GIAPPONE -

Il Sud-Est asiatico rischia di diventare una nuova fabbrica di foreign fighters per lo Stato Islamico. Gli USA puntano soprattutto sul supporto dell’intelligence giapponese

Abe and Obama chat as they prepare to deliver remarks to reporters before their bilateral meeting alongside the APEC Summit in Manila

Vai alla scheda paese Commenta l'articolo (0)

di Priscilla Inzerilli

Nel tour asiatico di novembre il presidente americano Barack Obama ha sottolineato la necessità di una risposta unitaria al terrorismo da parte di una coalizione di carattere internazionale. Concetto ribadito da Obama prima nelle Filippine, in occasione del 23° vertice dei paesi dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), e successivamente in Malesia, per il summit annuale dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico).

 

Obama è dunque andato oltre le sfide dell’integrazione economica, come si potrebbe pensare parlando di ASEAN e APEC, richiamando piuttosto l’attenzione principalmente sulla minaccia rappresentata dallo Stato Islamico, che proprio nel Sud-Est Asiatico sembra trovare terreno sempre più fertile per espandere la propria rete globale. Paesi come Malesia, Indonesia – primo al mondo per numero di fedeli musulmani – e Filippine, oltre a essere spesso utilizzati come zone di transito da centinaia di foreign fighters intenzionati a raggiungere la Siria per unirsi a ISIS, costituiscono dei potenziali hub di reclutamento e addestramento per nuovi combattenti.

 

Il rischio terrorismo

Secondo la Divisione antiterrorismo della polizia malese, esisterebbe un progetto di integrazione tra gruppi terroristici locali – come Jemaah Islamiah e Abu Sayyaf – al fine di creare una fazione “distaccata” dello Stato Islamico nel Sud-Est asiatico, sfruttando i diffusi focolai di tensione nazionalista ed etnico-religiosa presenti nella regione. Ne sarebbe promotore un ex docente universitario, Mahmud Ahmad, già finito nella lista nera delle autorità malesi dall’aprile del 2014.

 

Video grab of Abu Sayyaf rebels

(Miliziani del gruppo ribelle Abu Sayyaf nelle Filippine)

 

È proprio in una Kuala Lumpur blindata per le misure antiterrorismo straordinarie, attuate in occasione del summit, che è arrivato l’appello del presidente Obama alla Malesia, unico paese dell’ASEAN, insieme a Singapore, a essersi unito alla coalizione anti-ISIS. La Malesia, ha affermato Obama, può essere estremamente utile nel contrastaregli sviluppi più “distruttivi e perversi” della vicenda.

 

151115 terrorGroups Chng rev3

 

Il ruolo del Giappone

Una risposta risoluta arriva poi dal Giappone, partner storico degli USA in Asia Orientale, che durante il vertice in Malesia ha annunciato di voler istituire un’agenzia di intelligence nazionale, una proposta che era già stata lanciata sulla scia della crisi innescata dall’uccisione di alcuni ostaggi giapponesi da parte dello Stato Islamico. L’agenzia, che negli auspici del primo ministro Shinzo Abe dovrebbe diventare operativa entro la prossima edizione del G7, prevista nel maggio del 2016 in Giappone. Si occuperebbe inizialmente di raccolta informazioni e analisi, contando su sedi distaccate ad Amman, Il Cairo, Giacarta e Nuova Delhi, lasciando intendere dunque un focus sul terrorismo islamico.

 

Members of Japan's Ground Self-Defense Force 1st Airborne Brigade rappel from a UH1J Helicopter during an annual new year military exercise at Narashino exercise field in Funabashi

(Giappone, Funabashi: esercitazione delle Forze di autodifesa giapponesi)

 

La creazione di un’unità d’intelligence antiterrorismo, indipendente dalle agenzie degli alleati, si inserisce nell’opera di revisione delle linee guida della Difesa giapponese attuata dal governo del conservatore Abe, promotore di un maggior impegno del Giappone nel contesto internazionale (il cosiddetto Proactive Pacifism). Ciò scatena però, nell’opinione pubblica nipponica e non solo, il timore di una “rinascita” di un militarismo giapponese. Se da una parte gli USA appoggiano l’idea di una maggiore “indipendenza militare” del Giappone – soprattutto nell’ottica di una più efficace cooperazione nell’ambito della sicurezza marittima in aree come il Mar Cinese Orientale e Meridionale – dall’altra l’opzione di rinunciare al supporto militare degli USA non sembra una soluzione al momento praticabile.

 

Emblematica in tal senso è la questione di Okinawa, che ospita circa il 75% delle basi militari americane presenti sul suolo giapponese, secondo quanto stabilito dagli accordi del Trattato di Sicurezza del 1951. L’isola, la cui posizione geografica è di valore strategico per gli USA, è da decenni teatro di proteste da parte della popolazione locale, che chiede insistentemente la rimozione delle basi, restando però inascoltata dal governo di Tokyo, costantemente diviso tra il tentativo di contenere il malcontento della popolazione locale e l’assecondare le necessità dell’alleato americano.