ARMENIA -

All’ombra delle mire geopolitiche di Russia e Turchia, c’è un conflitto che cova sotto la cenere del risentimento etnico-religioso e che ha già fatto trentamila morti. È quello tra cristiani armeni e musulmani azeri. Siamo andati a vedere cosa accade in questa terra dimenticata.

numero_24_2016

Vai alla scheda paese Commenta l'articolo (0)

di Luciano Tirinnanzi

Tutto finì la sera di natale del 1991. Erano passate da poco le 18 quando il comandante della Guardia Presidenziale, ricevuta una chiamata diretta dal presidente della repubblica russa Boris Yeltsin, ammainò per l’ultima volta la bandiera rossa dell’Unione Sovietica e issò sulle guglie del Cremlino il tricolore della Russia. Al momento della telefonata Yeltsin era l’unica autorità legalmente riconosciuta a Mosca. Alle 18, infatti, il presidente Mikhail Gorbaciov aveva dato le dimissioni da presidente dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

 

Con questo gesto simbolico si concludeva l’annus horribilis del comunismo sovietico, e iniziava un ventennio di instabilità e di tensioni interetniche in quella che un tempo era una grande superpotenza. Per centinaia di anni sotto gli zar, le “Russie” erano state tenute insieme soltanto col pugno di ferro dell’autorità centrale. Le decine e decine di nazionalità che componevano l’impero non avevano mai dato cenno di voler procedere verso l’integrazione: lingue, religioni, tratti somatici si mescolavano senza integrarsi, senza formare un’unica nazione.

 

Quando, dopo la morte di Lenin, il georgiano Stalin prese il potere assoluto, si rese conto immediatamente che uno dei pericoli maggiori che correva la giovane Unione Sovietica non veniva dalle trame degli imperialisti britannici o dalle velleità di revanche di una smidollata aristocrazia. I pericoli reali venivano dal frazionismo all’interno del partito comunista bolscevico e dal riemergere delle nazionalità che, sotto la spinta degli ideali rivoluzionari, ritenevano di potersi di nuovo esprimere all’interno del mosaico sovietico.

 

LookOut-Report-Nagorno-Karabakh

VAI ALLO SPECIALE

 

Per fronteggiare il rischio di disgregazione, Stalin negli anni Trenta agì da par suo. Mentre con le durissime purghe negli stessi anni liquidava ogni traccia di resistenza all’interno del partito, e mentre costringeva l’intero apparato produttivo sovietico a passare non solo metaforicamente dall’aratro di legno al carro armato T-34, organizzò la più grande e spietata ondata di migrazioni forzate all’interno dei confini dell’Unione Sovietica, riuscendo con successo a eliminare il problema delle nazionalità.

 

Queste non vennero integrate, ma disperse e mescolate forzatamente. I tatari della Crimea andarono al Nord. I ceceni vennero spostati sul Don al posto dei cosacchi. Georgiani, abcasi, tagiki e mongoli vennero tutti dispersi nell’immenso arcipelago industriale che in poco più di un decennio modernizzò l’Unione Sovietica.

 

Il problema delle nazionalità in Unione Sovietica non è praticamente mai esistito. Tuttavia, durante il disgelo degli anni Sessanta, i vincoli imposti alla circolazione all’interno dei confini sovietici si allentarono progressivamente e molti nuclei etnici dislocati a forza da Stalin, riuscirono a rientrare nei confini delle loro repubbliche.

 

Trent’anni di stalinismo e altri trenta di comunismo tradizionalista non hanno spento in alcun modo i sentimenti nazionali e nazionalistici compressi e coartati all’interno di un’“Unione” che si sarebbe rivelata essere solo di facciata. Non solo non si sono spenti i sentimenti nazionali, ma non si sono attenuati gli odi interetnici che soltanto i metodi aspri del partito e della polizia segreta erano riusciti a tenere sotto controllo.

(Reportage pubblicato il 30 aprile 2017)