GERMANIA -

Un foreign fighter arrestato al suo rientro in Germania dalla Siria ha raccontato al New York Times il modo in cui lo Stato Islamico istruisce i propri adepti per compiere attentati nel nostro continente

A masked man speaking in what is believed to be a North American accent in a video that Islamic State militants released in September 2014 is pictured in this still frame from video

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di Alfredo Mantici 

 

Dagli interrogatori di foreign fighters rientrati dalla Siria e successivamente arrestati in Francia o in Germania, emerge un quadro interessante di come l’ISIS sta esportando il terrorismo fuori dal Medio Oriente.

 

Negli ultimi tre anni tutti i foreign fighters arrivati nelle roccaforti jihadiste siriane sono stati sottoposti a un’accurata selezione nei campi messi in piedi dallo Stato Islamico al confine tra Turchia e Siria. La selezione avviene ad opera della Emni, una struttura del Califfato che svolge sia le funzioni di sicurezza che quelle di propaganda sotto il comando del portavoce di ISIS Abu Muhammad al Adnani, l’uomo responsabile non solo delle operazioni di intelligence dell’organizzazione ma anche della preparazione e diffusione di tutti i video di propaganda diffusi sul web per illustrare le prodezze sanguinarie dei miliziani jihadisti. Il quartier generale di Emni è a Raqqa, la capitale siriana del Califfato.

 

L’intervista del New York Times

In un’intervista pubblicata sul New York Times il 3 agosto Harry Sarfo, un jihadista tedesco arrestato a Brema lo scorso anno e attualmente in carcere in Germania, ha spiegato quali sono le fasi di addestramento dei foreign fighters agli ordini di ISIS. Le sue dichiarazioni vanno prese con la dovuta cautela, così come si fa con i pentiti, siano essi terroristi o mafiosi. Si tratta comunque di dichiarazioni molto interessanti che svelano una parte nevralgica del modus operandi del Califfato. Sarfo spiega che gli emissari di al Adnani sono istruiti per far capire immediatamente a una parte dei foreign fighters, arrivati in Turchia e pronti a passare il confine con la Siria, che per la strategia del Califfato sarebbero molto più utili se tornassero nei loro Paesi di origine piuttosto che andare a combattere in Siria perché lì “di combattenti ce ne sono abbastanza”.

 

 

Secondo documenti dei servizi di intelligence europei citati dal New York Times, tra i foreign fighters che l’ISIS ha convinto a rientrare nei loro Paesi di origine figurano i responsabili della strage sulla spiaggia di Sousse in Tunisia del 26 giugno 2015, il gruppo autore della strage del Bataclan in Francia del 13 novembre 2015 e del mancato attentato allo Stade de France dello stesso giorno. Tutti questi operativi erano stati fatti rientrare nei loro Paesi d’origine dopo essere stati sottoposti a un sommario addestramento sull’uso delle armi e sulla fabbricazione dei corpetti esplosivi. La pianificazione del rientro è molto accurata e smentisce, secondo tutte le informazioni raccolte e incrociate dal New York Times, chi crede che i terroristi vengano fatti imbarcare sui precari barconi sovraffollati di migranti che partono continuamente dalle coste di Medio Oriente e Nord Africa verso le coste europee del Mediterraneo.

 

Le fasi dell’addestramento

Per rendere credibile che gli operativi non hanno mai messo piede in Siria, a nome di ciascuno di quelli destinati a rientrare in Europa viene prenotato un soggiorno in un resort turistico turco di una settimana. Al momento del rientro, ai foreign fighters vengono forniti non soltanto denaro e numeri di telefono da contattare in caso di emergenza, ma anche la ricevuta dell’avvenuto pagamento della vacanza in Turchia da esibire in caso di arresto.

 

Dopo il rapido addestramento, i neo terroristi – ai quali è stato suggerito di passare un congruo periodo nei loro Paesi di origine e tentare di fare in loco proselitismo all’interno delle comunità musulmane – con l’aiuto di contrabbandieri professionisti, singolarmente o al massimo a gruppetti di due o tre elementi, vengono fatti rientrare in Turchia dove la rete locale di Emni procura loro dei biglietti aerei verso le destinazioni stabilite. Sarfo è stato arrestato proprio all’aeroporto di Brema mentre sbarcava da un volo proveniente da Ankara.

 

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Dall’insieme delle dichiarazioni delle sue dichiarazioni, e dai verbali degli interrogatori dei complici della strage del Bataclan a Parigi, emergono alcuni dati che chiariscono la strategia terroristica dell’ISIS in Europa e in Occidente in generale. Gli attentati in Europa vengono considerati prima di tutto formidabili strumenti di propaganda per il Califfato tanto che il loro coordinamento e la loro veicolazione sul web – con annesse minacce contro “ebrei” e “crociati” – vengono assicurati proprio da al Adnani.

 

Le azioni non sempre seguono un modello di pianificazione rigida e coordinata direttamente da Raqqa. Sul modello dei gruppi anarco-insurrezionalisti europei, agli operativi dell’ISIS viene insegnato come costituire dei “nuclei di fuoco” analoghi ai “gruppi di affinità” anarchici per promuovere azioni terroristiche decise in autonomia dopo il rientro in Europa.

 

La necessità di controlli all’“all’israeliana” negli aeroporti

Queste notizie suggeriscono che un controllo “all’israeliana” negli aeroporti europei sui passeggeri provenienti dalla Turchia e dai Paesi del Medio Oriente e Nord Africa, potrebbe consentire di bloccare molti foreign fighters di ritorno. Per controllo “all’israeliana” si intende una accurata ricerca ad personam rivolta a tutti i passeggeri – esclusi vecchi e bambini – che possano avere le caratteristiche teoriche del militante, dunque giovani tra i venti e i quarant’anni che magari rientrano nel loro Paese, dove erano disoccupati, dopo un improbabile vacanza in Turchia. Le forze di sicurezza israeliane non si accontentano del semplice controllo dei passaporto e dei visti, ma sottopongono tutti i passeggeri sbarcati dai voli sospetti a interrogatori stringenti.

 

A passenger goes through security checks at Ben Gurion international airport near Tel Aviv

(Una fase dei controlli dei passeggeri all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv)

 

Cosa possono fare i servizi europei

Un’altra informazione di interesse emersa dall’intervista a Sarfo ci consente di comprendere che gli operativi inviati a compiere attentati in Europa come detto non dispongono di una pianificazione già pronta e determinata a Raqqa, ma debbono rientrare nel loro ambiente, reclutare complici e pianificare in autonomia gli attentati.

 

Con tutte queste informazioni, ottenute da diversi foreign fighters arrestati dopo il loro rientro dalla Siria, non dovrebbe essere impossibile per i servizi europei pianificare una coerente e razionale strategia di prevenzione di ulteriori attentati esercitando controlli accuratissimi sui voli provenienti dalla Turchia e dal Medio Oriente e sulle comunità all’interno delle quali sono cresciuti e sono stati allevati i terroristi finora fermati.

 

Infine, un’altra notizia significativa fornita da Sarfo al New York Times dice che al momento non sono mai stati reclutati in Siria terroristi destinati a colpire l’Italia di fatto per mancanza di materiale umano. Le mete preferite restano Francia, Inghilterra e Germania.