TURCHIA -

In Turchia proseguono le ricerche dell’autore della strage alla discoteca Reina rivendicata da ISIS. Possibile un collegamento tra il killer e ambienti dell’estremismo islamico della regione cinese dello Xinjiang?

ISTANBUL ATTENTATO ISIS

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di Ottorino Restelli

 

A tre giorni dalla strage di Capodanno alla discoteca Reina di Istanbul rivendicata dallo Stato Islamico, prosegue la caccia all’attentatore. Nelle ultime 72 ore le notizie sulla presunta identità del killer che ha ucciso 39 persone sono state tutte sistematicamente smentite. Ieri, martedì 3 gennaio, era stata la stampa turca a dare per certo che l’attentatore fosse un uomo di 28 anni di nazionalità kirghisa, Iakhe Mashrapov, il quale però è stato interrogato e poi rilasciato dalla polizia del suo Paese.

 

Mentre proseguono le ricerche e aumenta il numero delle persone arrestate sospettate di essere complici del killer – al momento sono sedici – resta calda la pista che collegherebbe l’attentato ad ambienti dell’estremismo di matrice islamica della regione cinese dello Xinjiang. L’ipotesi è che il ricercato possa essere infatti di origine uigura e possa aver colpito con estrema facilità un obiettivo al centro di Istanbul sfruttando la copertura e l’appoggio logistico fornitogli dalla folta comunità di corregionali che vive in Turchia.

 

Chi sono gli uiguri

Minoranza etnica di origine turca e di religione musulmana, gli uiguri rappresentano il 45% della popolazione nella regione nord-occidentale cinese dello Xinjiang. Noto anche come Turkestan Orientale, lo Xinjiang è un territorio ricco di giacimenti petroliferi, essenziali per soddisfare il crescente fabbisogno cinese di idrocarburi. La sua prossimità geografica con Paesi come Russia, Mongolia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, India e Pakistan, lo rende inoltre un ponte strategico per l’accesso alle rotte energetiche oltrefrontiera. In particolare, è qui infatti che approdano i gasdotti provenienti dal Turkmenistan.

 

CINA RELIGIONI

 

La regione, dopo essere stata accorpata alla Prima Repubblica del Turkestan Orientale, nel 1949 è passata sotto il controllo del governo cinese che negli anni Novanta ha varato un programma di sviluppo industriale incentivando il trasferimento di centinaia di migliaia di cittadini cinesi Han, l’etnia maggioritaria in Cina. Ad oggi gli Han rappresentano il 40% del totale dei residenti nello Xinjiang. L’aumento esponenziale della loro presenza nella regione è corrisposto a un’escalation delle tensioni con gli Uiguri, con quest’ultimi finiti nel mirino della repressione delle autorità cinesi per le loro rivendicazioni separatiste.

 

La repressione del governo cinese

La serie di attacchi terroristici avvenuta negli ultimi anni a opera di gruppi di uiguri estremisti separatisti, culminate nei massacri del mercato di Urumqi e della stazione ferroviaria di Kunming (il cosiddetto “11 settembre della Cina”), avvenuti entrambi nel 2014, ha provocato un giro di vite da parte delle autorità di Pechino sull’intera popolazione uigura, con l’adozione di misure restrittive che sono arrivate spesso a toccare la vera e propria repressione e la violazione dei diritti umani.

 

Nel maggio del 2014, attraverso una dichiarazione congiunta la procura e le forze di sicurezza hanno invitato tutti coloro che sono coinvolti in attività terroristiche a consegnarsi alla giustizia in cambio di pene più lievi. È stato inoltre annunciato che sarà severamente punito chiunque fornisca qualsiasi tipo di supporto diretto o indiretto a queste organizzazioni, sia che si tratti di finanziamenti, attività di propaganda o collaborazione per nascondere terroristi.

 

Tra le misure restrittive più recenti vi è il divieto della pratica di tutto ciò che possa essere ricondotto a una manifestazione religiosa “estremista”. Il problema, afferma Patrik Meyer, autore di uno studio sulla questione condotto dal think-tank New America, è che dal punto di vista del Partito Comunista Cinese tale divieto si estende anche a quelle pratiche del tutto comuni nell’Islam, come la preghiera, l’indossare il velo, farsi crescere la barba, il digiuno, l’astensione dal bere alcolici e persino il recarsi in moschea. “Il problema del concetto di estremismo religioso di Pechino è che esso include le comuni pratiche religiose seguite dai musulmani moderati”, afferma Meyer.

 

A Uruqmi, capitale dello Xinjiang, le autorità hanno imposto restrizioni che non trovano eguali nel resto della Cina. Agli studenti, agli insegnanti e alle altre categorie di funzionari pubblici musulmani è stato imposto il divieto di osservare il digiuno nel mese sacro del Ramadan. Le moschee sono tenute sotto stretto controllo e solitamente viene richiesto ai fedeli di firmare ogni ingresso e ogni uscita. A tutto ciò si aggiunge la fortissima militarizzazione che viene concentrata attorno ai luoghi di culto, in particolare sempre nella capitale Uruqmi.

