SIRIA -

Braccati dai servizi di intelligence, dati più volte per morti, saranno una minaccia costante per la sicurezza globale anche nel 2017. Ecco i loro profili

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Abu Bakr Al Baghdadi, Califfo dello Stato Islamico. Ayman Al Zawahiri, leader di Al Qaeda. Abu Muhammad Al Julani, numero uno di Jabhat Fateh Al Sham, ex Jabhat Al Nusra. Mokhtar Belmokhtar, leader di Al Mourabitoun, primula rossa d’Africa. Abubakar Shekau, ex leader di Boko Haram in cerca di vendetta.

 

Sono i terroristi che hanno segnato il 2016, a capo del multiforme fronte jihadista protagonista delle guerre e delle stragi che stanno sconvolgendo il Medio Oriente e l’Africa e che minaccia in modo sempre più diretto l’Occidente e l’Europa. Braccati dai servizi di intelligence di tutto il pianeta, dati più volte per morti, sulle loro teste gli USA hanno posto taglie da milioni di dollari cerchiando il loro nome tra i terroristi più pericolosi in circolazione.

 

Ecco i loro profili:

 

Abu Bakr Al Baghdadi

Taglia di 25 milioni di dollari 

 

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Per quanto è dato saperne, il Califfo dello Stato Islamico Abu Bakr Al Baghdadi è nato in Iraq nel 1971 probabilmente a Sumarra. Laureato in studi islamici, si è formato tra Sumarra e Diyala, città al centro della rivolta sunnita contro gli occupanti americani durante la guerra del Golfo. È in questo contesto che Al Baghdadi ha iniziato la sua folgorante carriera nel mondo del Jihad. Ha militato inizialmente in AQI (Al Qaeda in Iraq) sotto la guida di Abu Musab Al Zarqawi. Tra il 2004 e il 2008 è stato rinchiuso nel carcere controllato dagli americani di Camp Bucca, nel sud iracheno. Dopo la morte di Al Zarqawi nel 2006 e dopo quella di Abu Ayyub al-Masri nel 2010, Al Baghdadi viene eletto nuovo leader del gruppo da un Consiglio della Shura nella provincia di Ninive. Nasce ISI (Islamic State in Iraq), gruppo che si discosta progressivamente da Al Qaeda. Poi è la volta di ISIS (Islamic State in Iraq and Syria). Dalla proclamazione della nascita del Califfato a Mosul il 29 giugno del 2014, l’ascesa di Al Baghdadi e dell’esercito ai suoi ordini è inarrestabile. Nonostante le perdite di territorio subite negli ultimi mesi, l’organizzazione è più che mai viva: controlla vastissime aree in Siria e Iraq, si è radicata nella Penisola del Sinai, ha allargato la sua rete di affiliazioni in tutto il mondo e colpisce con efficacia obiettivi sensibili in Occidente ed Europa.

 

 

Ayman al-Zawahiri

Taglia di 25 milioni di dollari

 

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Il Manifesto di Ayman al-Zawahiri, Knights under the Prophet’s Banner (“Cavalieri sotto la bandiera del Profeta”), fu pubblicato a puntate su un giornale saudita, nell’ottobre 2001. Le origini e il background di questo influente ideologo, forse il vero sostegno teologico alle prediche del carismatico Bin Laden, interessano in quanto egli proviene da un’influente famiglia egiziana: il nonno paterno era Imam (guida spirituale) presso la moschea di Al-Azhar al Cairo, il nonno materno era presidente della Cairo University e Ambasciatore egiziano in Pakistan, Yemen e Arabia Saudita, il fratello del nonno era stato il primo Segretario generale della Lega Araba. Già membro dei Fratelli Musulmani, prima Al Zawahiri fonda in Egitto il gruppo del jihad islamico egiziano (EIJ) e poi, con la guerra in Afghanistan, radicalizza il suo pensiero. Per lui, la democrazia è il nuovo nemico, in quanto la sovranità non può essere popolare ma appartiene solo ad Allah, e la jihad è lo strumento per realizzare il Califfato islamico. Tra i suoi obiettivi dichiarati, individua: le Nazioni Unite, i governi arabi, le multinazionali, internet, i mezzi di comunicazione di massa, le organizzazioni umanitarie internazionali.

