LIBIA -

Agli sgoccioli del suo ultimo mandato il presidente americano ha ammesso il fallimento dell’operazione che ha portato alla destituzione di Gheddafi. Ma in Siria gli USA si ostinano a ripetere gli stessi errori commessi in Iraq

U.S. President Barack Obama wipes a tear as he speaks about the shooting at Sandy Hook Elementary School in Newtown during a press briefing at the White House in Washington

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di Alfredo Mantici 

Il 10 aprile il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha sorpreso l’opinione pubblica mondiale recandosi negli studi della Fox News, la rete televisiva ultra conservatrice da sempre ferocemente critica sulle politiche dell’amministrazione democratica, per rilasciare un’intervista coraggiosamente autocritica sugli otto anni della sua presidenza ormai agli sgoccioli. Incalzato dalle domande del conduttore del seguitissimo Fox News Sunday, Bill O’ Really, il presidente americano ha ammesso francamente che il suo “peggiore errore è stato quello di aver fallito nel pianificare il day after” dell’intervento militare in Libia.

 

In altri termini, Obama ha ammesso che l’azione armata che ha portato, con il concorso di Francia, Regno Unito e Italia, all’abbattimento nel 2011 del regime di Muhammar Gheddafi, è stata concepita e condotta senza che venisse in alcun modo pianificata la sorte politica di un Paese che, dalla morte del Colonnello in poi, è scivolato in una condizione di caos e di guerra civile apparentemente irrisolvibile.

 

Il “casino” libico 

Non è la prima volta che il presidente Obama parla dell’intervento in Libia in termini critici e autocritici. Nel marzo scorso, in un’altra intervista aveva ammesso che dopo l’intervento la Libia era diventata “un casino” (“a mess”) ma aveva puntato il dito contro il presidente francese, Nicolas Sarkozy, e contro il premier britannico, David Cameron, colpevoli di averlo convinto a intervenire in Libia e di essersi poi disinteressati totalmente di affrontare i problemi del dopoguerra. Del primo ministro inglese aveva detto che dopo l’abbattimento di Gheddafi si era fatto all’improvviso “distrarre da altre faccende”, mentre l’Europa nel suo complesso aveva mostrato un’incomprensibile inerzia sui destini della Libia, destini che le sarebbero dovuti stare più a cuore vista “la vicinanza geografica”.

 

A rebel fighter mans an anti-aircraft machine gun atop a pick-up truck in front of a poster of France's President Nicolas Sarkozy in Benghazi

(Bengasi, luglio 2011: un manifesto del “liberatore” Nicolas Sarkozy)   

 

Queste dichiarazioni, nonostante il pregio della sincerità autocritica, rafforzano i dubbi sulla capacità della super potenza americana di poter gestire da protagonista le relazioni internazionali. In Libia, come in Iraq, in Siria e in Ucraina, l’interventismo americano, dettato da una confusa dottrina geopolitica che prevede “l’esportazione della democrazia” con ogni mezzo, anche con l’uso della armi, ha negli anni creato più problemi di quanti ne abbia tentati di risolvere. In questo le due ultime presidenze americane non sono state molto differenti l’una dall’altra. Sia George W. Bush che Obama hanno completamente fallito nel tentativo di dare al Medio Oriente un assetto stabile, essendo ingenuamente convinti che il modello democratico occidentale potesse essere facilmente innestato in contesti politici e culturali distanti anni luce dalle teorie di Montesquieu o di Tocqueville.

 

I fallimenti in Iraq e Siria

Tutti ricordiamo l’abbattimento della statua di Saddam Hussein al centro di Baghdad nell’aprile del 2003 e l’infelice battuta del presidente Bush sulla “missione compiuta”. L’Iraq, nel decennio successivo all’abbattimento di quella statua è stato preda del caos e della violenza con costi umani ed economici catastrofici.

 

In Siria, poi, fin dallo scoppio della guerra civile nel 2011 gli Stati Uniti hanno provato a replicare il “modello iracheno” senza compiere alcuna approfondita analisi della complessa realtà di quel Paese. Hanno tentato senza successo di concorrere all’abbattimento del regime di Bashar Al Assad, minacciando un intervento militare diretto, per poi accontentarsi di inviare armi e denaro ai ribelli combattenti “democratici”, armi e denaro che hanno concorso a favorire la nascita dell’ISIS. Il comportamento americano di fronte alla tragedia siriana è stato confuso e contraddittorio. I combattenti curdi, i Peshmerga, che da soli hanno difeso e difendono tuttora dalle milizie del Califfato le frontiere nord orientali dell’Iraq e del Kurdistan iracheno, combattono con le armi ricevute dagli americani mentre la CIA al contempo ha continuato a mandare fino a pochi mesi fa rifornimenti anche ai ribelli anti-Assad, che di fatto in alcuni fronti combattono al fianco dell’ISIS.

 

Iraqis wave behind U.S. flag on dashboard of MRAP vehicle as part of the last U.S. military convoy to leave Iraq

(Una bandiera americana a Nassiriya, Iraq)

 

Ora, nel teatro siriano tutte le carte sono in mano alla Russia che, intervenendo massicciamente a sostegno di Assad, ha fermato l’avanzata del Califfato e contribuito a infliggere importanti sconfitte sul campo ai jihadisti siriani e iracheni.

 

Nell’intervista a Fox News Sunday Obama ha fatto ammenda per il “casino” combinato in Libia. Forse la sua sincerità si sarebbe dovuta spingere fino ad ammettere che ormai da un quindicennio la politica estera americana non soltanto non ha sostenuto le ambizioni di leadership mondiale di Washington, ma in molti teatri dello scacchiere mondiale ha fallito in tutti i suoi obiettivi, dall’esportazione della democrazia al mantenimento della pace.