STATI UNITI D'AMERICA -

Il caos sui visti negati ai cittadini stranieri non deve distogliere l’attenzione. Trump sta rispettando gli impegni elettorali, da Putin al muro col Messico, a costo di spaccare la nazione

Trump speaks by phone with Putin in the Oval Office at the White House in Washington

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di Alfredo Mantici

 

Mentre gli aeroporti degli Stati Uniti erano nel caos per le proteste contro il ritiro dei visti d’ingresso per i cittadini musulmani di sette paesi del Medio Oriente e dell’Africa, il neo presidente americano Donald Trump ha smesso per un momento di firmare i suoi rivoluzionari executive order per dedicarsi, tra venerdì 27 e sabato 28 gennaio, a un giro di consultazioni planetarie che segnano i primi passi della sua politica estera.

 

L’incontro con Theresa May

 

Il 28 gennaio, Trump ha ricevuto alla Casa Bianca il primo ministro britannico Theresa May per un pranzo di stato preceduto da una conferenza stampa. May è il primo capo di stato giunto a Washington dopo le elezioni di novembre. Con questo incontro, i due leader hanno voluto riavviare la special relashionship inaugurata da Winston Churchill e da Franklin Delano Roosevelt all’inizio della seconda guerra mondiale, progressivamente affievolitasi con la fine della guerra fredda e il maggior impegno del Regno Unito negli affari europei.

 

Dopo la decisione di abbandonare l’Unione Europea, con questa visita la May ha voluto sottolineare il ritorno sulla scena mondiale del Regno Unito come protagonista di un nuovo rapporto con tutto il mondo anglosassone al di fuori dei vincoli e delle paralizzanti liturgie di Bruxelles.

 

Durante il pranzo alla Casa Bianca i due, pur provenendo da ambienti molto distanti tra di loro – Trump è un miliardario figlio della tv commerciale, mentre la May è una politica figlia di un vicario della chiesa anglicana – i due capi di governo hanno avuto una conversazione “libera, affettuosa e a tutto campo”, stando alle dichiarazioni dei loro collaboratori.

 

Nella conferenza stampa, tra l’altro celebrata dai giornalisti come “priva di gaffe”, i due leader hanno fatto riferimento alle figure di Donald Reagan e Margaret Thatcher che insieme vinsero la guerra fredda negli anni Ottanta del secolo scorso, grazie anche a un’intesa personale che spinava le divergenze politiche. Divergenze che, nonostante l’intesa, sussistono ancora oggi. Specie per quanto riguarda i rapporti con la Russia di Vladimir Putin e il problema delle sanzioni decise da Europa e Stati Uniti dopo l’annessione della Crimea da parte di Mosca.

 

Hundreds of people rally against a travel ban signed by U.S. President Donald Trump in an executive order during a protest at Detroit Metropolitan airport in Romulus, Michigan(Proteste al Detroit Metropolitan airport  di Romulus, Michigan)

La questione immigrazione

 

In proposito, Theresa May ha ribadito con fermezza l’efficacia delle sanzioni contro il Cremlino, mentre Trump ha glissato sull’argomento, sostenendo che “è ancora presto per parlarne”. Il presidente ha preferito sottolineare come dopo la Brexit la Gran Bretagna riprende il suo posto di partner privilegiato degli Stati Uniti.

 

La May si è ben guardata dal criticare le misure anti-immigrazione di Trump e questo ha provocato proteste vivaci da parte di molti parlamentari del suo partito, costringendo Downing Street a diffondere il 28 gennaio un comunicato nel quale si sottolinea che il governo di Sua Maestà “non è d’accordo” con l’approccio del presidente americano ai problemi migratori. Nonostante le proteste e i malumori nel partito conservatore, l’incontro è stato percepito come un successo per entrambi i leader, ambedue agli esordi nei rispettivi ruoli.

 

 

Il dialogo con Putin e gli altri leader mondiali

 

Trump ha trascorso il 28 gennaio quasi interamente al telefono parlando, nell’ordine, con: il presidente russo Vladimir Putin, il primo ministro giapponese Shinzo Abe, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Francoise Hollande e il primo ministro australiano, Malcolm Turnbull.

 

Il primo colloquio, quello con Putin, è stato sicuramente il più importante perché segna una totale inversione di tendenza nei rapporti tra Russia e Stati Uniti che, durante gli otto anni dell’amministrazione Obama, hanno raggiunto livelli di ostilità simili a quelli dei tempi in cui Mosca veniva definita da Reagan la capitale dell’“impero del male”.

 

Durante i cinquanta minuti di telefonata i due capi di stato hanno convenuto sull’esigenza di mettere ordine nei rapporti tra le due superpotenze. Stando a quanto dichiarato dal portavoce della Casa Bianca, “si è trattato di un primo passo positivo verso un miglioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Russia, che hanno un urgente bisogno di essere riparate. Sia il presidente Trump che il presidente Putin sperano che dopo questa telefonata i due paesi si muovano insieme per combattere il terrorismo e risolvere le questioni di mutuo interesse”. Il portavoce del Cremlino ha precisato anche che “i due presidenti hanno convenuto di mettere le basi per un efficace coordinamento delle operazioni in Siria per distruggere l’ISIS”. Anche se non si è parlato delle sanzioni “è stata sottolineata l’importanza di ricostruire i rapporti economici e le relazioni commerciali tra i due paesi”.

 

Russian President Putin meets with British PM May as part of G20 Summit in Hangzhou(Theresa May e Vladimir Putin al G20 di Hangzhou, Cina)

 

Le linee guida di Trump

 

Nelle telefonate con gli altri capi di stato, il neo presidente ha invece ribadito le linee generali della sua politica estera, attenuando i toni critici nei confronti della NATO (da lui definita “obsoleta” durante la campagna elettorale) e confermando l’impegno americano a sostenere i tradizionali alleati.

 

Quello del 28 gennaio è stato un sabato impegnativo per il nuovo inquilino della Casa Bianca che, tra executive order e telefonate internazionali, ha dimostrato che l’unica accusa che non può essergli rivolta è quella di non rispettare gli impegni elettorali. Con buona pace dell’opposizione, infatti, Donald Trump tenterà di attuare tutte le promesse e le minacce contenute nel suo programma anche a costo di spaccare l’America, a cominciare dalla costruzione del muro con il Messico e dalle restrizioni all’immigrazione, per finire alle nuove relazioni con Mosca. Chi sperava che l’establishment riuscisse a frenarlo costringendolo a più miti consigli, per ora è rimasto deluso.