ITALIA -

Nonostante alcuni segnali di ripresa, aumenta la distanza tra l’economia tedesca e quella italiana. Se gli imprenditori non investono, spetta allo Stato intervenire in modo massiccio per rilanciare lo sviluppo del Paese

Merkel

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di Ottorino Restelli

 

L’ISTAT (Istituto Italiano di Statistica) ha reso noto che l’indice nazionale dei prezzi al consumo ha fatto segnare una variazione media negativa pari a -0,1%, nonostante a dicembre si sia registrata una crescita del +0,4% rispetto a novembre e del +0,5% rispetto a dicembre 2015.

 

Quindi l’Italia è in deflazione e ciò non accadeva dal 1959, quando la riduzione dell’indice dei prezzi al consumo fu pari a -0,4%. Diversa la situazione per la Germania che a dicembre ha visto crescere i prezzi dello 0,7% (+1,7% rispetto a dicembre 2015) con un aumento superiore alle aspettative, mentre nell’Eurozona la variazione media annua dell’indice dei prezzi è stimata a +1,1%.

 

Cosa significa questa divaricazione così violenta nelle dinamiche delle due maggiori manifatture dell’UE? Semplicemente che la distanza tra Germania e Italia cresce, perché il nostro Paese attraverso la deflazione interna, cioè la riduzione dei costi a cominciare da quello del lavoro, non riesce a recuperare il differenziale in termini di produttività con le aziende tedesche, quindi ad accrescere la domanda di esportazioni in modo sufficiente a far crescere la domanda aggregata.

 

Gli effetti del quantitative easing in Italia

Il confronto è impietoso. Nel 2016, secondo l’IFO (Information und Forschung) il surplus commerciale tedesco ha raggiunto la cifra record di 310 miliardi di euro (8,9% del PIL), mentre il surplus commerciale italiano è stimato in circa 40 miliardi di euro, pari al 3% del PIL. Il risultato è che, nel 2016, il contributo della domanda esterna netta (surplus della bilancia dei pagamenti) alla crescita del PIL è stato negativo (-0,1%), mentre la domanda interna, al netto della variazione delle scorte, ha avuto un contributo positivo sulla crescita del PIL dell’1,2%. Considerando che la variazione delle scorte è stata negativa (-0,2% del PIL), e gli investimenti sono fermi ai livelli del 2012, emerge chiaramente che tutta la crescita italiana è dovuta all’aumento della spesa in consumi delle famiglie a causa della crescita del reddito disponibile e degli occupati.

 

A ben vedere mentre la politica del quantitative easing adottata dalla BCE (Banca Centrale Europea) di Mario Draghi rappresenta una formidabile opportunità per le imprese tedesche che possono accedere al credito con cui finanziare gli investimenti a tassi molto bassi e quindi continuare a distribuire utili a man bassa, in Italia ha originato una vera e propria trappola delle liquidità. Come descrivono i manuali di economia, lo stimolo monetario risulta inefficace a rilanciare gli investimenti e per quanto denaro venga pompato nell’economia l’unico effetto che si ottiene è quello di far crollare i tassi d’interesse.

 

MARIO DRAGHI BCE(Il presidente della BCE Mario Draghi)

 

Riassumendo. La crescita italiana è attribuibile interamente ai consumi interni, spinti proprio da quelle politiche economiche che molti hanno criticato. È allo stesso modo evidente che, visto il contributo negativo alla crescita del surplus commerciale, queste politiche sono insufficienti in presenza di imprenditori avversi all’investimento. Come diceva ottant’anni fa John Maynard Keynes, quando gli imprenditori non investono, nonostante i tassi d’interesse siano a zero o persino negativi, allora spetta allo Stato intervenire in modo massiccio per rovesciare le aspettative deflazionistiche. Questo non vuol dire scavare buche, ma investire pesantemente nelle reti, nell’energia, nel capitale umano. Il 60° anniversario della firma dei trattati di Roma, la cui commemorazione è fissata per il prossimo 25 marzo, può rappresentare per il presidente del consiglio italiano Paolo Gentiloni l’occasione per porre con forza il tema della revisione delle politiche economiche dell’Eurozona. Politiche che finora non hanno fatto altro che divaricare le condizioni di vita tra e negli Stati membri e porre una seria ipoteca alla stessa sopravvivenza dell’UE.