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Le dichiarazioni dell’Attorney General di fronte alla Commissione Intelligence del Senato confermano l’inconsistenza delle accuse mosse a Trump per i suoi rapporti sospetti con il Cremlino

U.S. Attorney General Jeff Sessions speaks at a news conference in Washington

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di Alfredo Mantici

Chi si aspettava che l’audizione dell’Attorney General degli Stati Uniti Jeff Sessions di fronte alla Commissione Intelligence del Senato di Washington fornisse nuove armi dialettiche e legali a chi accusa Donald Trump e i suoi più stretti collaboratori di aver tenuto contatti “inappropriati” con Mosca durante l’ultima campagna elettorale, è rimasto amaramente deluso.

 

L’ex senatore dell’Alabama – presidente della Commissione Esteri del Senato che durante la precedente Amministrazione – è stato ascoltato ieri, martedì 13 giugno, da un panel di senatori per rispondere delle accuse diffuse a mezzo stampa di aver avuto incontri segreti con l’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Sergey Kislyak, prima e dopo le elezioni presidenziali del novembre 2016. Nel mirino c’è in particolare un incontro avuto tra i due al Mayflower Hotel di Washington nell’aprile scorso, e di cui Sessions è stato accusato di aver taciuto.

 

Le dichiarazioni di Sessions

Sessions, che in qualità di Attorney General è il superiore diretto del capo dell’FBI, ha accettato di testimoniare dopo essersi autoescluso – come è sua legittima facoltà – dalla direzione politica e amministrativa delle indagini avviate sul Russiagate dall’ex direttore del Federal Bureau of Investigation James Comey. Un passo indietro attraverso cui Sessions ha scansato dalla sua figura qualsiasi ombra di conflitto di interesse.

 

 

 

Parlando sotto giuramento ai senatori della Commissione Intelligence, Sessions è stato molto chiaro e netto. «Per piacere cari colleghi – ha esordito – ascoltatemi bene. Non ho mai incontrato né ho avuto alcuna conversazione con qualsivoglia inviato russo o straniero relativamente a qualsiasi interferenza nella campagna elettorale […] Ogni ipotesi di mia collusione con il Cremlino si fonda su una tremenda e detestabile bugia. Io mi sono astenuto dalle indagini sui russi ma non mi astengo dal difendere il mio onore da accuse false e volgari».

 

Parole dure e inequivocabili che hanno spento, fin dall’inizio, l’ardore polemico dei senatori democratici pronti, come sosteneva ieri mattina il New York Times, a mettere «sulla graticola» («prepared to grill») l’ex senatore che già in passato aveva sostenuto l’assoluta legittimità dei suoi due incontri con Kislyak nella sua veste istituzionale di presidente della Commissione Esteri del Senato.

 

Le incongruenze della testimonianza di Comey

Archiviata la questione degli incontri con rappresentanti di Mosca di fronte a una così netta dichiarazione giurata, il fuoco delle domande si è rivolto alla vicenda del licenziamento di Comey, silurato motu proprio dal presidente Trump il 9 maggio scorso. Incalzato dal senatore Mark Warner della Virginia, decano dei componenti democratici della Commissione Intelligence, Sessions si è rifiutato di discutere dei contenuti delle sue conversazioni con il presidente sull’inchiesta russa e sul licenziamento di Comey in quanto «fedele alla storica pratica del Dipartimento della Giustizia che gli vieta di violare il dovere di proteggere i colloqui confidenziali con il presidente».

 

FBI Director Comey testifies on Capitol Hill in Washington(L’ex direttore dell’FBI James Comey)

 

Sordo alle proteste dei suoi ex colleghi democratici, con questa presa di posizione – attraverso cui ha rivendicato, sia pure in modo non formale, il «privilegio dell’esecutivo» di fronte al Congresso – Sessions ha messo indirettamente in cattiva luce l’ex direttore Comey. Questi lo scorso 8 giugno, durante un’analoga audizione, aveva infatti candidamente ammesso di essere stato la fonte delle indiscrezioni stampa sui suoi colloqui con Trump, violando le regole del Dipartimento della Giustizia di cui all’epoca era il più alto funzionario. Comey aveva fatto molta impressione sui media americani quando aveva sostenuto di essersi sentito «a disagio» nei suoi rapporti con il presidente. Sul tema Sessions è stato lapidario: «Penso sia assolutamente appropriato che il presidente abbia colloqui diretti con il direttore dell’FBI. Egli (Comey, ndr) non mi ha mai parlato del suo disagio. Avrebbe potuto protestare con me o con il mio vice di ogni eventuale indebita pressione da parte della Casa Bianca».

 

Il Russiagate si sgonfia

L’audizione di Sessions è proseguita secondo linee bipartisan: da un lato i senatori democratici hanno pressato e interrotto più volte il testimone, arrivando sul punto di perdere la calma; dall’altro i rappresentanti repubblicani, compreso il senatore John McCain – che non è mai stato un sostenitore di Trump – ne hanno preso apertamente le difese.

 

L’attesa testimonianza si è così conclusa senza che siano emersi particolari piccanti o clamorosi sui suoi rapporti con Donald Trump e, in definitiva, senza portare nuove frecce all’arco di chi spera in una fine anticipata della presidenza dell’immobiliarista di New York, al quale l’establishment di Washington e la quasi totalità della stampa americana hanno dichiarato una guerra senza quartiere.

 

RUSSIAGATE

 

Dopo le testimonianze di fronte alla Commissione Intelligence del Senato di James Comey e di Jeff Sessions, diventa pertanto sempre più difficile sostenere l’analogia delle vicende che coinvolgono Trump e i suoi collaboratori con i comportamenti illegali di Richard Nixon e dei suoi assistenti che portarono allo scandalo Watergate e alla cacciata, nell’estate del 1974, del presidente degli Stati Uniti.

 

Il Russiagate, come è stato ribattezzato dai media l’oscuro e presunto tentativo del Cremlino di condizionare le elezioni americane, sta lentamente facendo emergere tutta la sua inconsistenza.