- 5 aprile 2013 - 08:00

NORD E SUD: LE DUE COREE A CONFRONTO

Il 38esimo parallelo divide dal 1945 un’unica nazione, che dalla Guerra Fredda in poi ha visto nascere e proliferare due stili di vita opposti, uno incentrato sul militarismo estremo e l’altro sull’industrializzazione tecnologica

Corea del Nord e Corea del Sud: un’unica nazione, due stili di vita opposti. Il regime nordcoreano lo abbiamo imparato a conoscere bene, in particolare da quando l’ultima escalation militare intorno al 38esimo parallelo ha mostrato il lato oscuro dell’esercito di Pyongyang e del suo giovane leader, Kim Jong Un.

 

Mentre la Corea del Sud ci appare oggi come una realtà democratica (secondo gli standard asiatici), amica dell’Occidente, ben disciplinata e totalmente vocata al mercato, grazie al miracolo industriale di Park Chung-hee, il dittatore che ha fatto del suo Paese uno dei più tecnologicamente avanzati al mondo (basti considerare che, tanto per citare un marchio sudcoreano, Samsung è ormai il primo competitor mondiale del gigante californiano Apple).

 

I due Paesi sono formalmente ancora in “stato di guerra” dopo che l’armistizio giunto all’indomani della guerra tra le due coree (1950/1953) non si è mai tradotto in un vero accordo di pace. Ma, dietro le divisioni, non va dimenticato che la storia della Corea fino al 1945 era una soltanto, dato che la suddivisione intorno al 38esimo parallelo è artificiosa ed è stata decisa a tavolino dopo la sconfitta giapponese, in ragione della visione del mondo che dominava ai tempi della Guerra Fredda.

 

La “coericità” e le leadership a stampo familiare

 

Oltre gli eserciti e la propaganda, infatti, sia a Nord che a Sud considerano in teoria la Corea come un’unica realtà da riunificare e la “coreicità” è un elemento da non sottovalutare nell’animus del popolo. Ne sia prova la politica economica della “sunshine policy”, che portava investimenti dal Sud al Nord e che era riuscita a far convivere pacificamente lavoratori di ambo le parti in quella cosiddetta “area comune” di cui Kaesong è il miglior esempio, un’area al confine tra i due Stati e la prima cittadina che gli americani occuparono durante la guerra di Corea.

 

Tutto ciò fino a due giorni fa. Oggi, infatti, il giovane Kim Jong Un ha deciso di interrompere questa amichevole collaborazione economica con Seoul e si mostra sempre più schiavo del suo gioco al rialzo, impostato per fugare ogni dubbio sulla sua autorità e per tenere sotto di sé un esercito che scalpita e che, forse, preferiva una soluzione alternativa alla famiglia Kim, dopo aver già patito la fame sotto il padre, il “caro leader” Kim Jong Il, e ancor prima sotto il nonno, il “grande leader” Kim Il Sung.

 

Ma la leadership familiare è una tradizione che vige anche nella più agiata Corea del Sud, dove nel dicembre del 2012 è stata eletta all’interno del partito conservatore Saenuri, Park Geun-hye, figlia del già citato Park Chung-hee, salito al potere nel 1961 con un colpo di Stato e poi assassinato nel 1979.

 

La “tigre asiatica” e la “nazione vittoriosa”

 

Se il Sud patisce oggi la frustrazione di un Paese che ritiene di aver pagato un conto troppo salato dalla Guerra Fredda, si può consolare con una forma di governo che si avvicina al nostro concetto di democrazia e con un’economia che ne fa una delle più ricche “tigri asiatiche”.

 

Mentre a Nord sopravvive il mito, in parte socialista, della “nazione vittoriosa” per via di quella eroica guerra di resistenza di Kim II Sung al Giappone e alla sua politica di oppressione. Questa visione sembra non essere mai stata aggiornata da allora e tutto ciò si è tradotto progressivamente in una cultura militare sempre più aggressiva e miope, che ha reso ormai il Paese poverissimo e il suo popolo malnutrito. Ragion per cui, il consenso popolare odierno deriva solo dalla paura ed ecco perché Kim Jong Un insiste sullo stesso schema che altri hanno tracciato per lui, credendolo vincente ma in realtà destinato a schiacciarlo definitivamente.

 

In fin dei conti, se la storia ci insegna qualcosa, questa è che la nascita o la divisione di uno Stato non si possono decidere a tavolino. E le coree ne sono solo l’ultima evidente dimostrazione.

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