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Il presidente ha bisogno del sostegno della maggioranza dei repubblicani nei due rami del Congresso. Huntsman è il “moderato giusto” per permettergli di riavvicinarsi all’establishment del partito

Jon Huntsman

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di Alfredo Mantici

 

Fin dallo scorso 20 gennaio, giorno del suo insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump ha dimostrato di essere fermamente deciso a tradurre in atti di governo tutte le promesse fatte durante la campagna elettorale. Dalle restrizioni all’ingresso di nuovi immigrati o di rifugiati negli Stati Uniti all’abrogazione dell’Obamacare – la discussa riforma sanitaria varata dal suo predecessore Barack Obama – il nuovo presidente si è dimostrato coerente nel comportamento – che tanto irrita i benpensanti della costa orientale e della California – nelle scelte politiche e nella selezione del suo team composto da suoi fedelissimi sostenitori.

 

Nella serata dell’8 marzo Trump ha sorpreso tutti i commentatori politici quando dalla Casa Bianca è filtrata la sua decisione di nominare Jon Huntsman nuovo ambasciatore a Mosca. «A baffling choice», ovvero «una scelta sorprendente che lascia perplessi» l’ha definita il sito web vicino al partito democratico VOX, mentre il magazine Newsweek, che pubblica regolarmente interventi al veleno contro Donald Trump, si è chiesto stupito: «Perché Trump ha nominato uno dei suoi critici ambasciatore in Russia?». In effetti Jon Huntsman, ambasciatore a Pechino dal 2009 al 2011 per decisione di Barack Obama pur essendo un politico repubblicano, non può essere annoverato tra i sostenitori del nuovo inquilino della Casa Bianca.

 

Chi è Jon Huntsman?

Mormone, figlio di un multimiliardario fondatore di un colosso multinazionale della chimica, la Huntsman Corporation, per due anni è stato missionario a Taiwan. Annoverato tra i repubblicani “moderati”, dopo aver corso senza successo per la nomination del suo partito alle elezioni presidenziali del 2012, poi vinte da Obama, ed essere stato governatore dello stato dell’Utah, la “patria” dei mormoni americani, Huntsman ha appoggiato Donald Trump all’inizio della sua corsa alla presidenza. Successivamente ha però ritirato pubblicamente il suo sostegno al tycoon newyorchese quando tutta la stampa americana ha reso pubblici alcuni sboccati commenti di Trump sull’universo femminile. Frasi che hanno evidentemente urtato profondamente il rigore morale di Huntsman, spingendolo a prendere le distanze da Trump.

 

Jon Huntsman_Pechino_2009(Pechino, 2009: Huntsman insieme alla famiglia quando era ambasciatore in Cina)

 

Anche se parla correntemente il cinese, sia per i suoi soggiorni come predicatore a Taiwan che per il periodo trascorso a Pechino come ambasciatore, Huntsman non viene ritenuto un esperto della Russia nonostante tutti gli riconoscano un eccellente curriculum come diplomatico. Durante la presidenza di Bush senior, Huntsman all’età di 31 anni è stato infatti nominato ambasciatore a Singapore nel 1991 e la sua nomina è stata confermata anche da Bill Clinton. A quel tempo Huntsman era il più giovane ambasciatore americano nominato nell’ultimo secolo.

 

Pur essendo universalmente conosciuto come un esperto di Asia Orientale – «sicuramente il ragazzo sa come si gestisce un’ambasciata» ha commentato ieri VOX – come detto non risulta che Huntsman abbia piena contezza delle dinamiche interne russe, né finora si sono registrate sue dichiarazioni pubbliche sul delicato tema dei rapporti degli Stati Uniti con il Cremlino, che Trump vorrebbe riportare alla normalità dopo il progressivo declino durante l’Amministrazione Obama.

 

Gli interessi in Russia

Se non si conoscono, quindi, le sue posizioni sulla volontà di Trump di raggiungere un accordo globale su tutti i delicati temi che compongono il difficile dossier delle relazioni presenti e future tra Washington e Mosca, un dato certo emerge invece dal suo albero genealogico: l’azienda di famiglia, la Huntsman Corporation, è coinvolta in importanti progetti industriali tuttora in corso in Russia, inclusa una joint venture in una fabbrica di poliuretani a Obninsk, nelle vicinanze di Mosca.

 

Inoltre Huntsman è membro del consiglio di amministrazione della Ford, che ha numerosi impianti in Russia, e della Caterpillar, che ha costruito una fabbrica di trattori nei pressi di San Pietroburgo. Un curriculum che lascia dunque pensare che il nuovo ambasciatore a Mosca non sia del tutto ostile all’idea di riallacciare buone relazioni con il Cremlino.

 

Jon Huntsman(Huntsman in New Hampshire durante la campagna per le primarie repubblicane del 2012)

 

La strategia di Trump

Ma un altro fattore potrebbe essere alla base della scelta di Trump. Huntsman non solo è, come abbiamo visto, un diplomatico di grande esperienza e un uomo d’affari con un background che non dispiace certamente ai russi, ma è anche un esponente di quel centro moderato repubblicano con il quale Donald Trump deve riallacciare i rapporti – resi difficili fin dall’inizio dal suo status di outsider – se vuole che la maggioranza del partito nei due rami del Congresso lo sostenga lealmente durante i prossimi quattro anni, evitando di cedere alle lusinghe dei democratici che finora non hanno fatto mistero dell’intenzione di tentare di sfrattarlo, con ogni mezzo, dalla Casa Bianca.

 

La scelta di un moderato come Huntsman dimostra che Trump, quando vuole, sa essere cauto e prudente. I suoi critici acerrimi a Washington e nel mondo dei media dovrebbero sempre tener presente che il nuovo presidente americano, che attaccano a testa bassa considerandolo uno spaccone e un parvenu della politica, è anche l’autore di un saggio di grande successo editoriale e popolare intitolato L’Arte della mediazione.