CINA (PRC) -

Cacciatorpediniere americano a 12 miglia nautiche dalle isole rivendicate da Pechino. Sale la tensione nel Mar Cinese Meridionale

File photo of the US Navy guided-missile destroyer USS Lassen underway in the Pacific Ocean

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Gli Stati Uniti tornano a sfidare Pechino del Mar Cinese Meridionale inviando il cacciatorpediniere USS Lassen a 12 miglia nautiche dalle isole artificiali Spratly, rivendicate dalla Cina. Un funzionario del Dipartimento della Difesa ha specificato che gli USA non hanno avvertito la Cina di questa manovra, spiegando che “non è necessario consultare nessuno quando si esercita il diritto della libera navigazione in acque internazionali”. Il Pentagono ha sfruttato il precedente delle cinque navi da guerra cinesi che a settembre passarono a largo dell’Alaska all’interno delle acque territoriali americane, ricorrendo al principio della libertà di navigazione.

 

Immediata la reazione del governo cinese che attraverso il suo ministro degli Esteri, Wang Yi, ha puntato il dito contro gli Stati Uniti intimandogli di non “creare problemi dal nulla”. La disputa per le Spratly è destinata a proseguire nelle prossime settimane considerato che gli USA hanno già fatto sapere che si tratta solo della prima di una serie di missioni di pattugliamento che saranno effettuate in altre isole contese tra Cina, Giappone, Vietnam, Filippine, Taiwan, Brunei e Malaysia.

 

 

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La storia delle dispute nel Mar Cinese

Nelle Isole Spratly, arcipelago del Mar Cinese Meridionale formato da 750 tra isolette, atolli e barriere coralline, ormai da anni è in corso una serrata sfida di nervi tra Pechino e Washington. Prima dell’episodio di oggi, martedì 27 ottobre, a lanciare l’ultima frecciata era stato nel maggio del 2015 il segretario americano alla Difesa Ashton Carter nel corso di una visita in alcuni Paesi dell’Asia affacciati sul Pacifico alleati degli Stati Uniti. Parlando il 31 maggio ad Hanoi, capitale del Vietnam, Carter ha comunicato in quell’occasione che gli USA sono pronti a stanziare decine di milioni di euro al governo vietnamita per l’acquisto di navi militari per il pattugliamento delle acque contese nella regione. Per annunciare l’invio di una prima trance da 18 milioni di dollari, non a caso Carter ha deciso di parlare mentre era a bordo di un’imbarcazione della guardia costiera vietnamita, finita in passato nel mirino della marina cinese per una disputa nelle acque del Mar Cinese Meridionale. L’occasione è stata buona anche per ribadire alla Cina che gli Stati Uniti non intendono spostarsi dall’area: “Continueremo a volare, navigare e operare come abbiamo sempre fatto nel Pacifico. Non stiamo cercando di militarizzare la situazione. Dalla fine della seconda guerra mondiale siamo e continueremo a essere la principale forza militare in questa regione”.

 

Accusato di costruire delle isole artificiali nell’arcipelago delle Isole Spratly per ricavarne delle piste d’atterraggio, il governo di Pechino non si è fatto intimorire da queste parole. La linea della Cina, d’altronde, è tracciata in maniera perentoria nell’ultima edizione del suo libro bianco, intitolato La strategia militare della Cina, pubblicato nel maggio del 2015. Nel testo Pechino ha dichiarato che continuerà a perseguire l’obiettivo di difendere gli interessi del Paese in Asia, e dunque anche nel Mar Cinese Meridionale. L’obiettivo finale è questo, a costo di strappare al mare migliaia di ettari di terreno (come sta avvenendo nelle Isole Spratly secondo gli Stati Uniti) o di “dover” rafforzare la marina militare (con la realizzazione di una propria portaerei e l’acquisto di sottomarini e altre navi da guerra).

 

An aerial photo taken though a glass window of a Philippine military plane shows the alleged on-going land reclamation by China on mischief reef in the Spratly Islands(Isole Spratly)

 

Nella lettura di questo nuovo capitolo dello scontro tra USA e Cina nel Pacifico, non vanno però persi di vista gli interessi energetici in palio. Se è vero, come sostiene la US Energy Information Administration, che nelle acque dell’arcipelago conteso non vi sarebbero giacimenti di petrolio o gas off-shore così ricchi da innescare una guerra, è altrettanto vero che al largo delle Spratly transita ogni giorno più della metà del commercio marittimo mondiale di idrocarburi: miliardi di barili di petrolio all’anno e centinaia di miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto. Monitorare questo flusso significa pertanto avere il controllo degli approvvigionamenti energetici di quasi tutta l’Asia, il che rappresenta un potere geostrategico ed economico che né gli USA né la Cina vogliono lasciarsi scappare.

 

In questa partita, la Cina non sembra preoccuparsi particolarmente di essere frenata dalla comunità internazionale. Già nel 2012 ha installato delle trivelle nelle acque attorno alle Isole Paracels, pur sapendo che avrebbe causato uno scontro diplomatico con gli altri Paesi della regione. Aspettarsi adesso un suo passo indietro nelle Isole Spratly, dove a contendersi i territori sono anche Vietnam, Taiwan, Malesia e Filippine, non è ipotizzabile anche sotto la pressione statunitense. Così come non è realistico sperare, almeno nel breve periodo, che le nazioni coinvolte si siedano a un tavolo per concordare la creazione di una zona di sviluppo condivisa. D’altronde, una soluzione simile nel libro bianco della strategia militare cinese non è nemmeno contemplata.