TUNISIA -

Tunisia, Egitto e Algeria sono direttamente interessati dall’avanzata jihadista proveniente dalla Libia. Ecco le loro risposte in attesa di aiuti concreti dall'Occidente

Tunisian anti-terrorism brigade personnel enter a house to take position after a shooting at the Bouchoucha military base in Tunis

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di Marta Pranzetti

@BlogArabaFenice

Degli importanti provvedimenti sono stati presi in Tunisia dopo l’attentato che lo scorso 24 novembre ha colpito nella capitale Tunisi la Guardia Presidenziale. Oltre alla dichiarazione dello stato d’emergenza e alla chiusura delle frontiere con la Libia – dalle indagini risulta che la quasi totalità delle operazioni terroristiche perpetrate in Tunisia vengono predisposte dal paese confinante – il primo dicembre è stato nominato il direttore generale della sicurezza nazionale, un incarico che era rimasto vacante dai tempi del primo governo post-rivoluzione di Mehdi Jomaa.

 

Con il concomitante licenziamento del segretario di Stato responsabile della sicurezza Rafik Chelly, il posto è stato assegnato ad Abderrahmane Belhaj Ali. Profondo conoscitore delle dinamiche interne ai servizi di sicurezza tunisini, Belhaj Ali ha diretto dal 1987 al 2001 il servizio della sicurezza presidenziale per poi essere nominato ambasciatore in Mali e a Malta. Ha fatto rientro in Tunisia nel 2011. Nonostante il decennio trascorso in ambienti diplomatici, è ritenuto un esperto della sicurezza, con esperienza diretta sul terreno e con le competenze necessarie per aiutare il Paese a superare l’attuale emergenza terroristica.

 

I provvedimenti del ministero dell’Interno tunisino

Sempre sul fronte dell’anti-terrorismo, il ministero dell’Interno tunisino ha decretato in questi giorni l’introduzione di una ulteriore misura cautelativa che prevede la condanna temporanea agli arresti domiciliari per coloro che rientrano in Tunisia dalle zone di guerra. Si tratta, come ha spiegato il ministro dell’Interno Najem Gharsalli, di un provvedimento mirato a tenere gli elementi sospetti sotto lo stretto controllo delle autorità, che dovrà essere regolarizzato in sede di governo nei prossimi giorni. Lo stesso provvedimento solleva tuttavia delle riserve circa i costi economici e l’utilizzo di risorse umane che deriveranno dalla sua applicazione. Inoltre, ci sono dubbi anche sulla sua applicabilità extragiudiziaria, ovvero sull’assegnazione degli arresti domiciliari ai sospettati senza processo e relativa condanna. Si tratta infatti di una misura che potrà essere applicata solo con il perdurare dello stato d’emergenza.

 

Tunisian forensics police inspect a Tunisian presidential guard bus at the scene of a suicide bomb attack in Tunis (Tunisi, il luogo dell’attentato del 24 novembre rivendicato da ISIS)

 

Le operazioni delle forze di sicurezza tunisine

Dopo l’attentato della scorsa settimana le forze di sicurezza tunisine hanno effettuato nuovi rastrellamenti contro presunti jihadisti, reclutatori ed estremisti. Nei giorni scorsi a Nabeul è stata scoperta una cellula di 9 elementi di estremisti takfiri (“musulmani che accusano altri musulmani di empietà e ne sentenziano la condanna a morte”) che si dichiarava sostenitrice di ISIS e che operava per l’indottrinamento di nuove leve. Un ex militare originario di Sidi Hamed (Hammamet) è stato arrestato insieme ad altri 5 individui sospettati di aver giurato fedeltà a ISIS. Diversi altri presunti terroristi sono stati arrestati a Monastir.

 

È stato nuovamente arrestato dalla polizia l’ex portavoce di Ansar Al Sharia, Seifeddine Raeis, in passato già fermato e poi rilasciato più volte per la sua vicinanza ad ambienti terroristici. Undici persone sono state fermate a Kairouan perché appartenenti a una corrente religiosa estremista e sospettate di essere responsabili del reclutamento di giovani da inviare a combattere in Siria. Tre jihadisti, entrati illegalmente dalla Libia in Tunisia, sono stati fermati dalla polizia di frontiera di Ben Guerdane. Una cellula di 5 individui operativa a Beni Khadech è stata smantellata a Medenine, dove sono stati scoperti anche diversi depositi di armi e munizioni. Dodici sospetti terroristi sono stati arrestati nei dintorni di Sidi Bouzid. Un presunto attentatore è stato fermato dalle forze di sicurezza il 30 novembre a Sousse, dove stava pianificando un altro attacco dopo quello rivendicato lo scorso 26 giugno da ISIS (39 morti). Nella località di Akouda è stato scoperto un deposito con un arsenale di guerra probabilmente appartenente alla cellula smantellata Katiba Al Fourkan, già implicata nel tentato omicidio del deputato tunisino Ridha Charfeddine.

