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I Talebani in Afghanistan, i gruppi rivoluzionari in America Latina, Boko Haram in Nigeria, Al Qaeda nel Maghreb Islamico, Abu Sayyaf nelle Filippine, Hezbollah in Libano e Siria. È sempre più difficile distinguere chiaramente il terrorismo dal narcotraffico. Ecco cos'è il "narcoterrorismo".

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di Luciano Tirinnanzi

 

Il legame tra formazioni terroristiche e narcotrafficanti non è un fenomeno nuovo, però è sempre più rilevante e diffuso. Una pericolosa relazione d’interdipendenza che si sostanzia nella reciproca soddisfazione di specifici bisogni: le formazioni terroristiche richiedono grandi somme di denaro per finanziare le proprie imprese, condizione che può essere facilmente assolta dai narcotrafficanti i quali in cambio ricevono ciò di cui hanno maggior bisogno, cioè protezione e territori sicuri dove poter operare impunemente.

 

Questa tendenza si manifesta dagli anni Duemila a oggi pressoché con modalità simili in tutte le aree di crisi del mondo, e ciò vale particolarmente nelle regioni caratterizzate da società e istituzioni instabili, dove il vuoto di potere statuale viene immancabilmente sostituito dalla presenza di forze ribelli e/o antisistema. Da qui sono originate mafie che agiscono e amministrano territori (anche molto estesi) alla stregua di un vero e proprio “Stato nello Stato”, imponendo sulla popolazione locale un controllo capillare e la riscossione delle imposte. L’esazione forzata di tasse avviene in primis nei confronti dei contadini che coltivano le piante da cui sono estratti i principi attivi delle droghe (come nel caso di marijuana, cocaina ed eroina) e nei confronti dei piccoli clan che gestiscono i laboratori per la produzione di stupefacenti sintetici (come nel caso di amfetamine e metamfetamine).

 

Afghanistan, Siria, Libano, Nigeria, Colombia sono solo alcuni dei paesi dove il fenomeno è più manifesto, poiché legato a condizioni storiche che hanno permesso alle organizzazioni criminali e terroristiche di radicarsi e strutturarsi nel tempo. Fino ad arrivare al punto in cui sono oggi, quando cioè – si potrebbe dire col progressivo venir meno delle ideologie che hanno generato queste forze – assistiamo a una sovrapposizione di finalità di scopo che portano organizzazioni terroristiche e criminali a non essere più distinguibili tra loro. Resta il fatto che ovviamente è solo l’interesse a unire tali gruppi i quali pertanto, a fasi alterne, continuano a combattersi tra loro anche violentemente.

 

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In ogni caso, il commercio internazionale di droga è un mercato oltremodo florido e la fonte di guadagno illecita più veloce al mondo. Per questa ragione, i terroristi non disdegnano di stringere accordi con chi traffica in questo particolare settore. I guerriglieri, infatti, quale che sia la loro ideologia, hanno costante bisogno di denaro liquido per finanziare la propria lotta. E non c’è miglior introito (non tracciabile) del denaro legato agli stupefacenti.
Un ottimo “deal” anche per i narcotrafficanti, cui le milizie offrono molteplici garanzie: manovalanza fidata, protezione armata e l’espansione del proprio raggio d’azione. Trattandosi di forze antisistema, i terroristi sono in grado di tenere lontani o fronteggiare meglio di chiunque altro gli eventuali interventi repressivi delle forze di polizia. Anche per questo, l’abbraccio con le organizzazioni terroristiche rappresenta un’opportunità d’oro per i trafficanti, che in questo modo possono fare a meno d’impegnare i propri uomini nei servizi di sicurezza, reimpiegandoli nelle attività connesse con il traffico e lo spaccio. Una distribuzione costante e spedita, inoltre, non è un dettaglio, ma un principio economico di rilevanza assoluta.

 

A soddisfare questa condizione provvedono le formazioni terroristiche, che nei teatri di crisi mondiali rappresentano il solo interlocutore che può garantire una continuazione delle attività criminali, grazie all’uso indiscriminato della violenza. Del resto, disporre di territori sicuri dove poter produrre la droga senza intoppi, è un fattore indispensabile per mantenere il monopolio sul mercato di riferimento e battere la concorrenza. In questo modo, le organizzazioni di narcotrafficanti si assicurano i “servizi logistici” indispensabili.