 

Abu Muhammad Al Julani

Designato dal Dipartimento di Stato USA “Specially designated global terrorist”

 

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La figura di Abu Muhammad Al Julani è una delle più enigmatiche tra quelle dei leader dei gruppi jihadisti in Medio Oriente. Dato per morto in almeno due circostanze (in Iraq nel 2006 e in Siria nel 2008), si parla di lui come di un uomo misterioso, che nasconde il viso ogni qualvolta si presenti in pubblico anche in incontri con altri componenti della sua organizzazione. Si tratta di una tattica utilizzata in passato dai vertici di AQI (Al Qaeda in Iraq), i cui leader evitavano ogni tipo di contatto con l’esterno, limitandosi ad avere rapporti diretti solo con una strettissima cerchia di uomini fidati. La figura di Julani, soprattutto in Siria, è stata mitizzata in questi anni. Conosciuto con il nome di “Al Sheikh Al Fateh” (lo sheikh conquistatore), sotto la sua direzione Jabhat Al Nusra – oggi Jabhat Fateh Al Sham – ha infatti distribuito alimenti e carburante nelle città conquistate, puntando a un’applicazione meno radicale della Sharia, un modus operandi lontano dai metodi brutali utilizzati dallo Stato Islamico. Inserito nel maggio del 2013 nella lista dei terroristi internazionali dal Dipartimento di Stato americano, su Abu Muhammad Al Julani circolano molte voci e poche certezze.

 

Secondo fonti jihadiste il suo nome spiegherebbe la sua provenienza dalle alture del Golan, in un’area siriana non occupata da Israele. La pista considerata più attendibile lo lega ad Abu Musab al-Zarqawi e, dunque, ad Al Qaeda in Iraq (AQI). Dopo aver combattuto in Iraq al servizio dell’organizzazione, scalandone negli anni le gerarchie, tra il 2011 e il 2012 Julani sarebbe tornato in Siria per cavalcare le rivolte contro il regime di Assad. In mezzo si colloca una delle fasi della vita di Julani di cui si sa meno. Lasciato l’Iraq, avrebbe soggiornato per un certo periodo di tempo in Libano, dove avrebbe collaborato con il gruppo sunnita radicale Jund al-Sham. Tornato successivamente in Iraq, sarebbe stato arrestato dai militari degli Stati Uniti e rinchiuso a Camp Bucca, prigione situata al confine meridionale con il Kuwait. Qui sarebbe entrato in contatto con gli attuali vertici dello Stato Islamico, compreso il Califfo Al Baghdadi. Uscito da Camp Bucca nel 2008, due anni dopo l’uccisione di Abu Musab al-Zarqawi, Julani avrebbe operato per conto di AQI in Iraq, principalmente nella provincia di Mosul, per poi rientrare in Siria, dove nel gennaio del 2012 ha annunciato la formazione di Jabhat Al Nusra. Ciò che la sua organizzazione è riuscita a fare in Siria negli ultimi tre anni è storia recente.

 

Abubaker Shekau

Taglia di 7 milioni di dollari

 

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Scomparso da tempo dalla circolazione se non per apparire di persona in sporadici video di propaganda, Shekau è un personaggio di cui si sa fondamentalmente ben poco. Anche la sua stessa nazionalità sarebbe incerta. Secondo l’ONU è nato non lontano dalla frontiera con il Niger, nello stato nigeriano di Yobe (adesso parzialmente sotto il controllo di Boko Haram) e sarebbe cresciuto nelle periferie di Maiduguri. Introdotto a Mohamed Yusuf, guida spirituale e fondatore del Gruppo della gente della Sunna per la predicazione e la jihad (movimento poi diventato Boko Haram), ne sarebbe diventato il braccio destro per poi succedergli, alla sua morte, nel 2009. Rispetto al suo predecessore gli mancano il carisma, la formazione religiosa e le capacità oratorie. Tutte caratteristiche cui in questi anni Shekau ha sopperito facendo leva sulla sua mostruosa brutalità. Se dal 2002 al 2009 Boko Haram si era limitato a compiere prevalentemente attentati contro le forze dell’ordine e contro le istituzioni di governo, dal suo avvento gli obiettivi si sono moltiplicati: prima i cristiani del nord e i “cattivi musulmani”, poi chiunque si opponeva alla dottrina salafita, in seguito i “collaboratori” dello Stato e, infine, l’intera popolazione senza più alcuna distinzione. Il primo attentato nel centro di Abuja risale al 2011.

 

Da allora l’escalation di violenze è disarmante. Negli ultimi 5 anni sono stati ridotti in cenere interi villaggi (oltre 10mila morti e 700mila sfollati tra donne, bambini e uomini), fino all’episodio che ha portato Boko Haram sotto i riflettori internazionali, vale a dire il rapimento di oltre 200 studentesse, alcune date in sposa ai loro carcerieri, altre vendute come schiave nell’aprile del 2014. Nell’agosto scorso Shekau è stato sostituito alla guida dell’organizzazione da Abu Musab al-Barnawi, annunciato direttamente dal Califfato come il nuovo leader di ISWAP (Islamic State’s West African Province), la filiale dello Stato Islamico nell’Africa Occidentale nata dopo il giuramento di fedeltà prestato da Boko Haram al Califfo Abu Bakr Al Baghdad nel marzo del 2015.