 

La situazione in Egitto

In Egitto, dove sono in corso le elezioni legislative che vedono al momento in testa la coalizione “Fi Hob Misr” (Per Amore dell’Egitto) vicina al presidente Abdel Fattah Al Sisi, la situazione resta tesissima lungo i confini con la Libia. Il 28 novembre il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, ha ricevuto al Cairo l’inviato speciale dell’ONU per la missione in Libia UNSMIL (United Nations Support Mission in Libya) Martin Kobler. Si è parlato del processo politico in atto nel Paese e degli ultimi sviluppi legati all’accordo per la formazione del governo di unità nazionale. Negli stessi giorni il governo egiziano ha ricevuto anche il primo ministro per il nuovo esecutivo libico proposto dall’ONU Fayez Serraj, sulla cui nomina non è però stato ancora raggiunto un accordo tra i parlamenti rivali di Tripoli e Tobruk.

 

A member of the security forces stands guard at a polling station during the second phase of the parliamentary election runoff in Cairo

(Il Cairo, Egitto)

 

Resta critica anche la situazione nella penisola del Sinai. È stato rivendicato dalla Wilaya Sinai, il gruppo jihadista egiziano affiliato allo Stato Islamico, l’attentato del 24 novembre ad Al-Arish, nel quale sono morte sei persone tra civili e militari e più di una decina sono rimaste ferite. Sempre l’ISIS pochi giorni prima, il 18 novembre, aveva rivendicato un altro attacco nella zona turistica di Saqqara, a Giza, in cui erano stati uccisi quattro poliziotti. Nel messaggio di rivendicazione diffuso on line i sostenitori dello Stato Islamico hanno promesso che continueranno a prendere di mira “i soldati del tiranno” riferendosi al presidente Al Sisi. Mentre alle prime ore di oggi, venerdì 4 dicembre, una bomba molotov è stata lanciata al Cairo nella zona di Agouza contro un locale causando la morte di almeno 16 persone. Ma il fatto non sarebbe collegato al terrorismo. Secondo fonti della sicurezza egiziana a compiere l’attacco sarebbero infatti stati due ex dipendenti che erano stati licenziati dal locale.

 

La situazione in Algeria

In Algeria, dove a tenere banco sono le tensioni tra le opposizioni e il governo del presidente Abdelaziz Bouteflika e la scissione interna al partito di governo, negli ultimi giorni si sono registrati movimenti sospetti di gruppi terroristici locali. Una cellula formata da almeno 14 elementi è stata fermata a Tizi Ouzou. Tre persone sono state fatte arrestare dal tribunale di Skikda con l’accusa di apologia del terrorismo, detenzione di armi e assistenza logistica a gruppi armati. Infine, squadre dell’esercito operative nella sesta regione militare hanno arrestato una trentina di contrabbandieri e una ventina di immigrati clandestini tra Tamanrasset, Bordj Badji Mokhtar e in Guezzam. Il 24 novembre un incendio è divampato in un campo per migranti africani a Ouargla, situato 800 km a sud-est della capitale Algeri, dove vengono ospitate circa 650 persone provenienti per lo più da Niger e Mali. Il bilancio è stato di almeno 18 morti e circa 50 feriti. Dalle testimonianze dei sopravvissuti emergerebbe la pista della violenza razzista. Molti dei migranti di questo campo hanno infatti ammesso di essere stati vittime di aggressioni da parte di algerini “bianchi”, vale a dire non di origine subsahariana.

 

Demonstrators clash with police after Friday prayers in Algiers

(Scontri ad Algeri, gennaio 2015) 

 

In questo scenario sempre più delicato per il Nord Africa, Tunisia e Algeria provano a fare fronte comune per evitare che cellule di ISIS e di altri gruppi jihadisti si radichino nei loro territori sfruttando la porosità dei confini libici. Il 27 novembre il ministro algerino degli Affari Maghrebini, dell’Unione Africana e della Lega Araba, Abdelkader Messahel, è stato ricevuto a Tunisi dal presidente Beji Caid Essebsi. Se la comunità internazionale vuole impedire l’avanzata di ISIS nell’area del Mediterraneo, è con questi interlocutori, così come con l’Egitto di Al Sisi, che deve collaborare in maniera più efficace rispetto a quanto fatto finora.