LIBIA -

In un’intervista al Corriere della Sera il generale della Cirenaica critica la decisione del nostro Paese di appoggiare il premier Serraj: “Lasciate che siano i libici a occuparsi della Libia”

HAFTAR

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di Manuel Godano

 

Dall’annuncio della liberazione di Sirte dallo Stato Islamico all’inizio dello scorso dicembre, la Libia è gradualmente scomparsa dai radar dei media internazionali. La riconquista della roccaforte jihadista, di cui i miliziani del Califfato avevano preso il controllo nel giugno del 2015, non è però la soluzione ai tanti problemi a cui è chiamato a far fronte il fragile Governo di Accordo Nazionale (GNA) del premier Faiez Serraj. Il primo ministro designato dalle Nazioni Unite si è appuntato sul petto la medaglia della vittoria sullo Stato Islamico, ma l’esecutivo che presiede continua a perdere pezzi. L’ultimo ad annunciare le dimissioni è stato il 2 gennaio uno dei tre vice di Serraj, Mussa al Kuni, espressione della minoranza tuareg del sud del Paese. “Abbiamo fallito” ha dichiarato al Kuni riconoscendo l’incapacità del Consiglio di Presidenza di cui era membro di tenere unito quel che resta della Libia del dopo Gheddafi.

 

Impossibile dargli torto alla luce dei fallimenti inanellati dal GNA in questo primo anno di mandato. Nell’ordine, il governo di Serraj non ha ottenuto l’approvazione della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, necessaria per assumere poteri effettivi; non garantisce la sicurezza né a Tripoli, dove a metà ottobre ha fatto ritorno il premier del deposto Governo di Salvezza Nazionale Khalifa Gwell, né tantomeno nel resto del Paese; non controlla la produzione e le esportazioni del petrolio, in mano al generale della Cirenaica Khalifa Haftar da quando questi ha ripreso il controllo dei pozzi e dei terminal situati nel Golfo della Sirte; non ha risolto la crisi di liquidità, fermato la crescita dell’inflazione, garantito assistenza sanitaria ad ampie fasce della popolazione; non ha contribuito a porre un freno, come sperato dalla comunità internazionale, al flusso di migranti sub-sahariani che tentano la traversata del Mediterraneo per raggiungere le coste europee.

 

Serraj_Kerry_Gentiloni(Vienna, 16 maggio 2016. Da sinistra: Faiez Serraj, John Kerry e Paolo Gentiloni)

 

Il suo governo, di fatto, non sta salvando la Libia dal caos: l’unitarietà del Paese non esiste, il potere è frammentato nelle mani di chi fa valere la propria forza militare, mentre attori più decisi – la Russia di Putin, l’Egitto di Al Sisi e la stessa Francia – sconfessano la strategia dell’Occidente puntando sul “cavallo vincente”, vale a dire il generale Haftar.

 

Il tutto si consuma mentre da Paesi limitrofi – da sud così come da Tunisia, Algeria ed Egitto – ISIS e gruppi jihadisti legati ad Al Qaeda possono tornare alla ribalta da un momento all’altro, sfruttando a proprio favore vuoti istituzionali, assenza di leadership forti e contrasti tra le varie milizie e tribù per il controllo dei territori e delle risorse.

 

La versione di Haftar

In questo quadro di generale instabilità, Haftar è tornato a prendersi la scena rilasciando un’intervista al giornalista del Corriere della Sera Lorenzo Cremonesi. Il generale ha disegnato una mappa dei punti deboli della Libia, definendosi come era prevedibile l’unica figura in grado di venire a capo della lunga crisi che attanaglia il Paese dal 2011. Parla del suo esilio negli Stati Uniti durante gli anni del regime di Gheddafi, denuncia le forze islamiste radicali che hanno fatto deragliare fin dall’inizio il processo di inclusione politico avviato dopo la caduta del dittatore, snocciola i numeri dell’Operazione Karama (Dignità) con cui ha liberato Bengasi e la Cirenaica dagli estremisti, fa il punto sulla guerra all’ISIS e sugli ottimi rapporti con Putin e smentisce che il prossimo 4 gennaio ad Algeri incontrerà Serraj.

