IRAQ -

Superato il caldo soffocante di agosto, in Africa e Medio Oriente torneranno a parlare le armi. Previsioni sui conflitti in Iraq, Siria e Libia e sulle prossime offensive dello Stato Islamico

Members of the Libyan pro-government forces take their positions during street clashes with the Shura Council of Libyan Revolutionaries in Benghazi

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di Luciano Tirinnanzi

Passata l’estate, resta l’emergenza. Quando il caldo soffocante allenterà la sua presa sul deserto, nella galassia dei territori islamici di Africa e Medio Oriente dove soffia il vento della jihad, le armi torneranno a parlare come e più di adesso, sostituendosi forse definitivamente alla diplomazia. Per quanto riguarda la minaccia più concreta in questa regione, ovvero lo Stato Islamico, il mese di agosto ha visto significativamente una flessione delle operazioni militari sia in Siria che in Iraq e il parallelo consolidamento territoriale in Libia, particolarmente a Sirte.

 

La situazione in Iraq

Mentre gli uomini del Califfo si leccavano le ferite, però, nessuno ha approfittato di questa fase per scalfire le sue forze e abbattere le certezze dei “conquistatori”. Non l’esercito iracheno, che complice il caldo non è riuscito ad avanzare a Ramadi, perduta nel mese di maggio, né ha ripreso il controllo sulla cruciale raffineria di Baiji, che lo stesso premier iracheno Haider al-Abadi ha definito in queste ore come una battaglia “cruciale per le sorti dell’intera guerra”. E tutto questo nonostante i raid aerei della coalizione internazionale si siano concentrati particolarmente proprio in territorio iracheno, dove è piovuto quasi il doppio delle bombe rispetto al teatro siriano (a fine giugno, si contavano 2.833 strike in Iraq e 1.717 in Siria).

 

A member of the Iraqi security forces stands guard with his weapon at Camp HabbaniyahUn soldato dell’esercito iracheno a Camp Habbaniyah, tra Fallujah e Ramadi

 

Dunque, l’Iraq sciita è ancora avvinto in una sfida mortale con il nemico sunnita, rivelatosi più forte di quanto si credesse e “duro a morire” più di quanto si fosse inizialmente stimato. Le campagne per la riconquista di queste due aree, Baiji e Ramadi, ci diranno presto se dobbiamo abituarci alla presenza dello Stato Islamico in terra di Babilonia o se invece ci sono speranze nel lungo termine perché Baghdad torni ad amministrare ancora il nord del Paese.

 

La situazione in Siria

Non va meglio in Siria, dove il Califfato ha espanso il suo potere, pur perdendo diversi alti ufficiali e scontrandosi con più di un nemico alla volta (i ribelli siriani lottano sia contro Assad che contro lo Stato Islamico). Le immagini di Palmira e della distruzione dei siti archeologici non sono che l’ultimo schiaffo in faccia al regime di Damasco e al mondo intero, anche se il vero scandalo restano certo le vittime di guerra, che nel 2015 hanno raggiunto lo spaventoso numero di 250mila, senza contare i 4 milioni di profughi.

 

Il presidente Bashar Al Assad, tramite un’emittente vicina a Hezbollah, si è detto in queste ore “fiducioso del sostegno continuo degli alleati-chiave” ovvero Iran e Russia. Da Mosca, in effetti, il 18 agosto scorso sono giunti a Damasco sei aerei Mig-31 Foxhound, seguiti da un gigantesco An-124 Condor da trasporto che aveva in pancia circa 1.000 Kornet-9M133, missili anticarro teleguidati di terza generazione, efficaci per prevenire gli attacchi suicidi dei tank dello Stato Islamico (che usano questi mezzi come arieti per penetrare e sfondare le linee nemiche).

