BOSNIA HERZEGOVINA -

Lo Stato Islamico sta aprendo un nuovo fronte di guerra nell'est dell'Europa. Il suo obiettivo è prendere il controllo delle rotte energetiche e colpire con più efficacia il cuore del Vecchio Continente

A Bosnian Muslim priest leads prayers behind the closed gates of a factory where Muslim men and boys were executed in Kravica

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di Tersite

La crisi economica nei Balcani, sommata all’emergenza e alle tensioni poste dal problema dei migranti, forniscono l’ideale terreno per l’espansione della minaccia jihadista. Negli ultimi anni i Balcani sono stati area di reclutamento di miliziani andati poi a combattere in Siria agli ordini dello Stato Islamico. Dalla metà dello scorso anno sono stati poi diffusi più video in cui si annunciava che l’ISIS presto avrebbe portato qui la “guerra purificatrice e vendicatrice” del Califfato. Video in albanese confezionati dal media center dell’ISIS, Al Hayat, in cui il miliziano islamico kosovaro Abu Muqatil, dichiaratosi rappresentante dell’organizzazione, dichiara: “Dovrete aver paura di camminare per le strade, di stare nei vostri uffici, di dormire nelle vostre case”. Ma anche video in bosniaco pubblicati nel canale Put hilafeta (La strada del Califfato) di YouTube, in cui si annuncia vendetta contro tutti quelli che “in Kosovo, in Albania, in Macedonia e in tutti i Balcani hanno disprezzato i musulmani”.

 

Sono aumentati da allora i casi di jihadisti che, di ritorno dalle zone di combattimento in Medio Oriente, sono stati coinvolti in atti terroristici, omicidi di poliziotti, con più arresti in Albania, Bosnia-Herzegovina e Kosovo, i tre Paesi balcanici con maggiore presenza musulmana.

 

L’istituto di ricerca inglese per lo studio della radicalizzazione (ICSR) ha stimato la regione dei Balcani come l’area di maggiore reclutamento di foreign fighters dopo il Medio Oriente e l’Europa Occidentale. Pur nella difficoltà e ambiguità di una identificazione, tra i miliziani balcanici morti in Siria vi sarebbero al primo posto quelli della Bosnia-Herzegovina, poi di Macedonia, Albania, Kosovo, Serbia e Montenegro.

 

Mentre in alcuni villaggi bosniaci sventola la bandiera nera dell’ISIS, in Albania vi sarebbero forti rischi nei distretti di Librazhdi e di Elbasan, dove in numerosi nuclei salafiti imam spingono alla radicalizzazione dei giovani. Nella stessa Albania i salafiti hanno fornito rifugio a jihadisti balcanici che hanno da lì raggiunto Istanbul, per passare poi in Siria. Uno di loro è stato il kosovaro Mentor Zejnulahu, arrestato nel settembre del 2015 poco prima che si imbarcasse per la Turchia. Ma dall’Albania è anche frequente il passaggio in Italia, via mare da Durazzo, o via aerea in aeroporti secondari.

 

La sfida per il controllo dei gasdotti

Con la Siria costantemente sotto il tiro dei radar aerei di Russia da una parte e della coalizione internazionale a guida USA dall’altra, è del tutto plausibile che il Califfato stia portando avanti i preparativi per l’apertura del fronte dei Balcani, nella porzione di guerra globale che vede i jihadisti wahabiti disseminare destabilizzazione nei centri nevralgici di snodo di gasdotti e pipeline tra Europa e Medio Oriente.

 

Gas pipes bearing the flag of Russia lie on the ground near the Serbian village of Sajkas

(Condotte del gasdotto South Stream depositate a Sajkas, a nord di Belgrado) 

Anche perché la Turchia, che aveva puntato sulla caduta del presidente siriano Bashar Assad per la propria espansione in Medio Oriente, potrebbe ora intensificare la già forte presenza nell’area puntando la propria attenzione sui territori balcanici, dove vi è una forte presenza di turchi (sunniti), residuo della dominazione dell’Impero Ottomano. Nei piani di Ankara i Balcani potrebbero essere un’altra area, come in Siria, dove supportare l’onda jihadista a copertura delle sue mire.

