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Il presidente della Colombia premiato per il suo impegno nell'aver ottenuto uno storico accordo di pace con i guerriglieri delle FARC

Santos

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Il premio Nobel per la Pace 2016 è stato assegnato al presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, per il suo impegno nell’aver ottenuto uno storico accordo di pace con le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) ponendo fine a oltre cinquant’anni di conflitto.

 

Sessantacinque anni, originario di Bogotà, leader del Partido de la U (centro-destra), Santos è presidente della Colombia dall’agosto 2010. Avviando nel 2012 il processo di dialogo con le FARC, Santos ha dimostrazione volersi avvicinare ai movimenti progressisti del Paese che da tempo chiedevano uno sforzo del governo nazionale per porre la parola fine sulla guerra civile. Con lui le negoziazioni sono state le più fruttuose di sempre: i guerriglieri hanno accettato di deporre le armi, di abbandonare il narcotraffico e di trasformarsi in un partito politico. Il governo in cambio ha accettato di varare una riforma agraria per garantire loro un più facile reintegro nella società.

 

La bocciatura dell’intesa al referendum popolare del 2 ottobre, in cui ha vinto il fronte del no con il 50,2% dei voti guidato dall’ex presidente Alvaro Uribe, costringerà adesso il governo e gli ex guerriglieri rappresentati dal leader Rodrigo Londoño a ridiscutere l’accordo tenendo conto del parere delle opposizioni. Ma assegnando il Nobel per la Pace a Santos, il comitato organizzatore del premio spera che dal percorso tracciato dal presidente colombiano non si torni indietro.

 

Santos_FARC(Cartagena, 26 settembre 2016: Santos e il leader delle FARC Londoño firmano l’accordo di pace)

 

Chi è Juan Manuel Santos (secondo l’Enciclopedia Treccani)

Discendente da una influente famiglia di editori della carta stampata, laureato in economia e business administration, giornalista, dal 1992 al 1994 fu ministro del Commercio e nel 2000 dell’Economia. Uscito dal Partito liberale (2004), si avvicinò al presidente Á. Uribe, che nel 2006 lo nominò ministro della Difesa, incarico nel quale ha acquisito grande notorietà per i successi riportati nel contrasto alle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia). Fra i fondatori del PSUN (Partido Social de Unidad Nacional, 2005), nel 2010, al secondo turno, è stato eletto presidente della Colombia con il 69% dei voti. Alle consultazioni legislative tenutesi nel marzo 2014 l’uomo politico ha conservato la maggioranza relativa in Parlamento ottenendo 45 dei 102 seggi del Senato, mentre al primo turno delle presidenziali svoltosi nel maggio successivo ha ricevuto il 25,6% dei consensi contro il 29,2% dell’avversario Ó.I. Zuluaga del Centro Democrático, che ha sconfitto al ballottaggio tenutosi nel mese successivo, ricevendo il 45% dei consensi ed essendo riconfermato nella carica presidenziale. Sostenitore della necessità di concludere il già avviato processo di pace con l’organizzazione guerrigliera FARC, a Cuba nel giugno 2016 l’uomo politico è stato il firmatario, insieme al comandante Londoño, di uno storico accordo per il cessate il fuoco bilaterale e definitivo e il disarmo dei ribelli, mettendo fine a un conflitto che ha visto governo e combattenti contrapposti dal 1964.

 

La strada verso la pace in Colombia

Dopo la vittoria del no al referendum sull’accordo di pace del 2 ottobre, il governo di Bogotà proverà adesso a tenere in piedi il processo di riconciliazione con gli ex guerriglieri. Missione complicata per una serie di motivi. La bassa affluenza registrata al voto del 2 ottobre (solo il 37,43% degli aventi diritto si è recato alle urne, anche se l’astensionismo è un fattore frequente nelle elezioni colombiane), ha dimostrato il generale disinteresse del popolo nei confronti dei negoziati. Uscito politicamente sconfitto dal confronto con gli elettori, il presidente Juan Manule Santos dovrà adesso tentare di riformulare i termini dell’accordo con il leader del fronte del no, l’ex presidente Alvaro Uribe a capo del partito conservatore Centro Democratico.

 

FARC

 

Si tratta di un percorso pieno di ostacoli. Mettere mano alla “giurisdizione speciale”, in base alla quale gli ex combattenti che decideranno di pentirsi potranno essere reintegrati nella società civile senza passare per alcuna pena carceraria, e rivedere al ribasso la quota di seggi garantita di diritto ai rappresentanti delle FARC nel prossimo parlamento (attualmente fissata a dieci, cinque per camera), accontentando tutte le parti in causa non sarà semplice.