 

Handout photo of Syria's President Bashar al-Assad meeting with Iranian Foreign Minister Mohammad Javad Zarif in Damascus, SyriaIl ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif e il presidente siriano Bashar Assad

 

Ma, a parte ciò, l’orrore quotidiano della guerra racconta di un esercito siriano sulla difensiva e in continua ritirata, che per stanare ribelli e fiaccare le opposizioni si affida ormai alle tremende “barrel bomb”, ovvero fusti di metallo riempiti tanto di esplosivo come di rottami e ferraglia varia, a dimostrazione di quanto scarseggino le armi per il regime. E questo mentre il governo ha iniziato a fortificare la capitale Damasco e Latakia nel nord-ovest, nel timore di non riuscire più a proteggere efficacemente neanche il nucleo centrale del territorio ancora sotto il suo controllo.

 

Lo stato dell’arte in Libia

La Libia meriterebbe un discorso a parte in questa panoramica, se non fosse per il filo doppio che accomuna le sventurate esperienze di questi tre Paesi: la guerra civile da un lato (poiché in fondo è di questo che si parla) e, dall’altro, la contemporanea totale incapacità da parte della comunità internazionale nel saper gestire la crisi. Se prima la Libia era sostanzialmente divisa tra gli islamisti che controllano la capitale Tripoli e il governo “legittimo” che controlla Tobruk e alcune aree interne – rispecchiando plasticamente lo schema territoriale che storicamente divide Tripolitania e Cirenaica – ora si è inserita anche qui la variabile dello Stato Islamico, profittando del caos che vede trionfare ancora una volta il motto latino del divide et impera.

 

Gli uomini del Califfo Al Baghdadi si espandono a macchia di leopardo e hanno fatto breccia in parte in città come Derna, Sabratha (Leptis Magna) e Sirte, il cui bacino nell’entroterra è di vitale importanza per l’economia nazionale. Ed è perciò che il ministro degli Esteri riconosciuto Mohammed al-Dayri, da Parigi ha avverito che i miliziani dell’ISIS “non hanno ancora preso i giacimenti di petrolio, ma temiamo che possano riuscire a controllare diversi pozzi”. Se l’ISIS dovesse far progressi anche qui, la situazione si complicherebbe ulteriormente.

 

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A nulla sono valsi finora gli sforzi del generale Haftar, fedele a Tobruk, per soverchiare le forze nemiche. Il Califfato permane e cresce come minaccia, mentre a Bengasi la componente jihadista di Ansar Al Sharia si scontra quotidianamente con l’esercito. Gli islamisti di Tripoli e Misurata, fedeli solo a loro stessi, sono invece scettici sull’unire concretamente le proprie forze a quelle di Tobruk per respingere l’ISIS e nessuno li ha ancora convinti del contrario.

 

Il ruolo della comunità internazionale

“Serve un intervento internazionale in Libia”, ha ammonito ancora il ministro al-Dayri da Parigi. Ciò nonostante, nessuno parla di inviare truppe sul posto. Stesso discorso vale per la Siria e per l’Iraq. Forse che questi Paesi debbono essere abbandonati al proprio destino? Sembra quasi che ci sia una forza inesprimibile che ogni due-tre mesi spinge come per inerzia inutili colloqui di pace, senza che dietro vi sia una reale convinzione e senza che vi sia fiducia alcuna del loro buon esito. Pare anzi che da parte dei negoziatori vi sia la precisa volontà di non pervenire ad alcun risultato utile e, come la tela di Penelope, quegli accordi che si fanno di giorno, poi la notte si disfano immediatamente. Bisognerebbe chiedere alla Turchia, tanto per fare un esempio, quale sia il reale obiettivo del suo ministero della Difesa e se la sua guerra non sia indirizzata al PKK curdo piuttosto che allo Stato Islamico.

 

Questa forza inesprimibile, insomma, ha tutto l’interesse a che il fondamentalismo islamico aumenti e si espanda. Di certo, i mercanti di armi stanno facendo affari senza precedenti da qualche anno e auspicano che tutto prosegua nel medesimo modo e duri il più a lungo possibile. Se però non si vuol dar credito alla trama che vuole una cospirazione internazionale che alimenta scientemente il fuoco della guerra, c’è comunque da registrare almeno l’indifferenza generale delle cancellerie mondiali e, in fondo, anche dell’opinione pubblica. Ed è forse qui il male oscuro dell’Occidente, un male al quale nessuno sa o vuole trovare rimedio. In attesa della prossima temeraria impresa del Califfato nero.

@lucianotirinnanzi

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