CINA (PRC) -

Circa un centinaio di uiguri dello Xinjiang si sarebbero uniti alle fila dello Stato Islamico. Ecco perché sta fallendo il sistema della “repressione di Stato” su cui ha puntato il governo cinese

Paramilitary policemen stand on a truck as they travel along a street during an anti-terrorism oath-taking rally in Urumqi

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di Priscilla Inzerilli

 

Lo spettro del terrorismo islamico non preoccupa solo l’Europa ma interessa in maniera sempre più diretta anche la Cina. Dopo la morte di Fan Jinghui, il primo ostaggio cinese ucciso dai militanti dello Stato Islamico nell’autunno dello scorso anno, e dopo il coinvolgimento di altri tre cittadini cinesi nella strage del Radisson Blu Hotel di Bamako, in Mali, ora la Repubblica Popolare Cinese deve fare i conti con l’impossibilità di chiamarsi fuori dagli eventi che negli ultimi anni hanno destabilizzato l’intero scenario internazionale.

 

La tradizionale politica di non-interferenza di Pechino sembra stia infatti progressivamente cedendo il passo alla possibilità di un maggior attivismo della Cina nella lotta alla minaccia del terrorismo globale. Già in occasione dell’attacco di Bamako, il tabloid cinese Global Times aveva evocato la necessità di un’azione congiunta di carattere internazionale per mettere a punto un “piano anti-terrorismo coordinato”. Il riferimento del quotidiano cinese, in tale occasione, era naturalmente allo Stato Islamico, ma vi è anche un riferimento trasversale ai potenziali focolai di terrorismo di matrice islamica presenti nella regione dello Xinjiang, nella Cina occidentale, conosciuta anche con il nome di Turkestan Orientale, così come viene chiamata dalla minoranza etnica degli Uiguri. Questa popolazione turcofona e di religione musulmana intrattiene da sempre rapporti di convivenza estremamente tesi con il governo centrale e i cittadini di origine cinese.

 

La serie di attacchi terroristici avvenuta negli ultimi anni a opera di gruppi di Uiguri estremisti separatisti, culminate nei massacri del mercato di Urumqi e della stazione ferroviaria di Kunming (il cosiddetto “11 settembre della Cina”), entrambi nel 2014, ha provocato un giro di vite da parte delle autorità di Pechino sull’intera popolazione uigura, con l’adozione di misure restrittive che sono arrivate spesso a toccare la vera e propria repressione e la violazione dei diritti umani.

 

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Tra le misure restrittive più recenti vi è il divieto della pratica di tutto ciò che possa essere ricondotto a una manifestazione religiosa “estremista”. Il problema, afferma Patrik Meyer, autore di uno studio condotto dal think-tank New America, è che dal punto di vista del Partito Comunista Cinese, tale divieto si estende anche a quelle pratiche del tutto comuni nell’Islam, come la preghiera, l’indossare il velo, farsi crescere la barba, il digiuno, l’astensione dal bere alcolici e persino il recarsi in moschea. “Il problema del concetto di estremismo religioso di Pechino è che esso include le comuni pratiche religiose seguite dai musulmani moderati”, afferma Meyer.

 

È proprio questa “repressione di Stato” da parte del governo centrale, unita alla forte disparità economica esistente tra la popolazione uigura e i cittadini cinesi di etnia Han, ad aver spinto, secondo Meyer, circa un centinaio di Uiguri dello Xinjiang a unirsi alle fila dello Stato Islamico. Nel report del New America, Meyer afferma che le politiche di Pechino “potrebbero essere un fattore che ha indotto questi individui a lasciare il paese e a cercare altrove un senso di appartenenza”.

 

Una documentazione fornita da un disertore dello Stato Islamico parla di circa 3.500 reclute straniere unitesi ai jihadisti, delle quali circa 114 provenienti dallo Xinjiang. Il che farebbe della regione la quinta più grande potenziale fonte di foreign fighters del mondo.

 

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Alcuni analisti hanno tuttavia rilevato che i militanti Uiguri nominati nel rapporto non avrebbero avuto alcun genere di esperienza pregressa in materia di “guerra santa”; si parla anzi di persone – tra cui anche un bambino di 10 anni – con un livello di istruzione, anche religiosa, decisamente scarso.

 

Elementi che hanno portato gli esperti a porsi dei dubbi sul reale impatto dei foreign fighters Uiguri e sul loro effettivo legame con il terrorismo globale, ipotizzando una “iperbolizzazione” della minaccia terroristica al fine di giustificare le severe misure di sicurezza applicate dal governo cinese nello Xinjiang, territorio di estremo interesse per Pechino, poichè ricco di giacimenti petroliferi e di altre risorse energetiche.