ISRAELE -

Il premier risponde alle decine di morti degli ultimi giorni inviando oltre mille militari attorno ai quartieri arabi della città. Se non riprenderanno i colloqui c’è il rischio di un nuovo conflitto aperto

Israeli police officers walk near scene of a stabbing in Jerusalem

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di Gianni Rosini

@GianniRosini

Decine di morti in pochi giorni a causa di attentati per le strade, sui mezzi pubblici e nei mercati di Gerusalemme e di altre città della Cisgiordania. L’escalation di violenza che ha riportato alta la tensione tra israeliani e palestinesi è già stata ribattezzata l’“Intifada dei coltelli”. “Un termine che ancora non mi sento di utilizzare – dice Giuseppe Dentice, ricercatore per l’Istituto di Politica Internazionale (ISPI) ed esperto di terrorismo e conflitti mediorientali – perché dietro agli attacchi di queste settimane non c’è una vera regia, un’organizzazione, come nelle due precedenti Intifada. Si tratta di episodi spontanei”.

 

Il numero di morti e feriti, però, cresce ogni giorno e per il duplice attentato del 13 ottobre, che ha causato sei morti, si ipotizza una prima forma di coordinamento tra le frange palestinesi. Una situazione che obbliga il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il presidente palestinese, Abu Mazen, a scegliere una strategia da attuare per mettere fine alle violenze. “Ma in questo momento – continua Dentice – entrambi si trovano in una situazione di debolezza interna e per arrivare a un accordo dovranno ricevere prima l’ok dei gruppi che li sostengono”.

 

Israeli police officers stand near the body of an alleged Palestinian assailant at the scene of a stabbing in Pisgat Zeev L’INTIFADA DEI COLTELLI: FOTOGALLERY

L’interlocutore più forte tra i due è certamente il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il primo ministro ha convocato una riunione d’urgenza del governo per discutere su eventuali misure da attuare per contrastare “l’ondata di terrorismo” che sta colpendo il Paese. E da oggi, mercoledì 14 ottobre, oltre mille militari sono stati schierati attorno ai quartieri arabi di Gerusalemme Est (Beit Hanina, Shuafat, Issawya, Silwan, Jabel Mukaber e Zur Bacher). “Se occorre chiudere quartieri e villaggi arabi dentro e attorno alla città per accrescere la sicurezza lo faremo”, ha dichiarato il sindaco di Gerusalemme, Nir Barkat. Netanyahu, però, deve fare i conti anche con le esigenze dei suoi partner di governo: Naftali Bennett, leader degli ultranazionalisti di Focolare Ebraico, e i partiti ultraortodossi.

 

“Netanyahu si trova tra due fuochi – sottolinea Dentice – Da una parte le esigenze dei palestinesi con i quali deve sedersi a un tavolo, dall’altra quella dell’estrema destra. Allo stesso tempo, però, Netanyahu potrebbe proporsi anche come regista di questa situazione, portando la crisi attuale come giustificazione, per l’ultradestra israeliana, di un dialogo necessario tra lo Stato ebraico e quello palestinese. Certo, il primo ministro deve essere bravo a mettere insieme gli interessi di parti contrapposte e circa settant’anni di conflitto ci hanno dimostrato che non è facile”.

 

Chi ha ancora più problemi interni è Abu Mazen. Dimessosi dalla carica di presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), il dirigente di Al Fatah deve vedersela con gli estremisti di Hamas, che parlano già di terza Intifada, e con il mancato appoggio delle diverse anime politiche palestinesi, anche all’interno del proprio partito. “Quella di Abu Mazen è una situazione ancora più complicata – spiega Dentice – perché deve vedersela con una continua perdita di consensi e con la solita avversione di Hamas. Ma al momento è l’unico interlocutore presentabile dai palestinesi”.

 

Palestinian protesters run for cover during clashes with Israeli troops near the Jewish settlement of Bet El, near the West Bank city of Ramallah(Scontri a Hebron, 9 ottobre 2015)

 Chi rischia di diventare l’ago della bilancia per risolvere questa nuova stagione di violenza in Israele e Cisgiordania sembra essere proprio Hamas. Il movimento fondamentalista palestinese invita gli abitanti della West Bank a sferrare attacchi contro la popolazione ebraica di Israele, per dare il via alla riconquista di Gerusalemme. “La loro, però, deve essere vista come una strategia politica – precisa il ricercatore di ISPI – Hamas sta perdendo consensi nella Striscia di Gaza, la sua ala più radicale si sta staccando in favore di gruppi estremisti salafiti, molti dei quali hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico. Minacciando Israele, cerca di limitare così la fuga dei suoi sostenitori verso altri gruppi operanti nella Striscia”.

 

Senza la ripresa dei colloqui, interrotti a causa delle restrizioni all’accesso alla Moschea di Al Aqsa imposte da Israele e delle politiche del governo Netanyahu riguardo agli insediamenti e alla distruzione delle abitazioni di presunti terroristi palestinesi, il timore è quello di un nuovo conflitto aperto. “Se guardiamo le esperienze recenti – conclude Dentice – verrebbe da dire che si stia andando verso un muro contro muro, ma in settant’anni di guerra questo conflitto ci ha insegnato che ogni previsione può essere facilmente smentita. Un interlocutore esterno con ruolo di mediatore avrebbe potuto spingere verso una soluzione pacifica, ma al momento non vedo un Paese che può essere investito di questo ruolo”.