 

COLOMBIA FARC VITTIME

 

Il primo incontro, promettono dal governo, si terrà a breve. La squadra scelta da Santos sarà composta dal capo negoziatore Humberto de la Calle (le cui dimissioni sono state respinte dal presidente), dal ministro degli Esteri Maria Angela Holguin e dal ministro della Difesa Luis Carlos Villegas. Uribe ha indicato invece quali portavoce del Centro Democratico Oscar Ivan Zuluaga, Carlos Holmes Trujillo e Ivan Duque.

 

Questa è la situazione attuale di un post referendum che in pochi a livello internazionale si sarebbero aspettati. L’unica certezza, al momento, è il mantenimento del cessate il fuoco bilaterale che governo e FARC avevano concordato a fine agosto.

 

I nodi da sciogliere, invece, sono molti, a cominciare dai punti più critici che si sono rivelati decisivi per la bocciatura dell’accordo. Punti su cui Uribe ha montato una campagna elettorale vincente, scuotendo le paure dell’elettorato conservatore e non solo. Lo spauracchio di un avvento del “castrochavismo” in salsa boliviana, così come lo ha definito El País, nel caso di vittoria del sì al referendum, è stato agitato ad arte da Uribe. L’ex presidente ha avuto gioco facile nel mettere in discussione l’intero impianto di “giurisdizione speciale” su cui governo e FARC avevano raggiunto un compromesso, in base al quale i guerriglieri che di fronte a un tribunale di pace dimostreranno di essersi realmente pentiti, ammettendo le proprie responsabilità e fornendo aiuti concreti alle indagini sui crimini commessi, otterranno forti sconti di pena. Il timore di un’impunità generale, diffuso tra i famigliari delle vittime, alla fine ha prevalso. Così come è stata respinta di netto la prospettiva di assistere a una veloce ascesa politica di Rodrigo Londoño (detto Timochenko) e degli altri leader delle FARC dopo le presidenziali del 2018.

 

Altro aspetto molto importante ai fini della vittoria del no è legato ai timori sugli effetti di un altro dei sei punti dell’accordo, vale a dire la riforma agraria. Ridiscutere diritti che in questi decenni di conflitto sono stati acquisiti arbitrariamente da molti proprietari terrieri, così come in buona parte da apparati delle forze armate che in questi decenni di guerra hanno preso possesso di immense proprietà, ha spinto diverse fasce dell’elettorato che fa della terra la propria unica ricchezza a votare per il no. È proprio su uno dei principi alla base della guerriglia di ispirazione marxista delle FARC, cioè la redistribuzione equa delle terre contro lo strapotere dei latifondisti, che si è infranto il sì all’intesa di pace. Insomma, la difesa della proprietà privata ha prevalso nettamente sulla spinta in senso socialista che avrebbe innescato l’approvazione dell’accordo.

 

Quale futuro per i guerriglieri?

In attesa di conoscere gli sviluppi dei primi incontri tra i rappresentanti del governo e delle opposizioni, sul futuro della Colombia pendono ovviamente gli interrogativi sul destino delle FARC e degli altri gruppi guerriglieri ancora oggi attivi nel Paese. Azioni già avviate da parte delle FARC, come la consegna di parte dell’arsenale militare e la promessa di cedere una fetta del patrimonio finanziario per iniziare a risarcire i famigliari delle vittime del conflitto, rischiano di interrompersi bruscamente.

 

COLOMBIA FARC: mappa

 

Le Nazioni Unite, presenti da tempo in Colombia per vigilare sull’andamento del processo di riconciliazione, si aspettano però un cambio di passo immediato. Altrimenti il rischio che i riflettori della comunità internazionale, così attenti a inquadrare ogni momento della firma di Cartagena, si spostino verso altre crisi è concreto. La domanda che però tutti si pongono adesso è quanto le FARC saranno disposte a concedere di ciò che finora avevano ottenuto dal presidente Santos. Se non arriveranno segnali concreti con l’inizio delle nuove trattative, non è da escludere che la situazione possa degenerare gradualmente. Molti guerriglieri, vista sfumare la promessa di un reinserimento nella società, potrebbero decidere di passare nelle fila di altre organizzazioni paramilitari o criminali. Tra queste, quelle più attive nel reclutamento degli “scontenti” si chiamano Bacrim (Bandas emergentes en Colombia), sorte dallo scioglimento dei paramilitari delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia) e mostratesi capaci negli ultimi anni di prendere possesso di alcune delle rotte del narcotraffico che attraversano la Colombia lasciate incustodite dalle FARC.

 

Un discorso a parte meriterebbe poi l’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale), il secondo gruppo guerrigliero più consistente del Paese, che all’ombra dell’accordo delle FARC si è mosso negli ultimi mesi per strappare anch’esso un’intesa. Ma con la vittoria del no e il ritorno prepotente di Uribe nella scena politica nazionale, per i guerriglieri dell’ELN si prevede una nuova lunga fase ai margini delle trattative che contano.

 

(Rocco Bellantone)