STATI UNITI D'AMERICA -

La minaccia jihadista in Medio Oriente e le difficili trattative con Teheran pongono la Casa Bianca di fronte a delle decisioni complicate. Il rischio, nell’immediato, è un ulteriore allentamento dei rapporti con Israele

Obama boards Air Force One for travel to Kentucky from Joint Base Andrews, Maryland

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di Roberto Motta Sosa

Se la situazione in Ucraina orientale pare avere riacceso toni da Guerra Fredda tra Stati Uniti e Federazione Russa, la necessità di contrastare l’onda montante del pericolo islamista, incarnato dalle milizie del cosiddetto Califfato, sembra invece rappresentare un terreno di (possibile) comune intesa tra Washington e Mosca. Un segnale rivelatore, in questo senso, è stato, ad esempio, il recente viaggio negli Stati Uniti del direttore del servizio per la sicurezza interna della Federazione Russa (FSB), Alexander Vasilyevich Bortnikov, che ha guidato la delegazione di Mosca al summit contro l’estremismo terrorista organizzato dalla Casa Bianca a fine febbraio. La missione di Bortnikov pare confermare quanto emerso nelle ultime settimane, ovvero che la Russia sarebbe disposta a dare il suo contributo nella lotta al terrorismo islamista, che per ben due volte ha già colpito il territorio europeo, dapprima con gli attentati di Parigi alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo (7 gennaio), in seguito con il duplice attacco al Krudttonden Café e alla Sinagoga grande di Copenaghen (14 e 15 febbraio).

 

Rumors in tal senso erano già emersi nel settembre scorso, quando, secondo fonti di stampa, il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, in una conversazione telefonica con il suo omologo americano, il segretario di Stato John Kerry, avrebbe rivelato l’intenzione russa di partecipare all’azione internazionale di contrasto alle milizie dello Stato Islamico, dicendosi perfino disposto ad accettare raid aerei in Siria, purché questi non compromettessero l’integrità territoriale del governo di Damasco, alleato di Mosca in quella regione (la marina militare russa mantiene a Tartus, sulla costa siriana, una base navale d’appoggio).

 

Il ruolo dell’Iran

Le buone intenzioni di Mosca si sarebbero concretizzate già a inizio febbraio, nella preparazione di una bozza di Risoluzione da sottoporre al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per bloccare i finanziamenti all’ISIS. Tre i punti salienti del documento russo: l’interruzione del flusso delle forniture clandestine di greggio sul mercato internazionale, la lotta al contrabbando di reperti archeologici e ai sequestri di ostaggi a scopo di estorsione. Quello della lotta al Califfato è del resto un tema che riguarda da vicino anche un alleato di Mosca in Medio Oriente, ovvero l’Iran ( membro osservatore della Shanghai Cooperation Organization, l’alleanza politico-militare eurasiatica a guida russo-cinese), a sua volta impegnato con Washington in un delicato dialogo circa il proprio programma nucleare, rispetto al quale i recenti colloqui di Losanna hanno rappresentano l’ennesima tappa, in ordine di tempo, di un percorso che, tra alti e bassi, si trascina da diversi anni e sul quale, forse, non è ancora stata pronunciata l’ultima parola.

 

Members from Hashid Shaabi hold a portrait of Quds Force Commander Major General Qassem Suleimani during a demonstration to show support for Yemen's Shi'ite Houthis and in protest of an air campaign in Yemen by a Saudi-led coalition, in Baghdad

 

