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La sparatoria alla partita di baseball dei repubblicani in Virginia e le inconsistenti accuse al presidente in merito al Russiagate sono due facce della stessa medaglia.

Birds fly past the U.S. Capitol as the sun rises in Washington

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di Luciano Tirinnanzi

 

«Trump è colpevole e dovrebbe andare in carcere per tradimento». Non è la rivelazione del Washington Post, secondo cui oggi apprendiamo che il presidente degli Stati Uniti sarebbe sotto indagine per possibile ostruzione alla giustizia, nel caso Russiagate.

 

È quanto scritto da James Hodgkinson il 12 giugno in un post pubblicato su Facebook poco prima di recarsi presso il campo di baseball di Alexandria, Virginia, e aprire il fuoco contro i deputati repubblicani durante una partita di beneficenza.

 

Questo insieme di fatti, apparentemente tra loro disgiunti, raccontano a sufficienza quanto pesante sia il clima politico che si respira a Washington – e per estensione in America – da quando Donald Trump è diventato il 45esimo presidente.

 

La sparatoria ha lasciato a terra Steve Scalise, membro di alto rango nella leadership repubblicana alla Camera dei Rappresentanti, ricoverato d’urgenza. Lo sparatore, invece, è stato ucciso contestualmente dalla polizia, che è riuscita a evitare il peggio: «Molte vite sarebbero state perse se non fosse stato per l’azione degli agenti di Capitol Hill che sono riusciti ad abbattere lo sparatore durante questo attacco brutale» ha rivelato lo stesso Trump, scioccato per l’attentato a suo «caro amico». Hodgkinson, infatti, ha scaricato decine di colpi contro i repubblicani in campo, secondo le testimonianze dei presenti.

 

Quando l’FBI ha iniziato a scandagliare la sua vita, ha scoperto che l’uomo era un fanatico sostenitore di Bernie Sanders, il candidato democratico che ha perso le primarie contro Hillary Clinton ma che, a detta di molti commentatori, avrebbe potuto competere con Trump e persino batterlo, se i democratici non si fossero intestarditi a sostenere l’ex first lady. Hodgkinson, insomma, ha voluto farsi “giustizia” da solo e vendicare col sangue la vittoria, a suo dire immeritata, dei repubblicani.

 

ScaliseShooting

 

La «vigilia della guerra civile»

 

Questa tentata strage, specie se calato nel contesto del Russiagate, dovrebbe far riflettere e dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme. Perché evidenzia il persistere, anzi il deteriorarsi, giorno dopo giorno del tumultuoso momentum che la politica americana vive dal giorno della candidatura di Trump. Un periodo che l’ambasciatore Sergio Romano ha opportunamente definito, in tempi non sospetti, come «un clima da vigilia di guerra civile».

 

Ed è vero. Perché, pur considerando l’alibi della follia e la singolarità del personaggio, chi ha involontariamente armato le mani di James Hodgkinson è anche chi fomenta questa battaglia insensata per abbattere Trump a tutti i costi, e chi alimenta con false notizie i media americani, sempre più pervasi da un furore inquisitorio tale che non riescono neanche più a sentire l’odore del fumus persecutionis che esce dalle loro rotative. L’intenzione è palese: si vuole nuocere a Donald J. Trump e a tutto ciò che egli rappresenta.

 

Questo gioco pericoloso è seguito allo shock patito dal vecchio establishment, e in particolare dal comitato democratico per l’elezione della Clinton, convinto che il tycoon non avesse alcuna chance di vittoria dopo che, poche ore prima del voto, il New York Times dava addirittura le probabilità di vittoria dei democratici al 90%. Peraltro un fatto che nel giornalismo non ha precedenti, per il suo evidente inganno.

 

FBI Director Comey testifies on Capitol Hill in Washington

(James Comey)

La caccia alle streghe del Russiagate

 

Si prenda il caso Russiagate, ovvero la teoria secondo cui Trump e il suo staff si sarebbero resi colpevoli di comportamenti impropri con il Cremlino, nell’ambito dell’azione politica espressa durante la campagna elettorale e poi proseguita con l’insediamento al governo.

 

Questa congettura, che non poggia su alcun fatto concreto ma soltanto su un memorandum scritto di suo pugno dall’ex direttore dell’FBI James Comey (peraltro mostrato agli inquirenti solo dopo esser stato licenziato da Trump), ha preso sempre più i connotati di una cieca caccia alle streghe e non invece di un nuovo Watergate. Visto che le prove del dolo che furono fatali al presidente Richard Nixon qui non esistono e che il possibile impeachment, ovvero la messa in stato d’accusa di un presidente, è un’ipotesi fuori dalla legge.

 

L’unico ad aver riportato la questione alla realtà con onestà intellettuale, è stato il costituzionalista clintoniano Alan Dershowitz il quale ha opportunamente ricordato: «secondo la Costituzione americana il presidente ha l’autorità per ordinare all’FBI di interrompere le indagini contro chiunque. Il presidente può decidere chi investigare e chi non investigare, chi perseguire e chi non perseguire. Il presidente è il capo dell’Esecutivo e il Dipartimento della Giustizia e l’FBI lavorano alle sue dirette dipendenze ed egli può ordinare loro di fare tutto quello che egli desidera […] Ogni sapientone democratico che nella sua frenesia di bloccare Trump ha volontariamente ignorato queste realtà ha messo in pericolo le nostre libertà civili e i nostri diritti costituzionali […] Andiamo avanti con le indagini sugli sforzi russi per interferire nelle nostre elezioni senza che l’inchiesta venga danneggiata da frivoli tentativi di accusare il presidente Trump di aver commesso un crimine quando ha semplicemente esercitato la sua autorità costituzionale».

 

1418463_1280x720(la sparatoria di Dallas)

 

La vendetta politica

 

Ciò nonostante, è in atto una manovra politica per mettere alla berlina il presidente degli Stati Uniti, ponendolo sotto indagine per possibile ostruzione alla giustizia, perché quell’uomo semplicemente non piace. Né le sue idee, né la sua azione di governo. Il che è ovviamente legittimo. Ma anche chi detesta a buon diritto Donald Trump, e di ragioni ve ne sono, non può però prestarsi al gioco pericoloso di alimentare velenose bugie contro di lui.

 

Perché nell’America depressa da anni d’impoverimento della classe media. In un paese che si è riscoperto rancoroso e arrabbiato. In una terra stracolma di armi, dove a Dallas – negli stessi luoghi dove trovò la morte il presidente John Fitzgerlad Kennedy – un cecchino afroamericano uccide a sangue freddo cinque agenti di polizia per punire un’istituzione accusata di razzismo contro i neri. E dove a Washington un giovane di 28 anni entra in una pizzeria convinto da una fake news secondo cui quel locale era un centro di sfruttamento della prostituzione minorile gestito dai democratici.

 

In quest’America dove il giornalismo si è fatto portatore di notizie non verificate e alimenta il clima di violenza e sospetti, e dove la politica non lesina colpi bassissimi, il rischio è che questi episodi si moltiplichino d’ora in avanti.

 

Ragion per cui qualcuno – proprio come accaduto con la sparatoria al campo di baseball contro i repubblicani – potrebbe attentare nuovamente alle istituzioni, e magari alla vita stessa del presidente, determinando così un fenomeno prolungato di terrorismo interno, con “lupi solitari” meglio equipaggiati a seminare panico e morte, non già in nome di un lontanissimo Califfato islamico ma di una vendetta politica tutta americana. È già successo. E potrebbe succedere ancora.