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Gli Stati Uniti tornano a sfidare la Cina spostando la Terza Flotta della US Navy nel Mar Cinese Meridionale e Orientale. Una mossa destinata a creare nuove tensioni

Fighter jets are seen on USS George Washington during a port visit to Hong Kong

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di Tersite

Il fronte del Pacifico si fa sempre più caldo. Gli Stati Uniti hanno infatti avviato una mossa estrema per minacciare la Cina spostando nel Mar Cinese Meridionale e Orientale la Terza Flotta. Si tratta della Flotta che, con base triangolata in California, Washington e Hawaii, ha compiti di difesa ravvicinata (maritime homeland defense) e di sicurezza nella sua area (regional security).

 

I comandanti della US Navy hanno deciso di dover incrementare la presenza americana nell’Asia dell’est aggiungendo alla Settima, già presente, la Terza Flotta per aver il “potere totale combinato” di 200 navi e 1.200 aerei. Come mossa anticipatrice già in aprile erano state dislocate nei mari cinesi gli incrociatori lanciamissili USS Spruance e USS Momsen.

 

L’ammiraglio Scott Swift, comandante della Flotta del Pacifico, ha dichiarato alla giapponese Nikkei Asian Review che lo spostamento – che sguarnisce di fatto la costa occidentale USA – è stato reso necessario dalle crescenti tensioni tra la Cina e i vicini sulle isole reclamate e per dispute sui diritti di pesca.

 

Con questo passaggio gli americani confermano che quando devono mascherare i loro reali obiettivi non riescono mai a trattenersi dal fare dichiarazioni assai bizzarre. La dislocazione di due intere flotte, 200 navi (4 portaerei, 100 sottomarini) e 1.200 aerei, come intervento nelle dispute sui diritti di pesca nei mari cinesi è una motivazione improbabileda credere.

 

Il rapporto del Congresso USA

La vera ragione è infatti quella scritta nel rapporto al Congresso USA Struttura della Forza Navale e piani di costruzione” presentato già nel gennaio 2016. In quel rapporto viene elencata la spesa prevista dalla US Navy per il proprio rafforzamento con la costruzione di navi da guerra, pari a circa 16,5 miliardi di dollari annui. Per i prossimi trent’anni. Sempre nel rapporto viene poi spiegato il perché di questo necessario rafforzamento. “Il Pentagono ha espresso preoccupazioni per la qualità delle forze militari degli USA in rapporto a quello di altri Paesi. Le aumentate capacità navali della Cina hanno contribuito a questa preoccupazione”. Più avanti questa preoccupazione viene espressa in modo chiaro. “Le crescenti capacità navali della Cina pongono una sfida alla capacità della US Navy di mantenere il controllo di quei mari come non era avvenuto dalla Guerra Fredda. La capacità navale della Cina è pertanto vista come la chiave di una possibilità ancora più ampia che la sfida militare cinese possa minare la leadership militare degli Stati Uniti nell’ovest del Pacifico”.

 

Nelle pagine successive si arriva al nocciolo della necessità dello spostamento di due Flotte nel Pacifico: “La maggior parte della popolazione mondiale, risorse e attività economiche non sono collocate nell’Emisfero Occidentale ma nell’altro emisfero, particolarmente in Eurasia. La politica americana degli ultimi decenni ha sempre ritenuto un elemento chiave della strategia USA l’obiettivo di prevenire l’emergenza di una egemonia regionale in Eurasia, tale da rappresentare una concentrazione di potere abbastanza forte da minacciare gli interessi degli USA”.

 

E ancora: “La strategia militare USA deve porre una accresciuta enfasi sulla regione Asia-Pacifico, che significa per la US Navy il Pacifico Ovest in particolare (vale a dire i Mari Cinesi, ndr) […] i piani navali richiedono un incremento delle navi da guerra destinate a quella regione”.

 

US Navy handout photo of US sailors aboard the USS George Washington in Hong Kong(La portaerei americana George Washington a largo di Hong Kong) 

 

Conclusioni

L’urgenza geopolitica della guerra, intimidatoria, contro la Cina ha però sopravanzato le capacità costruttive di altre navi da guerra. Così gli USA sono stati costretti a spostare in quel teatro di guerra la flotta destinata alla difesa della loro costa orientale. Scelta storicamente significativa, visto che è da lì che è arrivato l’attacco del Giappone a Pearl Harbor.

 

Le 200 navi e i 1200 aerei americani sono il corrispettivo nel Pacifico dei sistemi missilistici piazzati in Romania, e domani in Polonia, delle truppe NATO da dislocare in Polonia e Paesi Baltici, delle aggressive manovre Baltops16 e Anakonda16.

 

Lungo tutto l’asse del confine russo-europeo l’obiettivo è stringere in una intimidatoria “cortina di ferro” la Russia, per farla desistere dai suoi progetti di partenariato europeo (“concentrazione di potere abbastanza forte da minacciare gli interessi USA”) e da quelli multipolari. Allo stesso modo, nel Pacifico gli USA puntano a stringere un’uguale cortina attorno alla Cina per impedirle di divenire un leader regionale tale da creare, di fatto, una condizione multipolare che porrebbe fine al suprematismo degli Stati Uniti.

 

In Europa si pone per loro un problema di leadership, di freno ai contenders e di indebolimento della multipolarista Russia. Nel Pacifico vi è in più il suo essere mare di affaccio e scambio dell’area più ricca del mondo. Motivo per cui gli Stati Uniti, e il dollaro, non possono rinunciarvi.

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