SIRIA -

Per colpire alle fondamenta lo Stato Islamico occorre eliminare il problema alla radice, tracciando i flussi di denaro che arrivano soprattutto dai Paesi del Golfo

Smoke rises from an oil refinery in Baiji, north of Baghdad

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di Biagino Costanzo

Daesh, o come lo chiamano i suoi sostenitori “Al Dawla” (“lo Stato”), sta in questi giorni perdendo posizioni in varie zone della Siria, dell’Iraq e della Libia. Ma non illudiamoci. La sua risposta presto sarà ancora più violenta di quanto abbiamo visto finora. La fragilità di Bruxelles, cuore politico e istituzionale di quel vecchio malato che è l’Europa, gli attentati in Turchia, Siria e Nigeria, hanno dimostrato quanto possano arrivare a essere crudeli i miliziani dello Stato Islamico.

 

Ormai è però chiaro a tutti che la vera forza dei terroristi del Califfato sono i numerosi fondi che arrivano all’organizzazione da tutto il mondo e la loro capacità di trarre profitto dalle devastazioni che in questi due anni hanno compiuto in Iraq, Siria e Libia, dove hanno preso il controllo di pozzi di petrolio per vendere il greggio al mercato nero.

 

La macchina di morte dello Stato Islamico ha colpito da Parigi a Sharm el Sheik, dalla Siria al Nord Africa, dall’Iraq a San Bernardino negli Stati Uniti. E anche se si continua ad affermare che si tratta nella maggior parte dei casi di cani sciolti che spesso si muovono per conto loro uccidendo alla cieca al grido di Allahu Akbar”, come ad esempio è accaduto in un centro disabili in California nel dicembre del 2015, è sempre più evidente che il Califfato stia esprimendo sempre di più la propria forza attraverso un’organizzazione capillare delle cellule dormienti, il reclutamento di foreign fighters, il recupero di armi, munizioni, esplosivi.

 

Per farlo servono contatti, passaporti puliti, addestramenti, agganci per far attraversare i confini ai foreign fighters e rifugi sicuri. Tutto questo portando avanti al contempo la macchina bellica nei territori occupati tra la Siria, l’Iraq e la Libia. Inoltre, oltre a questi costi, lo Stato Islamico ha diverse spese relative alle sue attività di governo nei territori del Califfato, come la gestione delle scuole e delle mense, il sistema giudiziario basato sulla sharia, la polizia religiosa, le paghe ai miliziani.

 

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Da dove arrivano i soldi a ISIS

Ma per far funzionare questo sistema servono tanti soldi. ISIS ne usa molti, ad esempio, per la propaganda e la veicolazione dei propri messaggi. Molta attenzione viene data al fattore mediatico. Oltre alla produzione e diffusione dei famosi e ben studiati filmati delle decapitazioni, i tecnici del Califfato usano le nuove tecnologie e i social media per raccogliere le donazioni di singoli individui. La rivista Al-Naba, per esempio, tiene informati i donatori sui progressi delle operazioni militari, mentre su Twitter è possibile vedere le foto degli equipaggiamenti militari e degli avanzamenti territoriali del gruppo. Lo Stato Islamico ha dimostrato di essere ben organizzato nel dedicarsi a queste due strutture.

 

Bisogna non dimenticare, poi, che Daesh genera un enorme volume di entrate al suo interno. Ma tutto questo denaro non viaggia in valigette, bensì passa per circuiti finanziari e bancari che facilitano il trasferimento della liquidità da un posto a un altro. Ed è qui che occorre intensificare le indagini, le investigazioni, il controllo, in modo da capire chi è complice del Califfato e chi apre per loro conti cifrati.

 

Le differenze tra ISIS e Al Qaeda

A seguito degli attentati dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti e i loro alleati usarono tutte le loro forze per smantellare il sistema di finanziamento usato da Al Qaeda, basato soprattutto su donazioni esterne: addirittura Osama Bin Laden si lamentò con i suoi della mancanza di fondi nelle casse dell’organizzazione.