Le preoccupazioni di Israele

Questo balletto diplomatico a tre (Stati Uniti, Federazione Russa e Iran) non ha infatti mancato di suscitare le rimostranze di un altro importante attore regionale: Israele. Il neo rieletto primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu (leader del partito di destra Likud), ha infatti ribadito le proprie preoccupazioni circa il possibile sviluppo, in chiave militare, dei progetti nucleari di Teheran. La Repubblica islamica sciita sembra tuttavia avere dimostrato, fino ad ora, di essere attivamente impegnata contro le forze del Califfato, tanto che nel dicembre scorso il Pentagono confermava la partecipazione di caccia iraniani Phantom F4 ai raid aerei contro lo Stato Islamico in Iraq. Non solo. Indiscrezioni sempre più insistenti confermerebbero anche il ruolo avuto dal generale Qassem Suleimani, comandante della Forza d’élite Al-Quds dei Pasdaran iraniani, nell’avere impedito che la capitale irachena cadesse nelle mani delle forze del Califfato, circostanza che, se realizzata, avrebbe assicurato all’ISIS una vittoria di sicuro impatto psicologico e geopolitico, capace forse di produrre una vasta eco in tutto il Medio Oriente. Lo Stato ebraico pare tuttavia sentirsi gabbato da questo “gioco delle tre carte” tra Washington, Teheran e Mosca. Tanto che la tradizionale special relationship tra israeliani e americani sembra attraversare un momento di profonda incomprensione.

 

Tutto ciò nonostante agli inizi di marzo un inviato speciale di Israele, il maggiore generale Herzi Halevy, posto nel settembre scorso a capo dell’Aman, l’intelligence delle forze armate israeliane (IDF, Israel Defense Forces), si fosse recato a Washington anche per ribadire che la collaborazione nel campo della sicurezza tra israeliani e americani prosegue, a dispetto delle divergenze sul nucleare iraniano. Tale segnale non ha però sopito i toni allarmati di Netanyahu, i quali peraltro hanno provocato la reazione, che alcuni commentatori non hanno esitato a definire scomposta, di Washington.

 

Israel's Prime Minister Netanyahu gestures as he speaks at an event following the swearing-in ceremony of the 20th Knesset in Jerusalem

 

In risposta alle obiezioni israeliane circa l’eventualità che l’Iran possa diventare una potenza nucleare regionale, l’Amministrazione Obama ha declassificato alcuni documenti riservati riguardanti le capacità nucleari offensive di Israele. Uno, in particolare, rischia di compromettere irrimediabilmente quella famosa “ambiguità nucleare” su cui si è basato buona parte del deterrente israeliano. Datato aprile 1987 e intitolato Critical Technology Assessment in Israel and NATO Nations, illustra, tra i vari dati, i progressi nel campo nucleare del SOREQ Research Center, affermando come esso: “segue molta della tecnologia che è stata sviluppata a Oak Ridge, Livermore e Los Alamos […] La capacità del SOREQ nel sostenere […] tecnologie nucleari è quasi un esatto parallelo della capacità attualmente esistente nei nostri laboratori nazionali […] Va notato che gli israeliani stanno sviluppando il tipo di codici che consentiranno loro di realizzare bombe all’idrogeno”. Un indizio del fatto che con questa azione Washington abbia voluto lanciare un preciso segnale all’indirizzo dello Stato ebraico consisterebbe nel fatto che, nel documento in questione, le parti relative ad alcuni Paesi NATO (Francia, Germania, Italia e Regno Unito) non sono state declassificate.

 

Israele è molto geloso del proprio monopolio nucleare (per quanto ufficioso) esercitato in Medio Oriente. Questa circostanza bolla però Israele agli occhi della comunità internazionale come uno Stato nucleare “non dichiarato”. Negli anni, le forze armate israeliane hanno costantemente aggiornato la loro (presunta, ovvero non dichiarata) capacità nucleare, sviluppando anche vettori balistici a medio raggio, l’ultimo dei quali è il missile Jericho III. Gli israeliani possiederebbero inoltre anche la capacità (non irrilevante ai fini strategici) di sferrare il second strike (secondo colpo nucleare), potendo imbarcare le proprie testate sui sottomarini classe Dolphin varata nel 1999 (cui sono seguite le classi Leviathan e, nel 2000, Tekuma).

 

Questo spiegherebbe i timori israeliani, che non riguardano solo l’Iran, ma si estendono fino a considerare l’ipotesi di una corsa agli armamenti nel Medio Oriente, qualora la Repubblica sciita dovesse dotarsi (primo Paese islamico in Medio Oriente) dell’arma atomica. Uno scenario che potrebbe trasformare tutta la regione in una polveriera nucleare e che il recente accordo quadro raggiunto a Losanna da Teheran e dal gruppo dei P5+1 (Stati Uniti, Federazione Russa, Cina, Gran Bretagna, Francia più la Germania) non può ancora escludere definitivamente.