione nell’ambito della sicurezza in risposta alle provocazioni di Pyongyang.

 

Giappone e Corea del Sud rappresentano i principali alleati degli Stati Uniti in Asia. L’incontro trilaterale del 31 marzo è stata un’occasione per constatare il miglioramento delle relazioni tra Tokyo e Seoul, che sembrano aver ormai superato le controversie di carattere storico e politico che avevano compromesso in parte i rapporti bilaterali tra i due Paesi negli ultimi anni. Sembra sempre più vicina infatti la possibilità della sottoscrizione di un General Security of Military Information Agreement (GSOMIA), un accordo sulla condivisione di segreti militari e informazioni inerenti le attività della Corea del Nord.

 

La questione nordcoreana

Di esito positivo è stato anche l’incontro bilaterale tra Obama e il presidente cinese Xi Jinping, con il quale è stata siglata una dichiarazione congiunta, in cui Washington e Pechino si impegnano “a lavorare insieme per sviluppare un contesto internazionale pacifico e stabile, riducendo la minaccia del terrorismo nucleare”.

 

Obama and Abe speak at the first plenary session of the Nuclear Security Summit in Washington(Il presidente USA Barack Obama e il premier giapponese Shinzo Abe) 

Gli Stati Uniti sperano in una pressione più decisa da parte della Cina, che sembra aver ormai esaurito la pazienza nei confronti dello scomodo alleato nordcoreano, come dimostra la piena accettazione delle sanzioni adottate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite contro il regime di Kim Jong-un in seguito al test nucleare dello scorso gennaio e ai più recenti test missilistici. Misure che sembrano aver sortito l’effetto desiderato: dopo mesi di ripetute provocazioni e minacce, Pyongyang ha finalmente inviato un messaggio distensivo ai membri della comunità internazionale, invitando al dialogo e al negoziato, come “soluzione migliore rispetto all’imprudente pressione militare”.

 

Russia illustre assente

Il grande assente al summit è stato invece la Russia, che ha addotto come motivazione ufficiale una “chiara mancanza nello studio preliminare dei temi e degli argomenti del vertice”. Una mancata presenza tanto più grave, quella di Mosca, se si considera che è la potenza che detiene il più alto numero di testate nucleari al mondo insieme agli Stati Uniti. Si tratterebbe di ben 7.300 testate, contro le 6.970 possedute dagli USA, secondo i dati raccolti dalla Federation of American Scientist.

 

La minaccia dello Stato Islamico

Il presidente Obama, in un suo intervento sul Washinghton Post, aveva inoltre anticipato la propria volontà di dedicare una sessione di lavori alla minaccia del terrorismo nucleare, affermando che scopo primario del summit sarebbe stato quello di “evitare che il network più pericoloso al mondo ottenga l’arma più pericolosa al mondo”.

 

nuclearepaesi

 

Il riferimento è chiaramente alla minaccia rappresentata da possibili attacchi da parte dello Stato Islamico. Sulla scia delle indagini condotte dopo gli attentati di Bruxelles del 22 marzo scorso, è emerso infatti che alcuni militanti dell’ISIS sarebbero interessati a mettere le mani su materiale radioattivo. La preoccupazione delle intelligence mondiali, più che di veri e propri attacchi alle centrali nucleari, è quella che i terroristi abbiano sviluppato il know-how necessario allo sviluppo di ordigni, denominati “dirty bombs”, studiati per diffondere materiale altamente radioattivo nell’ambiente circostante negli attimi immediatamente successivi alle esplosioni.