 

Oggi i nuovi sistemi di finanziamento su cui fa leva ISIS, ma non solo, si basano sempre più su fondi raccolti localmente e meno su finanziamenti esterni (comunque, anche se in forma molto ridotta, ancora presenti). Al Qaeda nel Magreb Islamico (AQIM), in particolare, basa le sue entrate soprattutto su rapimenti e successive richieste di riscatti e su traffici illegali – per esempio di opere d’arte – che garantiscono profitti per decine di milioni di dollari.

 

Osama bin Laden sits with his adviser and purported successor Ayman al-Zawahri during an interview in Afghanistan

(Da sinistra Osama Bin Laden e l’attuale leader di Al Qaeda Ayman Al Zawahiri)

 

Come afferma il professore Jimmy Gurulè della Notre Dame University, il modello di finanziamento di Daesh è diametralmente opposto a quello di Al Qaeda. Mentre quest’ultima poteva contare su un costante flusso di denaro che da fuori arrivava all’interno dell’organizzazione, il Califfato genera denaro dal suo interno e poi distribuisce risorse all’esterno. Il modello di ISIS è molto più difficile da controllare e monitorare, perché tutto al suo interno è più liquido rispetto al passato. Ad oggi l’Occidente non ha ancora trovato una strategia per fermare questi enormi flussi di denaro. In Medio Oriente si stanno bombardando colonne di autobotti che contrabbandano petrolio lungo il confine tra Siria e Turchia. Ma bisogna anche guardare altrove, mettere da parte la realpolitik e chiedere a Paesi come Arabia Saudita, Turchia e Qatar di non garantire più ingressi sicuri nei loro sistemi finanziari a gruppi jihadisti.

 

Il salto di qualità dello Stato Islamico

Per molti mesi le finanze dello Stato Islamico si sono basate sui ricavi di operazioni criminali, rapine e vendita del greggio estratto da pozzi petroliferi iracheni e siriani. Secondo alcune stime, la vendita di petrolio garantirebbe all’ISIS un profitto di circa 1,5 milioni di dollari al giorno. Più di recente, come ha scritto il New York Times, i miliziani dello Stato Islamico hanno avviato una vera e propria economia di guerra: Daesh controlla magazzini e raffinerie e ha messo in piedi un sistema molto articolato di estorsioni ai danni di imprenditori e di vendita di ex-proprietà governative ed equipaggiamenti militari americani, tra cui anche gli Humvee, veicoli militari dell’esercito statunitense forniti dagli Stati Uniti al governo di Baghdad dopo la caduta di Saddam Hussein e poi sequestrati dai jihadisti dalle basi militari irachene.

 

A boy poses while showing one of the fake U.S. 100 dollar banknotes depicting Islamic State's leader Abu Bakr al-Baghdadi and al-Nusra Front's leader Abu Mohammed al-Joulani, that were dropped by Syrian army jets in the Douma neighborhood of Damascus

(Damasco. Una banconota con l’immagine del Califfo Al Baghdadi)  

 

Daesh ha inoltre ottenuto anche circa mezzo miliardo di dollari sequestrando i contanti tenuti nelle banche nell’Iraq settentrionale e occidentale, durante la rapida avanzata partita nel giugno del 2014 da Mosul. Altre fonti di guadagno sono: la vendita o l’affitto di case di persone che sono state uccise o che hanno lasciato le loro abitazioni dopo l’arrivo dell’ISIS; i contanti in valute forti portati dai foreign fighters arrivati nei territori del Califfato per combattere; la vendita di orzo e grano coltivati nelle terre controllate dall’ISIS (secondo Reuters se orzo e grano fossero venduti al mercato nero anche solo al 50% del loro valore, potrebbero generare più di 200 dollari annui di profitto); la vendita di solfato, solfuro e cemento (sempre secondo Reuters se acido solforico e acido fosforico fossero venduti al mercato nero anche solo al 50% del loro valore, potrebbero generare più di 300 dollari annui di profitto); il traffico di esseri umani, soprattutto la vendita di donne al mercato degli schiavi.

