MALI -

Dal nuovo numero della rivista: “Tutti vogliono l’Africa. Gli affari della regione sono enormi e, ad amministrare il caos, gli interessi divergenti e variegati, servono loro: i predoni delle guerre travestiti da terroristi”

popart mokthar

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Èuno degli uomini più ricercati del mondo. È un terrorista. È uno jihadista di Al Qaeda. È un trafficante di armi. È al centro di una caccia all’uomo internazionale. È stato più volte dichiarato morto per poi riapparire. E oggi è scomparso di nuovo. No, non stiamo parlando di Osama Bin Laden ma della nuova icona del terrorismo qaedista: Mr. Marlboro, al secolo Mokhtar Belmokhtar.

 

La sua immagine, come nella migliore tradizione iconografica dell’Islam, non era mai stata nota né riprodotta fino a poco tempo fa e, se non fosse per alcuni video diffusi negli ultimi mesi da Al Qaeda nel Maghreb Islamico – che lo raffigurano guercio, con il classico mitra al fianco e la bandiera nera alle spalle inneggiante il Jihad – , non sapremmo neanche che volto ha.

 

Sembra quasi che l’incognita del volto sia una volontà precisa da parte dei terroristi che si affacciano oggi nella scena internazionale e che questo schema venga volutamente riproposto dalla galassia qaedista: è vero che le immagini sia di Bin Laden sia di Al Zawahiri (il numero uno e due di Al Qaeda) siano state sovraesposte nel tempo e che le loro facce siano note ovunque, dall’11 settembre in poi. Però, anche Osama ha improvvisamente deciso di scomparire, e ciò è avvenuto molto tempo prima di essere scovato e ucciso. Quasi come se volesse imitare il Profeta che, velato nel volto, a un certo punto semplicemente scompare.

 

E, comunque, Bin Laden e Al Zawahiri rappresentano ormai la “vecchia Al Qaeda” mentre la “nuova Al Qaeda” è poco colta: non comunica se non con i fatti, non teorizza ma agisce e sembra non amare affatto né i video né le esternazioni di alcun tipo, se non quando strettamente necessarie. Pare, insomma, prediligere sempre e comunque l’anonimato e l’irriconoscibilità dei propri leader, aggiungendo mistero e confusione sull’organizzazione e su chi siano davvero i suoi capi. Non si dimentichi che, inizialmente, lo stesso Belmokhtar era alla testa di un gruppo noto come Al-Mulathameen, ovvero la “brigata dell’uomo mascherato”.

 

Casomai, oggi è il voyeurismo dell’Occidente a spingere costantemente l’opinione pubblica a desiderare di conoscere il volto del cattivo di turno, a vedere che faccia abbia il nemico pubblico numero uno: per gli americani, è così fin dai tempi del West, una tradizione che è proseguita con i vari John Dillinger e che arriva fino a oggi.
Da quando è stato riconosciuto quale ideatore dell’attacco all’impianto di In Amenas in Algeria (suo Paese di nascita), Mokhtar Belmokhtar è diventato un’icona pop, ed è assurto improvvisamente a leader della “nuova Al Qaeda”, per poi sparire nuovamente come nel più classico dei copioni. Così, anche l’esercito del Ciad, che lo inseguiva fin dalla presa francese di Timbuctù a fine gennaio scorso, lo ha confuso più volte con altri combattenti e lo ha creduto morto insieme ad Abou Zeid nelle impenetrabili montagne nel nord del Mali, salvo poi essere smentito dai francesi stessi, che non hanno ancora riscontri ufficiali del suo decesso.

 

Che sia defunto o meno durante i pesanti scontri avvenuti ad Adrar Des Ifoghas (Mali), l’effetto che lui e gli altri “most wanted terrorist” hanno a livello emotivo sull’opinione pubblica, è devastante. Sì, perché la proliferazione di primule rosse nel giardino del terrorismo internazionale – ma soprattutto l’incertezza sulle loro sorti – comunica insicurezza al mondo e rende implicita la sconfitta dell’Occidente che è costretto a inseguire costantemente questi estremisti, come nel più classico dei film di guardie e ladri.
E, ormai, il fantasma di Belmokhtar aleggia non solo nel Nord Africa ma è vivo anche in Europa, Francia in primis, dove l’allerta attentati è salita progressivamente dall’inizio della guerra.

 

Che poi, è bene ricordarlo, Mokhtar Belmokhtar non è affatto un rivoluzionario né un ideologo né un fondamentalista che ha sposato la causa della guerra santa. È piuttosto un predone, un signore della guerra, un trafficante, un sequestratore. Insomma, non è un profeta del Jihad ma un bandito.

 

Il fatto è che anche un bieco criminale può, a seconda della distorsione dell’informazione, assurgere a simbolo di una lotta. Ed è proprio quanto accade con Mr. Marlboro, che non a caso si è guadagnato una posizione grazie al traffico di sigarette in Algeria (non certo un curriculum da ideologo). Ad ogni buon conto, egli è oggi il simbolo delle contraddizioni e delle falle nel sistema della lotta al terrorismo internazionale. La miglior risposta a questa gente, che gestisce le molte terre di nessuno e che si nasconde dietro la parola Al Qaeda, sarebbe la cattura.

 

Ma non come avvenuto con Osama Bin Laden, di cui ad oggi non si ha una benché minima foto o documentazione che dimostri effettivamente il suo trapasso (perché?). Più opportuno allora venire a sapere della morte di un terrorista come avvenuto con il colonnello Gheddafi, di cui si rimane certamente colpiti per il cinismo e la durezza delle ultime immagini da vivo, ma di cui non rimane alcun dubbio circa la sua fine.