LIBIA -

Le offensive delle milizie di Misurata e i raid aerei americani non sono finora bastati per riprendere il controllo della roccaforte jihadista. Ma il problema più grande è capire cosa sarà di Sirte dopo la sconfitta di ISIS

Sirte_ISIS

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

 

Quella che doveva essere una “guerra lampo” per eliminare le ultime sacche di resistenza dello Stato Islamico in Libia, si sta rivelando per gli USA un’operazione più lunga e dispendiosa del previsto. Un motivo di preoccupazione in più per Barack Obama, che il primo agosto scorso aveva dato il via ai raid aerei su Sirte nella speranza di poter chiudere il suo secondo e ultimo mandato alla Casa Bianca attestandosi quantomeno la paternità della liberazione della Libia dal Califfato.

 

Nella roccaforte di Sirte ISIS continua invece a resistere. Stando alle ultime stime del Washington Post, sono circa 100 i miliziani asserragliati in un’area residenziale situata al centro della città costiera, nominata nel 2015 capitale dell’emirato islamico in Libia dal Califfo Abu Bakr Al Baghdadi. La scorsa settimana, in un solo giorno 14 di loro sono stati uccisi nel corso delle offensive portate avanti dalle milizie di Misurata, la forza armata in prima linea in questi combattimenti, alleata del Governo di Accordo Nazionale guidato dal premier designato dalle Nazioni Unite Faiez Serraj e coperta nel suo ingresso nella città dai caccia e dai droni statunitensi.

 

Nonostante l’enorme sproporzione di forze a loro sfavore, i jihadisti si sono però finora mostrati capaci di rispondere agli attacchi. E così come sta accadendo in questi giorni a Mosul, la capitale dello Stato Islamico in Iraq, il solo fatto di riuscire a trascinare l’Occidente il più a lungo possibile in una battaglia di logoramento, rappresenta un grande motivo d’orgoglio per i vertici del Califfato nonché, soprattutto, un formidabile strumento mediatico da utilizzare a fini propagandistici sul web.

 

Le operazioni militari per riprendere il controllo di Sirte, città in grandissima parte ormai spopolata, stando alle previsioni degli strateghi americani non avrebbero dovuto presentare particolari ostacoli, principalmente per tre motivi: il numero di miliziani al soldo del Califfato, contenuto rispetto ai teatri di guerra di Siria e Iraq, nonostante l’afflusso consistente dal 2015 di miliziani provenienti dal Nord Africa (Tunisia ed Egitto principalmente) ma anche dal Sahel e dall’Africa subsahariana (soprattutto dai “fratelli” di Boko Haram, affiliati al Califfato); la mancanza di supporto alla causa jihadista da parte della popolazione locale, cosa che invece si è registrata tanto a Mosul quanto a Raqqa, specie subito dopo la proclamazione della nascita del Califfato nel giugno del 2014; la poca solidità economica dell’emirato di Sirte, sul cui destino ha pesato soprattutto il fallimento del progetto di conquistare i pozzi e i terminal petroliferi della “Mezzaluna Petrolifera”, ora sotto il controllo del generale della Cirenaica Khalifa Haftar.

 

Sirte_mappa

 

I limiti delle milizie di Misurata

Al netto di questi elementi a proprio favore, sin dall’inizio della campagna di Sirte nel maggio scorso le milizie di Misurata sono però rimaste impantanate nella battaglia. Male armati e poco pagati, non supportati a dovere dal governo per il quale combattono, vale a dire quello di Serraj, i misuratini si sono lentamente sfaldati. Le perdite sono aumentate di settimana in settimana. In centinaia sono morti a causa delle trappole esplosive disseminate dai jihadisti all’interno della città, altri sono stati presi alla sprovvista in imboscate, altri ancora uccisi dai cecchini. Nella guerriglia urbane e nei rastrellamenti casa per casa il bilancio dei morti è continuato a lievitare, con gli irriducibili di ISIS nascosti in tunnel e gallerie sotterranee pronti a colpire il nemico all’improvviso. Tutto ciò, unito alla fatiscenza degli ospedali libici in cui vengono trasferiti i feriti – a cui il governo di Tripoli spera si possa porre rimedio con l’ospedale da campo allestito dall’esercito italiano a Misurata – ha rallentato sensibilmente la marcia su Sirte. Al punto che, secondo stime americane, nelle ultime settimane i miliziani libici avrebbero guadagnato terreno in media ogni giorno per poco più di cento metri.

 

Gli errori di previsione degli USA

L’appoggio aereo degli USA, che sulla carta avrebbe dovuto permettere di portare a termine la conquista di Sirte entro poche settimane, ha indiscutibilmente “scosso” la situazione, ma non per come previsto. Dal primo agosto aerei da combattimento AV-8B Harrier della Marina e soprattutto droni sono decollati dalla nave da guerra USS Wasp per compiere circa 330 raid contro obiettivi jihadisti. Mentre la nave d’assalto anfibia USS San Antonio è pronta a fornire supporto alle forze speciali inviate sul posto, che coordinano e accompagnano le offensive di terra delle milizie di Misurata da una base allestita alle porte di Sirte. Ma nonostante gli sforzi sostanziosi, la missione non è stata ancora compiuta, l’operazione è stata prolungata due volte e sono iniziate a piovere critiche anche dalle forze pro-Serraj sulla scarsa efficacia dei bombardamenti americani.

 

Il colonnello Mark Cheadle, portavoce di AFRICOM (United States Africa Command), ha spiegato che nel fornire supporto aereo ai libici gli USA stanno cercando di limitare il numero di vittime tra i civili, evitando di sganciare bombe su palazzi che potrebbero ancora essere abitati. Washington, in sostanza, teme quegli effetti collaterali che però nel 2011 non impedirono a Obama di “benedire” l’abbattimento del regime di Gheddafi. Difficile però non credere alle parole del colonnello Cheadle, per il quale la presa di Sirte è solo questione di tempo, così come è inevitabile che ISIS prima o poi dovrà cedere buona parte se non tutto ciò che ha conquistato in questi due anni in Siria e Iraq. Il problema però è il dopo, ovvero cosa sarà di Sirte, così come di Mosul, dopo la sconfitta di ISIS.

 

Libia_ISIS_Sirte(Sirte: un miliziano delle forze pro-Serraj durante gli scontri con ISIS)

 

A Tripoli, dopo il ritorno nella capitale del premier del Governo di Salvezza Nazionale Khalifa Ghwell, il quale rivendica la premiership in mano a Serraj, domina il caos politico e istituzionale. Un caos su cui pesa l’ombra del “terzo governo”, cioè quello della Cirenaica del premier Abdullah Al Thinni e del generale Khalifa Haftar.

 

Se a Sirte le milizie di Misurata hanno rallentato l’avanzata è anche per queste tensioni. I comandanti militari, restii a spingere le proprie truppe allo scontro ravvicinato con i jihadisti, si chiedono a chi dovranno rispondere una volta liberata la città. Verranno ripagati per gli sforzi compiuti, o finiranno per scontrarsi con l’esercito regolare di Haftar? È una domanda che tutti si pongono in Libia. Ma a cui nessuno, compresa l’Italia, non sa dare una risposta. Risposte che potrebbero arrivare invece, già a stretto giro, da Russia e Paesi del Golfo, con in testa l’Arabia Saudita. Sentitosi abbandonato dall’Occidente, Serraj si sta adesso rivolgendo con più insistenza al Cremlino nel tentativo di salvare il salvabile del suo fragile governo.