LIBANO -

Da oltre 18 mesi il Libano è in attesa di un nuovo presidente, dopo la conclusione del mandato di Michel Suleiman nel maggio 2014. Da allora, ben 33 assemblee parlamentari volte a nominare il successore si sono rivelate fallimentari

Lebanese Christian politician and leader of the Marada movement Suleiman Franjieh meets with Agriculture Minister Akram Chehayeb at his house in Bnechi, northern Lebanon

Vai alla scheda paese Commenta l'articolo (0)

Il presidente della Repubblica libanese viene eletto indirettamente dal parlamento. In base al Patto Nazionale del 1943 – che stipulò la nascita del Libano come Stato multiconfessionale – questa figura deve essere sempre un cristiano maronita, mentre il primo ministro è un musulmano sunnita e il presidente del Parlamento un musulmano sciita.

 

I presidenti proposti dalle fazioni che si sono spartite la scena politica lo scorso anno – la Coalizione del 14 Marzo a maggioranza sunnita di Saad Hariri e la Coalizione 8 Marzo degli sciiti Hezbollah e Amal – non hanno mai ottenuto la maggioranza dei due terzi del parlamento necessaria per approvare l’incarico (86 voti). Dopo la conclusione del mandato di Michel Suleiman nel maggio 2014, ben 33 assemblee parlamentari volte a nominare il successore si sono rivelate fallimentari.

 

Nemmeno l’ultima trovata in fatto di alleanze è riuscita a far emergere un consenso. A metà dicembre è stata annunciata la candidatura a presidente di Suleiman Franjieh, leader del “Movimento Marada”, formazione politica di orientamento cristiano-democratico, liberale e secolarista fondata negli anni Novanta. Frutto di un accordo tra l’ex primo ministro Saad Hariri e il druso Walid Jumblatt, la candidatura di Franjieh è stata salutata come possibile momento di svolta della crisi politica libanese, sebbene desti ancora perplessità tra i sostenitori della Coalizione 14 Marzo, vista soprattutto la nota rivalità politica tra Hariri e Franjieh.

 

Handout picture shows Lebanon's opposition leaders meeting with Hezbollah(i principali esponenti politici libanesi a colloquio. Tra gli altri, si notano Franjieh e il leader di Hezbollah, Nasrallah)

 

Tralasciando le motivazioni che hanno spinto Hariri a sostenerne la candidatura, si era pensato inizialmente che l’unione dei gruppi di Hariri e Jumblatt in parlamento avrebbe potuto assicurare il numero di voti necessari a confermare la nomina presidenziale.

 

Anche la sessione parlamentare del 16 dicembre si è però conclusa con un nulla di fatto, nonostante l’opinione pubblica avesse sottolineato una rinnovata comunità di intenti tra le varie forze politiche per far prevalere l’unità nazionale, rafforzatasi dopo l’attentato del 12 novembre a Beirut, rivendicato dall’ISIS e costato la vita a 40 persone.

 

I lavori parlamentari sono stati così aggiornati al 7 gennaio 2016, ma con una legge elettorale ancora da vagliare, un governo dimissionario con reggenza ad interim e un parlamento che ha già esteso due volte (l’ultima a novembre 2014) il suo mandato. È dunque difficile intravedere un 2016 di maggiore stabilità per il Libano, troppo vulnerabile anche agli equilibri regionali.