ITALIA -

Guardare il dito e non vedere la luna. Il pericolo nel Mediterraneo non sono le organizzazioni non governative ma piuttosto i trafficanti. Colpire loro è l’unica soluzione

Syrian refugees arrive at the Greek island of Kos onboard an Italian coast guard vessel

Vai alla scheda paese Commenta l'articolo (0)

 

di Alfredo Mantici

 

Nel 2004, di fronte alla crescita esponenziale del numero dei migranti che, caricati su barconi fatiscenti, tentavano di approdare sulle coste italiane provenienti in massima parte dalla Tunisia e dall’Algeria, l’Unione Europea decise di istituire Frontex, un’agenzia ad hoc incaricata di aiutare i paesi dell’Unione «a gestire le loro frontiere esterne […] coordinando l’invio di attrezzatura tecnica (aerei e navi) e di personale di frontiera appositamente formato». Con un budget di 250 milioni di euro l’anno, Frontex ha operato con una certa efficacia fino al 2011, quando l’esplosione delle rivolte in medio oriente e Nord Africa ha fatto saltare gli equilibri politici in tutta l’area e contribuito a far crescere a dismisura il traffico illegale di migranti.

 

In Libia, in particolare, la caduta del regime del colonnello Gheddafi – che in cambio di consistenti aiuti economici si era impegnato a tenere sotto controllo le masse di migranti provenienti da tutta l’Africa – ha fatto saltare tutti gli equilibri e trasformato il paese nel principale punto di partenza del traffico di esseri umani verso le coste meridionali dell’Europa. Miliziani e capi tribali libici hanno immediatamente approfittato del regime di anarchia nel quale la Libia è precipitata dopo la caduta di Gheddafi e hanno assunto il controllo totale del traffico di clandestini, con guadagni per decine di milioni di dollari l’anno.

 

Le caratteristiche del traffico hanno subìto mutazioni significative nel corso degli anni. Nel 2011-2012 i barconi provenienti dalle coste libiche affrontavano la difficile traversata del Mediterraneo puntando ad approdare in massima parte sull’isola di Lampedusa. Alcuni naufragi, che causarono centinaia di morti, spinsero Frontex e l’Italia a dispiegare in mare navi prevalentemente militari aventi il compito di individuare i natanti in difficoltà in mare aperto e a raccogliere i migranti, distruggendo di volta in volta i barconi che li trasportavano.

 

Would-be immigrants wait on a Frontex ship for Greek authorities to move them in a police station, at Piraeus port near Athens(migranti bloccati in un porto greco)

 

Le strategie dei trafficanti

 

Nel corso di questa attività, la “flotta umanitaria” si era spinta, spesso per rispondere a chiamate di soccorso provenienti da barconi in difficoltà, sempre più verso le coste libiche. I trafficanti approfittarono immediatamente della tendenza dei soccorritori a spingersi sempre di più verso le acque territoriali libiche e così, nel 2016, cambiarono strategia: invece di tentare la traversata sempre pericolosa fino alle coste siciliane su natanti fatiscenti destinati ad essere distrutti o sequestrati all’arrivo, iniziarono a caricare i clandestini su semplici gommoni e a chiedere soccorso appena partiti costringendo, in nome del “dovere di soccorso in mare”, le navi di Frontex e delle marine europee addette al controllo del fenomeno migratorio a trasformarsi di fatto in traghetti impiegati nel trasporto dei clandestini.

 

È così che i trafficanti sono riusciti a far crescere a dismisura i proventi del traffico illegale (solo nei primi tre mesi del 2017 il numero di migranti è cresciuto del 43% rispetto allo stesso periodo del 2016), riuscendo anche a salvaguardare i loro principali “strumenti di produzione” e cioè i gommoni. Che, non venendo più distrutti o sequestrati, oggi possono essere riutilizzati per trasporti successivi.

 

Di fronte all’aumento del traffico dell’ultimo biennio, molte organizzazioni non governative (ONG), finanziate non solo con fondi “caritatevoli” ma anche con soldi dell’Unione Europea, sono intervenute nel Mediterraneo meridionale con navi appositamente noleggiate che, affiancandosi a quelle delle Guardie Costiere europee, sono diventate parte integrante del sistema di soccorso in mare lungo le coste libiche.

 

In this surveillance photo, a rubber dinghy with five Eritrean illegal immigrants and their interception by Armed Forces of Malta crewmen is seen(i gommoni usati dai trafficanti di uomini)

 

Le accuse di Frontex e le ONG

 

Nel 2016, Frontex ha percepito che la crescente presenza in mare di navi delle ONG iniziava a creare effetti discorsivi nella dinamica dei soccorsi in mare legati al traffico di clandestini dalla Libia. In un rapporto pubblicato in parte dal Financial Times nel gennaio 2016, l’Agenzia europea citava almeno tre casi di sospetta collaborazione tra alcune ONG (non specificate) e i trafficanti.

