BIRMANIA (MYANMAR) -

I militari birmani hanno avviato operazioni speciali contro i Rohingya, in seguito a scontri al confine con islamisti. Migliaia in fuga dallo stato di Rakhine nel silenzio di Aung San Suu Kyi

MYANMAR

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di Luciano Tirinnanzi

@luciotirinnanzi

 

Solo il fiume sa quanti cadaveri di Rohingya galleggiano là”. Sono le parole rilasciate alla CNN da un padre disperato che ha perso l’intera famiglia nella fuga precipitosa dal Myanmar al Bangladesh, in seguito alla repressione in corso da parte dei militari. Come lui, migliaia di musulmani Rohingya stanno morendo nel tentativo di scampare alla violenza delle forze armate birmane, che hanno lanciato una campagna punitiva in seguito a scontri avvenuti tra islamisti e polizia di frontiera nelle scorse settimane.

 

Da settimane si rincorrono voci di presunte pulizie etniche ad opera del governo nei confronti di questa etnia, con villaggi bruciati e omicidi sommari. Secondo i militari, l’azione sarebbe giustificata da una diretta connessione tra gli scontri di frontiera, i Rohingya e l’attentato perpetrato il primo luglio 2016 a Dhaka, nel vicino Bangladesh, a firma dello Stato Islamico.

 

Chi sono i Rohingya

I Rohingya sono una minoranza musulmana apolide che vive nello stato di Rakhine, che si estende lungo la fascia costiera del Myanmar sino al confine con il Bangladesh, in quello che un tempo era il Bengala Orientale. Oggi quest’area è additata dai militari come un “santuario di estremismo” dove si anniderebbero anche jihadisti dello Stato Islamico. Ma la cosa è tutt’altro che verificata e appare più come una scusa per giustificare il pugno di ferro dei militari allo scopo di allontanare definitivamente questo gruppo etnico dal Paese.

 

Rohingya MAPPA

 

Spesso descritti come “il popolo meno voluto al mondo” e “una delle minoranze più perseguitate al mondo”, i Rohingya corrispondono a circa un milione e duecentomila persone, su una popolazione totale di oltre 56 milioni di birmani. Il Myanmar non li riconosce come cittadini né come uno dei 135 gruppi etnici che vivono nel Paese. Per tale ragione, gli sono negati i diritti all’istruzione e alla proprietà, e la terra su cui vivono può essere loro tolta in qualsiasi momento. Inoltre, secondo una legge sulla concessione della cittadinanza del 1982, non possono neanche prendere la cittadinanza birmana, né fare più di due figli.

 

Non è consentito loro di viaggiare senza un permesso ufficiale, cosicché è difficile per i Rohingya riconnettersi con i correligionari che da anni sono emigrati in Bangladesh (uno degli stati più densamente popolati al mondo). Così, oggi in quest’area sorgono sterminati campi profughi, come quello di Leda, nei pressi di Teknaf nel sud del Bangladesh, dove vivono in condizioni al limite dell’umano almeno 15mila degli oltre 200mila musulmani sfollati nel Paese. Se in Myanmar il tasso medio di povertà è al 37%, nello stato di Rakhine questa cifra sale al 78%.

 

Aung San Suu Kyi(Aung San Suu Kyi)

 

I precedenti

La questione dei Rohingya è annosa ed è sempre stata una spina nel fianco della giunta militare che, nonostante le libere elezioni e la salita al potere di Aung San Suu Kyi nel novembre del 2015, continua a considerare questa minoranza alla stregua di un cancro da estirpare. La leader birmana della dissidenza non violenta – che oggi è Consigliere di Stato della Birmania, Ministro degli Affari Esteri e Ministro dell’Ufficio del Presidente – viene accusata in queste ore di complicità con il nazionalismo islamofobo a danno dei Rohingya. In particolare, si ritiene che la sua lotta per la difesa dei diritti umani in Myanmar sia scomparsa di fronte alla realpolitik e non valga per i Rohingya. I militari, infatti, anche se sconfitti alle prime elezioni libere dal colpo di stato del 1962, mantengono un potere e un peso determinanti nel Paese.

 

MYANMAR

 

 

Nel 1978, oltre 200mila Rohingya furono costretti a fuggire dall’operazione Nagamin (Re Drago), ovvero un’azione di repressione dell’esercito birmano che puntava a distruggere le moschee e a disperdere i civili di fede musulmana giustificandola come un’azione contro gli stranieri che si erano infiltrati nel Paese illegalmente. Così anche nel 1991 e 1992, quando le violazioni dei diritti umani e il lavoro forzato (e non remunerato) provocò nuovi disordini. Infine, tra il 2011 e il 2012 una rivolta popolare scoppiata per presunti stupri a opera di giovani musulmani fece circa duecento morti nello stato occidentale del Rakhine, costringendo decine di migliaia di Rohingya a lasciare nuovamente le loro case (molti morirono nel tentativo di attraversare il confine via mare).

 

Oggi la situazione sul terreno non è mutata: negli ultimi tre mesi, la violenza è riesplosa dopo che una serie di attacchi terroristici contro la polizia di frontiera, hanno provocato la reazione dell’esercito, che ha lanciato un’offensiva militare brutale, che sinora ha causato quasi 90 morti e costretto decine di migliaia di Rohingya (34mila, secondo le ultime stime) a tentare la fuga in Bangladesh. Adesso i confini nord dello stato di Rakhine sono stati chiusi ed è vietato l’accesso anche agli operatori umanitari. Come finirà questa storia, dipenderà anche dai buoni uffici di Aung San Suu Kyi, già Medaglia d’Oro del Congresso degli Stati Uniti e Premio Nobel per la Pace nel 1991.