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Investimenti pubblici, formazione, ricerca e sviluppo. Superata la crisi, la crescita del nostro Paese passerà da qui

Workers from ILVA steel plant stage a protest on the west highway in Genoa

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La crisi dei mutui subprime e il fallimento della Lehman Brothers sono ritenute l’origine della più violenta e profonda crisi economica che ha investito l’economia mondiale dai tempi della Grande Depressione del 1929. Nel 2008, allo scoppiare della Grande Recessione, l’Italia era la seconda manifattura d’Europa nonostante il calo dell’1,1% del PIL, che si attestava a 1.573 miliardi di euro. Dopo otto anni di crisi – caratterizzata da recessioni a doppio picco, con lo spettro della deflazione che continua ad aleggiare minaccioso sul Vecchio Continente e il tasso d’inflazione medio dello 0,1% nel 2015 nonostante il Quantitative Easing della BCE (Banca Centrale Europea) – cosa è accaduto all’industria del nostro Paese?

 

Lo stato della nostra economia

Il quadro dettagliato dello stato della manifattura italiana è offerto dalle statistiche sull’industria italiana, al novembre 2015, pubblicate dall’ISTAT il 14 gennaio. “A novembre 2015 – si legge nel rapporto – l’indice destagionalizzato presenta variazioni congiunturali negative che coinvolgono tutti i comparti. Diminuiscono i beni di consumo (1,3%), i beni strumentali (-0,8%), l’energia (-0,7%) e i beni intermedi (-0,4%)”. La produzione industriale è diminuita rispetto al 2008 di 29 punti (25 punti con le correzioni del calendario): infatti, l’indice della produzione industriale con base 100 nel 2010 era 121 nel 2008 e 92 (96) nel 2015, risultando così ancora inferiore a quella del 1990.

 

La prima cosa da osservare è che, nonostante la tenue ripresa nessun grande comparto industriale ha raggiunto i livelli di produzione del 2008 e, proseguendo con questo passo, quel livello potrebbe essere raggiunto tra venti anni. L’analisi disaggregata mostra, pur in un quadro deprimente, una dinamica diversa tra il settore dei beni strumentali che perde circa 24 punti, a fronte dei 31 dei beni intermedi e dei 40 punti del settore energia. La caduta del settore dei beni di consumo raggiunge nel complesso i 20 punti, con un vero e proprio crollo nel settore dei beni di consumo durevoli (-35 punti).

 

Italy's PM Renzi talks with Finance Minister Padoan during a confidence vote at the Senate in Rome

 

(Il premier Renzi e il ministro dell’Economia Padoan)

 

Quindi, i due settori dove maggiore era la specializzazione produttiva italiana (elettrodomestici, etc.) sono quelli che hanno registrato il tracollo. Fanno eccezione il farmaceutico, l’elettromedicale, la meccatronica finale e l’auto, che registrano nel 2015 un vero e proprio boom. Gli investimenti fissi in Italia continuano a essere negativi, passando da 330 miliardi del 2008 a 269 del 2014 (-18%), e anche gli investimenti per la protezione dell’ambiente delle imprese industriali, cioè una parte importante della cosiddetta green economy, fanno segnare una diminuzione del 16,9% rispetto all’anno precedente, “in un contesto – sottolinea il rapporto ISTAT – di riduzione sia degli investimenti fissi lordi complessivi (-10,1%) sia del valore della produzione (-6,8%)”.

 

Banche, consumi e investimenti

In queste condizioni la crescita delle sofferenze bancarie e dei crediti incagliati è solo la manifestazione del malessere del sistema produttivo nazionale che ha perso il 30% della sua capacità. Si può salvare qualche singola banca attraverso ricapitalizzazioni, fusioni o salvataggi pubblici temporanei sul modello USA, ma non si può salvare il sistema bancario senza una chiara inversione di tendenza, cioè senza attuare una decisa sterzata verso la crescita economica.

 

In un contesto in cui il Fondo Monetario Internazionale rivede al ribasso le stime della crescita economica globale – +3,4% per il 2016 e +3,6% nel 2017 – e le economie dei Paesi emergenti accusano riduzioni del PIL per effetto del crollo dei prezzi del petrolio, delle materie prime e delle derrate alimentari, puntare sulla crescita delle esportazioni è come giocare una partita alla roulette russa.

 

People walk in front of Banca Etruria in downtown Rome

 

Gli 80 euro devoluti agli italiani dal governo del primo ministro Matteo Renzi hanno contribuito a contenere la caduta dei consumi, in particolare dei beni non durevoli, ma ovviamente non possono bastare per riavviare il motore della crescita. Anche il sostegno indiretto agli imprenditori, attraverso sgravi contributivi sul lavoro e incentivi fiscali contenuti nelle due ultime Leggi di Stabilità, non sembra essere stato in grado di arrestare il declino industriale del Paese. Si pone quindi con urgenza il tema degli investimenti pubblici.

 

L’Italia ha bisogno di modernizzare le proprie reti: dalla banda larga all’energia, dalla rete ferroviaria a quella idrica, dai porti alle strade. L’Italia ha necessità di investire in ricerca e sviluppo e ha soprattutto bisogno di investire nella formazione del capitale umano e le leve di questi vettori della crescita economica e sociale sono nelle mani del governo. Dai prossimi Stati Generali dell’Industria, noti come Manifattura Italia, il Paese si attende l’indicazione del sentiero da seguire per tornare a essere a pieno titolo una delle grandi nazioni industriali del mondo.