 

Nella sua versione dei fatti, le incongruenze non mancano. L’Operazione Dignità non ha portato all’eradicazione totale della minaccia jihadista da Bengasi e da altre aree della Cirenaica. Inoltre, Haftar lancia delle accuse perentorie nei confronti delle milizie di Misurata, il cui contributo nella liberazione di Sirte da ISIS è stato però sotto gli occhi di tutti. “I jihadisti – dichiara – vengono aiutati anche da alcune tra le milizie di Misurata, che sono radicali e combattono il nostro progetto di smantellarle in nome della supremazia dell’esercito. Senza l’aiuto americano Misurata non avrebbe mai preso Sirte. Loro si sono mossi solo quando hanno visto che i miei soldati stavano per accerchiarla. E comunque alcune delle loro brigate, come la Faruq, sono alleate dell’ISIS, ne condividono fanatismo e credo religioso”.

 

Haftar(Il generale Khalifa Haftar a Mosca dopo l’incontro con Putin)

 

Anche sul controllo e sulla gestione delle esportazioni petrolifere il generale ha dato risposte poco convincenti. “Ora conto di una forza di 50.000 uomini, che controlla circa l’80 per cento del Paese - sottolinea - Pattugliamo i pozzi petroliferi e i terminali qui nell’Est a Ras Lanuf, Brega, Al Sidr. Nessuno ruba gas o greggio. Vige la legalità. Anche i berberi delle montagne di Nafusah, a sud di Tripoli, sono nostri alleati”.

 

Interessanti, infine, le dichiarazioni sul ruolo dell’Italia in Libia. “Gli italiani da noi sono sempre benvenuti – afferma – Peccato che alcuni abbiano scelto di stare con i nostri nemici”. E ancora: “Noi ci aspettiamo aiuti da tutti per combattere l’ISIS. Saremmo ben contenti di cooperare con la Gran Bretagna, la Francia o la Germania. Italia compresa, purtroppo sino a ora il governo di Roma ha scelto di aiutare soltanto l’altra parte della Libia. Avete mandato 250 uomini tra soldati e personale medico per gestire l’ospedale di Misurata. A noi nulla. Negli ultimi giorni ci era stato promesso l’invio di due aerei per trasportare negli ospedali italiani alcuni dei nostri feriti gravi. Ma sino a ora non sono arrivati, forse per il brutto tempo. Ci saremmo aspettati maggior cooperazione”.

 

L’ultima frecciata è rivolta al generale Claudio Graziano, capo di stato maggiore della Difesa che a fine dicembre è stato a Misurata dove l’Italia ha predisposto un ospedale da campo nell’ambito dell’Operazione ‘Ippocrate’. “Non abbiamo apprezzato il discorso di fine d’anno del vostro capo di Stato maggiore in visita a Misurata. Ha detto che l’Italia sostiene le milizie di Misurata, cosa che va oltre una pura missione medica di pace. Conosco le tematiche del vostro ospedale. Il numero due della vostra intelligence è un mio caro amico, viene spesso a trovarmi e ne abbiamo parlato più volte. Però consiglierei ai Paesi stranieri e al vostro di non interferire nei nostri affari interni. Lasciate che siano i libici a occuparsi della Libia”.

 

Dunque per Haftar l’Italia in Libia si è schierata dalla parte sbagliata decidendo di sostenere sin dall’inizio la linea delle Nazioni Unite e di appoggiare la nomina del premier Serraj. Adesso, con alle spalle un anno di mandato inconcludente del GNA, è obiettivamente difficile pensare di poter salvare questo Paese puntando esclusivamente su questa strategia. All’orizzonte resta semmai percorribile una strada obbligata: trovare un compromesso con il generale della Cirenaica. Altre potenze lo stanno già facendo da tempo.