 

Ciò che, però, si sta verificando ultimamente in seno alle formazioni terroristiche è una mutazione dello schema appena descritto, che si va costituendo come un fattore strutturale comune a molte realtà anche divergenti tra loro: sempre più spesso i combattenti si trasformano essi stessi in narcotrafficanti, generando cartelli della droga autonomi in grado di rispondere direttamente e più efficacemente alle proprie esigenze. Anziché assicurare protezione ai produttori di droga in cambio di denaro, gestire l’intera filiera permette loro di abbattere i costi e assicurarsi così maggiori entrate. Del resto, se le droghe non fossero illegali pressoché in tutto il mondo, alcune delle formazioni terroristiche odierne si potrebbero quasi definire come società imprenditoriali che puntano al controllo dell’intero mercato: dalla produzione, ai servizi, fino alla distribuzione.

 

Questo processo varia a seconda della forza e delle ragioni che motivano le formazioni terroristiche: è accaduto in Colombia, ad esempio, dove le FARC, le Forze Armate rivoluzionarie della Colombia, un’organizzazione marxista-leninista, non hanno più ragioni di proseguire la propria battaglia ideologica, specie da quando è stato siglato l’accordo di pace con il governo di Bogotà. Ragion per cui molti ex guerriglieri si sono riciclati come narcotrafficanti. Mentre, invece, ciò non si è verificato negli stessi termini in Libano con Hezbollah, dove il “Partito di Dio” sciita che si pone come alternativo al governo laico di Beirut, essendo d’impostazione islamica considera il commercio di droga come “Haram”, cioè contrario ai precetti della religione coranica. Tuttavia, questo non impedisce loro di gestire comunque il commercio attraverso infingimenti e uomini di paglia.

 

Il narcoterrorismo non è nuovo agli osservatori internazionali. In Afghanistan, dopo l’invasione americana dell’ottobre 2001, l’Amministrazione Bush Jr promosse la distruzione dei campi di papavero da oppio locali da cui si ricavava l’eroina, finanziando l’allora governo del presidente Karzai con miliardi di dollari, nella convinzione che questo potesse costituire un argine al fenomeno. Lo scopo era riconvertire i campi ad altre colture e al contempo garantire il lavoro ai contadini per eliminare i narcotrafficanti. Questo sistema, però, non funzionò e oggi l’Afghanistan è tornato a essere il primo produttore di oppiacei al mondo proprio grazie ai Talebani, che si sono sostituiti ai narcotrafficanti e ormai controllano e gestiscono l’intero mercato. Anche in Colombia era stata sperimentata una cosa simile, ma sebbene si fosse verificata un’iniziale diminuzione delle aree coltivate a coca tra il 1997 e il 2000, già nel 2004 la produzione era tornata maggiore rispetto allo stesso 1997.

 

Nel 2009 Antonio Maria Costa, direttore esecutivo dell’UNODC, l’Ufficio per i narcotici e il crimine delle Nazioni Unite, fu tra i primi a lanciare l’allarme: «È diventato sempre più difficile distinguere chiaramente i gruppi terroristici dalle comuni organizzazioni criminali perché le loro strategie tendono sempre più a sovrapporsi. Se non recidiamo il legame tra crimine, droga e terrorismo, il mondo assisterà alla nascita di un ibrido e cioè di organizzazioni terroristiche della criminalità organizzata».

 

Giunti nel 2016, l’ibrido di cui parla Costa non solo persiste ma si estende senza soluzione di continuità nel mondo, lasciando una traccia così estesa tale che da somigliare a una specie di Tropico del Cancro della droga. Vale per i Talebani in Afghanistan come per i gruppi rivoluzionari in America Latina, per Boko Haram in Nigeria come per Al Qaeda nel Maghreb Islamico, per Abu Sayyaf nelle Filippine come per Hezbollah in Libano e Siria. Da questo quadro emerge, dunque, con chiarezza come oggigiorno non si possa più distinguere chiaramente il terrorismo dal narcotraffico, ma si debba piuttosto parlare più correttamente di «narcoterrorismo».