 

CINA UIGURI

 

Queste politiche sono alla base del recente e considerevole aumento del numero dei richiedenti asilo uiguri in Turchia: perseguitata da un governo eccessivamente repressivo, la minoranza turcofona cinese dello Xinjiang tenta di abbandonare la Cina illegalmente passando per Vietnam, Thailandia o Cambogia. Spesso tali avventure finiscono però con il rimpatrio forzato.

 

Negli ultimi anni Pechino non ha mancato di sottolineare lo zampino di Ankara in questi tentativi di fuga. Secondo la Cina la Turchia avrebbe infatti fornito in via non ufficiale mezzi e risorse ai fuggitivi attraverso le sue sedi consolari nel sud-est asiatico. Accuse che però sono recentemente rientrate in nome degli ingenti interessi economici ed energetici che legano i due Paesi.

 

Eppure secondo Francesco Sisci, editorialista di Asia Times e tra i massimi esperti in Italia delle dinamiche interne cinesi, “al momento su questo fronte non mi sembra che la situazione sia esplosiva. L’interessamento della Turchia nei confronti degli Uiguri è antico ed è motivo di tensione con Pechino ma anche di colloquio, perché i cinesi credono che il miglior modo per gestire la questione sia confrontarsi con il loro sponsor politico, vale a dire Ankara. Mentre per trent’anni, nel tentativo di ingraziarsi gli Uiguri, il governo cinese ha riconosciuto loro dei privilegi, adesso sta puntando alla loro integrazione nel Paese. È un cambio di strategia a cui questa minoranza dovrà adeguarsi”.

 

I gruppi terroristici nello Xinjiang

Da anni le autorità cinesi monitorano in particolare possibili collegamenti di esponenti della comunità degli uiguri al Partito Islamico del Turkistan Orientale (Turkestan Islamic Party, conosciuto anche come East Turkistan Islamic Movement, ETIM), guidato da Abdullah Mansour e inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’ONU.

 

Il timore di Pechino è che il Turkistan Islamic Party possa aver stabilito contatti con realtà legate al terrorismo internazionale. Secondo il Ministero di pubblica sicurezza della Repubblica Popolare Cinese, sarebbero diverse centinaia gli individui che negli ultimi due anni hanno tentato di valicare illegalmente il confine, utilizzando il passaggio nel Sud-est asiatico per raggiungere la Turchia e di qui la Siria, con l’obiettivo di arruolarsi tra le fila dello Stato Islamico.

 

uiguri
(Militari cinesi a Uruqmi, capitale dello Xinjiang)

 

La preoccupazione per la possibile presenza sul territorio cinese di una rete terroristica di stampo internazionale è dimostrata anche dall’attenzione che le autorità riservano a organizzazioni come Hizb ut-Tahrir (Partito della Liberazione), favorevole all’istituzione di un Califfato pan-islamico, ma lontano dalle rivendicazioni regionali ed etniche degli uiguri. Anch’esso fortemente presente nell’area dello Xinjiang, il gruppo è sospettato dalle autorità di Pechino di intrattenere rapporti con Al Qaeda e lo Stato Islamico, nonostante i suoi esponenti abbiano più volte sottolineato la natura non violenta del proprio proselitismo.

 

Patrik Meyer sostiene che la “repressione di Stato” da parte del governo centrale, unita alla forte disparità economica esistente tra la popolazione uigura e i cittadini cinesi di etnia Han, potrebbe aver spinto circa un centinaio di uiguri dello Xinjiang a unirsi alle fila dello Stato Islamico. “Le politiche di Pechino – spiega in proposito – potrebbero essere un fattore che ha indotto questi individui a lasciare il paese e a cercare altrove un senso di appartenenza”. Una documentazione fornita da un disertore dello Stato Islamico ha parlato di 114 reclute straniere unitesi ai jihadisti provenienti dallo Xinjiang.

 

L’attentatore di Istanbul potrebbe essere uno di questi. Di una cosa, infatti, le autorità turche sono certe: chi ha compiuto la strage la notte di Capodanno ha ricevuto un addestramento militare e ha combattuto in contesti di guerriglia urbana in Siria. Le immagini riprese dalle telecamere all’interno della discoteca Reina mostrano che l’uomo ha sparato con l’avanbraccio appoggiato al bacino: una tecnica tipica dei “combattenti di strada” che, mischiata al sangue freddo proprio di un killer, gli ha permesso di esplodere con precisione 180 colpi di kalashnikov (pari a sei caricatori) in meno di due minuti.