 

Mokhtar Belmokhtar

Taglia di 5 milioni di euro

 

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Mokhtar Belmokhtar non è Osama Bin Laden, anche se entrambi sono stati veterani dell’Afghanistan. Non è un jihadista, né un mistico vocato alla lotta contro l’Occidente. È piuttosto un predone e un signore della guerra algerino nato a Ghardaia appena quarant’anni fa, molto scaltro e pervicacemente orientato al business, che qualcuno ha voluto assimilare a un capo clan mafioso. Un’altra sua caratteristica è quella di essere pericolosissimo, per via delle sue frequentazioni. Belmokhtar, infatti, era ben noto alla CIA fin dai primi anni Novanta, quando fu avvistato nei campi di addestramento dell’Afghanistan, poi abbandonati per combattere il governo dell’Algeria a fianco del GIA (Gruppo islamico armato di Algeria), da dove è stato cacciato nel 2003. Dopo aver riparato in Mali, qui iniziò ad accumulare parecchio denaro (e consenso) attraverso il contrabbando di sigarette – che gli valse l’appellativo di Mr. Marlboro – e grazie a rapimenti sistematici: turisti, operatori umanitari, minatori e lavoratori occidentali gli permisero di incamerare fortune e organizzare un piccolo esercito di fedelissimi per gestire personalmente tali traffici.

 

Ha passato anni a scorazzare in tutto il Sahara a cavallo o sui pick-up rubati, fino a che non ha fatto il salto di qualità con la guerra di Libia, sfruttando il caos nordafricano per razziare armi e mezzi. Fatto che gli ha permesso di incrementare i propri affari e qualificarsi come uomo di riferimento per i ribelli in tutto il Sahel. Non solo: prima di altri, ha compreso che la domanda di cocaina in Europa era raddoppiata ed, essendo il Mali testa di ponte per il Vecchio Continente, ha investito anche in questo business altamente redditizio. Anche se Belmokhtar era imparentato con alcuni capi clan di AQIM, la saldatura con Al Qaeda nel Maghreb Islamico era più che altro da considerarsi come una joint venture: con i jihadisti, sempre più bisognosi e desiderosi di ricevere armi, si potevano fare ottimi affari e allora andava bene anche intestarsi il nome di una brigata o denominarla “Battaglione del Sangue”, come fosse una questione di marketing. Ciò nonostante, il suo excursus dimostra che egli rispettava davvero la jihad, leggeva assiduamente il Corano e andava fiero delle ferite di guerra in nome di Allah.

 

Sia Langley sia gli agenti francesi e inglesi hanno avuto non poche difficoltà a monitorare gli spostamenti del nomade algerino attraverso i confini di sabbia dell’immenso Sahara. Uno degli ostaggi di Belmokhtar, il diplomatico canadese Robert Fowler (rapito nel 2009) affermò in proposito: “Non ho mai avuto la minima idea di dove diavolo ci trovassimo”. Questo anche perché la scelta di vita di Mr. Marlboro era improntata ai sistemi tradizionali, ragion per cui non è mai stato tradito dalle intercettazioni telefoniche e ha eliminato i telefoni satellitari, per non correre alcun rischio. Fowler riferì di non aver mai avuto “prove di lussuria o attaccamento ai beni materiali: dormivamo nella sabbia e mangiavamo riso o pasta secca”.

 

E, in effetti, chi lo ha visto anni fa aggirarsi nella città di Gao al fianco di centinaia di militanti di AQIM, ha parlato di lui in termini elogiativi: “vestito come Maometto con tunica tagliata all’altezza degli stinchi”, “trasmetteva umiltà”, “un leader disciplinato che ascolta tutti i punti di vista”. Non solo: Belmokhtar ha distribuito giocattoli ai bambini, ha pagato l’affitto a chi ne aveva bisogno e offerto denaro per l’acqua e altri beni ai bisognosi. Poi è sparito di nuovo. Quando il 20 gennaio 2013 una bomba francese ha raso al suolo una villa a Timbuctu, dove si era scoperto che Belmokhtar e altri leader ribelli si riunivano regolarmente, la delusione per aver mancato il bersaglio è stata forte.

 

Quello che appare da questo quadro, insomma, è stata per anni la presenza liquida di una primula rossa diventata un simbolo proprio per il suo essere ambiguo e imprendibile. Se anche accettassimo la teoria secondo cui egli è stato, in effetti, un uomo di spicco di Al Qaeda, ne dovremmo dedurre che l’organizzazione terroristica è radicalmente cambiata: della vecchia Al Qaeda di Osama Bin Laden, Belmokhtar così come altri nuovi leader hanno mantenuto le medesime tattiche di guerra, puntando però a obiettivi diversi. Non più in cerca di un califfato islamico mondiale, bensì di un’affermazione progressiva, economica e militare, ben radicata in Africa e tesa a screditare l’Occidente.

(Articolo pubblicato il 24 dicembre 2016)