 

In Siria doveva passare, nei progetti di Arabia Saudita e Qatar, il gasdotto che avrebbe dovuto portare in Europa il gas qatariota dal giacimento off-shore South Pars/North Dome, il più grande del mondo. Il progetto venne proposto ad Assad, ma il presidente siriano, non volendo legarsi ai Paesi sunniti wahabiti del Golfo, e preferendo invece mantenere saldo l’asse sciita con Teheran, tra il 2010 e il 2011 rifiutò la proposta a vantaggio di quella di un gasdotto dall’Iran, diretto poi all’Europa.

 

Nella primavera del 2011 scoppiarono le prime proteste antigovernative in Siria nella città di Deraa, distante poco più 5 chilometri dal confine con la Giordania, nella quale hanno operato agenti americani (con funzioni di destabilizzazione e PSYOP, Psychological operations) e quelli della CIA che hanno addestrato e poi fatto infiltrare in Siria combattenti “moderati”.

 

I Balcani sono invece il previsto territorio di transito del gasdotto South Stream: un progetto bloccato dall’UE su pressione USA, ma che ora sta tornando in auge per le proteste italiane sul raddoppio tedesco del North Stream, per gli accordi tra Roma, Mosca e Atene su un comune gasdotto e per la pressione dei Paesi balcanici che vi vedono un’occasione di ripresa economica e sviluppo. I Balcani sono poi il primo terminale di transito europeo della “Nuova Via della Seta” avviata dalla Cina, mentre i porti di Fiume (Croazia) e di Capodistria (Slovenia) fanno parte del nuovo polo portuale che con Ravenna, Trieste e Venezia saranno il nuovo terminale europeo delle navi container cinesi provenienti da Suez.

 

I gasdotti dalla Russia costituiscono un elemento di diretto partenariato russo-europeo inviso agli Stati Uniti perché allenterebbe la loro presa sull’Europa e farebbero sorgere in quell’unità un competitor troppo forte. La Nuova via Della Seta cinese è, se possibile, ancora più invisa agli USA in quanto, oltre a essere un raccordo commerciale che legherebbe tutta l’Eurasia (Cina, Asia Centrale, Medio Oriente, Russia, Europa), rappresenterebbe anche un’occasione di progressivo sganciamento della Cina dalla sua dipendenza dal mercato americano. Quindi dall’obbligo di acquistarne il debito.

 

I piani degli USA e i rischi per l’Europa

Da qui si può dedurre che i Balcani potranno essere il prossimo fronte in cui gli USA avranno intenzione di consolidare la loro presenza oltreché politica ed economica anche militare. Un fronte in cui l’Italia sarebbe direttamente coinvolta, per l’estrema vicinanza geografica, per il coinvolgimento politico ed economico. L’Albania è praticamente una provincia italiana, a noi Tirana guarda per prospettive e cultura e l’italiano è lì di fatto la seconda lingua. Ma l’Albania è anche il Paese più a rischio per la sedimentazione jihadista a causa della crisi in cui versa.

 

Two U.S. soldiers walk in front of a Kosovo national flag being carried by Kosovo Security Force members during a march close to the town of Vushtri, in northern Kosovo(Soldati americani nel nord del Kosovo, ottobre 2015)

 

Non solo l’Albania ma tutti i Balcani, alla luce del prevedibile spostamento della guerra islamica per procura, dovrebbero essere oggetto di maggiore attenzione da parte europea. La destabilizzazione nei Paesi balcanici avrebbe infatti degli effetti devastanti per l’Europa. Ciò varrebbe sia i Paesi meridionali, che ha nello scambio con l’Est, e con il Mediterraneo, la loro unica chance di superamento della crisi, ma anche per quelli settentrionali perché, una volta stabilita una forte base nei Balcani, i jihadisti potrebbero colpire con più facilità in tutta l’Europa.

 

Per provare a tamponare il rischio occorrerebbe pertanto un immediato intervento in quest’area. L’Italia, che è il paese più prossimo, più in pericolo e più coinvolto, potrebbe farsi promotrice di uno straordinario Piano Marshall per i Balcani, raccogliendo e stimolando la necessaria sensibilità politica del maggior numero possibile di Paesi europei. Perché non è certo con i summit e i raccordi tra polizie che si può fermare una proliferazione jihadista che godrebbe, come ha goduto finora, di ampi finanziamenti, stimoli e protezioni, sfruttando a proprio favore la povertà per istigare odio e rancore e accogliere nelle propria fila miliziani fanatizzati pronti alla morte per il riscatto.