 

Nel primo episodio, secondo Frontex, i gommoni disponevano al momento della partenza delle coordinate precise sulla localizzazione delle navi di soccorso. Nel secondo caso, si menzionava un «appuntamento sospetto» tra una nave ONG e un barcone, mentre nel terzo caso si riferiva delle dichiarazioni di migranti che sostenevano di aver ricevuto da emissari di una ONG, istruzioni a non collaborare con la Guardia Costiera italiana. Si tratta di episodi poco chiari, che non hanno suscitati eccessivo scalpore dopo lo scoop del Financial Times.

 

Ben altre reazioni – seppur tardive – ha suscitato invece la pubblicazione alla fine dello scorso mese di febbraio dell’ultimo rapporto Frontex, nel quale si afferma senza mezzi termini che «l’attività delle ONG a ridosso della costa libica produce conseguenze non volute». Infatti, secondo gli analisti dell’Agenzia europea, la presenza sempre crescente di navi delle ONG al fianco di quelle di Frontex a ridosso della fascia costiera libica, rischia di «attrarre i trafficanti» che fanno partire gommoni stracarichi dotati del minimo di carburante sufficiente a percorrere le poche miglia marine di acque territoriali, per portarle con precisione sospetta nelle vicinanze dei mezzi di soccorso.

 

Schermata 2017-04-28 alle 10.26.55(la mappa pubblicata da Luca Dondel)

 

I 5 Stelle e la Procura di Catania

 

In questo modo, secondo Frontex, «tutte le parti coinvolte nelle operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale contribuiscono senza volerlo ad aiutare i criminali a raggiungere i loro obiettivi». Queste rivelazioni, invece di stimolare la ricerca razionale di strumenti correttivi, hanno suscitato nel nostro paese reazioni esagitate. Specie quando la politica se ne è impadronita sull’onda dell’intervento di un giovane attivo ne campo della comunicazione – Luca Dondel – che, qualche settimana fa, ha postato su Facebook un messaggio (che ha registrato centinaia di migliaia di visualizzazioni) che ha ripreso stralci del rapporto Frontex e, dopo aver pubblicato una cartina con la “mappa” dello schieramento delle navi delle ONG, ha sostenuto che le ONG aiutando i migranti sostengono di fatto i trafficanti, creando così un business molto redditizio in cui sono coinvolte anche le cooperative.

 

Immediatamente, forse sull’onda di quel video, l’esponente del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio ha accusato le ONG di essere dei «taxi per migranti» e di svolgere un ruolo che le pone «in combutta con i trafficanti di uomini e gli scafisti». Il post su Facebook non ha soltanto attirato l’attenzione della politica, ma anche quella della Magistratura. Il Capo della procura della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, nell’annunciare nel corso di una recentissima intervista televisiva l’apertura formale di un’inchiesta sulla vicenda, ha formulato un’ipotesi abbastanza surreale. Non solo, ha sostenuto il dottor Zuccaro, alcune delle ONG potrebbero essere finanziate dai trafficanti ma ha aggiunto che «si perseguono da parte delle ONG finalità diverse: destabilizzare l’economia italiana per trarne vantaggi».

 

A Libyan soldier talks to African migrants after they were detained in Zawiya northern Libya(soldato libico minaccia migranti in attesa di partire)

 

Il vero pericolo sono i trafficanti

 

Le polemiche sono naturalmente salite di tono, nonostante gli appelli alla cautela dei ministri dell’Interno, Marco Minniti, e della Giustizia, Andrea Orlando. Gli appelli finora sembrano caduti nel vuoto e il clamore del circuito mediatico-politico- giudiziario rendono difficile un’analisi razionale della vicenda.

 

Al momento, l’unica cosa certa, è che i trafficanti libici, oltre che cinici e spietati, sono molto furbi e si dimostrano ben capaci di infiltrarsi tra le maglie della rete di sicurezza stessa dell’Europa a difesa delle proprie frontiere. Forse, una volta attenuatosi il clamore di un vociare sempre più confuso, strumentale e improduttivo, si capirà che se non si trova il modo di colpire proprio loro, e cioè i trafficanti di uomini attivi nel caos libico, l’Europa e l’Italia continueranno a subire il fenomeno migratorio, invece che tentare di governarlo con misure efficaci contro le sue radici – e cioè ancora i trafficanti – e non contro i suoi effetti finali, e cioè i migranti. Il problema, insomma, non è tanto nelle ONG e nei salvataggi perché esso non si risolve in mare, nel Mediterraneo, ma va risolto sul terreno in Libia.

(Articolo pubblicato il 28 aprile 2017)