 

I traffici di droga

Un’altra importante fonte di introiti è il traffico di droga. Molto jihadisti dell’ISIS si drogano per vincere la paura e lanciarsi in azioni terroristiche. Quantitativi di droga sono stati scoperti nella camera dell’hotel dove alloggiava nei giorni della sua fuga Abdeslam Salah, uno dei terroristi che ha partecipato agli attacchi di Parigi del novembre 2015. E tracce di droga sono state trovate nel corpo dell’attentatore che ha fatto una strage di turisti sulla spiaggia di Sousse, in Tunisia, nel giugno del 2015.

 
A customs officer displays Captagon pills, part of the 789 kilogrammes of confiscated drugs, before its incineration in Sofia

(Pillole di Captagon)

 

Ma la droga, principalmente il Captagon, viene trafficata dallo Stato Islamico nei circuiti internazionali. Il Captagon viene prodotto dalla fenetillina, una molecola anfetaminica che viene mischiata con la caffeina. Lo psichiatra libanese Elie Chédid, intervistato da Orient-Le Jour, ha spiegato che questa combinazione stimola la dopamina e migliora la concentrazione dell’individuo che la assume. Per queste ragioni in passato il Captagon era usato come farmaco, in particolare per il trattamento della narcolessia e dell’iperattività, prima di essere considerato una sostanza che crea dipendenza ed essere per tale motivo vietato in molti Paesi dal 1980. Dopo il 2011, la fabbricazione di Captagon dal Libano, che fino a quel momento era stato il primo Paese produttore, si è spostata in Siria. Come emerge da diverse inchieste giornalistiche, la maggior parte delle pillole di Captagon è adesso prodotta infatti in Siria. Le pillole vengono poi trasportate in barca o in auto in Libano e Giordania per essere immesse nei circuiti dei traffici internazionali.

 

Secondo le cifre fornite dall’Organizzazione Mondiale delle Dogane (OMD), la quantità di pillole sequestrate in Siria è aumentata in modo esponenziale negli ultimi anni: nel 2013 sono state sequestrate undici tonnellate di Captagon contro le quattro tonnellate dell’anno precedente. Venduto a un prezzo che va dai 5 ai venti dollari a pasticca, il Captagon ha un potenziale economico enorme.

 

Come fermare i finanziamenti

Per colpire alle fondamenta Daesh bisogna pertanto intercettare alla radice il problema, prosciugare le fonti, tracciare i flussi di denaro e bloccarli. Organizzazioni, enti e società dei Paesi arabi sunniti del Golfo Persico – tra cui oltre ai già citati Arabia Saudita e Qatar vi sono anche Emirati Arabi Uniti e Kuwait – hanno finanziato, e molto probabilmente stanno continuando a finanziare, i gruppi che combattono contro il regime sciita di Bashar al Assad. I finanziamenti allo Stato Islamico non provengono comunque dai governi del Golfo, ma da privati che spesso usano legislazioni piuttosto morbide per far arrivare il denaro in Siria. In generale, non stupisce più di tanto che questi Paesi mantengano una certa flessibilità riguardo il finanziamento di gruppi esterni, anche se terroristi. D’altronde, nelle logiche della politica mediorientale degli ultimi trent’anni, i primi nemici dei Paesi sunniti sono stati Iran e Siria, Paesi come noto governati da leadership sciite.

 

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In conclusione, sono quattro i fronti su cui contrastare ISIS:

 

- militare: combattere i gruppi jihadisti presenti nei territori occupati e bloccare la loro avanzata in altri Paesi;

 

- strategico: rafforzare l’intelligence per intensificare il lavoro di analisi e contrasto alla rete jihadista e intercettare i reclutatori e i terroristi. Per farlo, però, devono essere interrotti i tagli alla spesa per la difesa e la sicurezza. Inoltre, devono essere intensificati i rapporti tra le varie Agenzie di intelligence dei Paesi europei e non, superando l’egoismo provinciale che ancora soffoca la possibilità di usufruire in modo concreto ed efficiente di queste strutture di eccellenze;

 

- economico: colpire ISIS nel suo vero punto di forza, vale a dire il denaro;

 

- culturale: iniziare a saper coniugare accoglienza, integrazione e il rispetto delle leggi e dei costumi dei Paesi che ospitano chi fugge da guerre, violenze e persecuzioni.