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Un bilancio sulla politica estera del presidente americano a pochi mesi dalla fine del suo ultimo mandato. Parla Anthony H. Cordesman, direttore del Center for Strategic and International Studies

U.S. President Obama attends a comedy show celebrating Military Appreciation Month as well as the 5th anniversary of Joining Forces and the 75th anniversary of the USO at Joint Base Andrews in Clinton, Maryland

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di Priscilla Inzerilli

L’amministrazione Obama si avvia al termine del suo secondo e ultimo mandato, motivo per cui è ormai tempo di bilanci. Stando ai più recenti sondaggi e all’analisi generale del sentiment mediatico, americano e non solo, l’indice di gradimento nei confronti del presidente uscente è ai minimi storici. La cosiddetta “Obama Doctrine” – almeno per quanto riguarda le scelte di politica estera – si sarebbe rivelata un vero e proprio fallimento. A pensarla così non è solo l’opposizione politica, ma una buona parte del popolo americano. “Raramente un presidente degli Stati Uniti ha commesso così tanti errori a scapito di così tante persone”. Così recita, impietosamente, il titolo di apertura di un editoriale del Wall Street Journal, pubblicato nel 2014, proprio all’alba dell’ascesa dello Stato Islamico nel già martoriato scenario mediorientale.

 

Lo stesso Obama, in una recente intervista rilasciata all’emittente Fox News, sembra aver voluto sottolineare – con approccio estremamente autocritico, riferendosi alla Libia – l’importanza fondamentale che riveste il day after, ovvero la pianificazione dei futuri assetti politici, sociali ed economici a beneficio del Paese nel quale è stato effettuato un intervento militare esterno.

 

Lookout News ha avuto modo di approfondire questo aspetto con Anthony H. Cordesman, analista e direttore del Center for Strategic and International Studies. Nel corso di una conferenza stampa, tenutasi a Roma lo scorso 27 aprile presso la sede dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG), Cordesman ha portato alla luce l’importanza e al tempo stesso la complessità della definizione di assetti di stabilità “post-conflittuali” nel contesto mediorientale.

 

Prime Minister of Libya's unity government Fayez Seraj delivers a speech during a joint news conference with Malta's Prime Minister Joseph Muscat in Tripoli

(Faiez Serraj, premier del nuovo governo di unità nazionale) 

 

Riferendosi alla Libia, in particolare, è possibile individuare una problematica chiave: posto che il nuovo esecutivo di Faiez Serraj, pur essendosi costituito sotto gli auspici favorevoli della comunità internazionale, è ancora lontano dall’ottenimento di un reale consenso interno, “una volta costituito un governo nato su una parvenza di unità nazionale”, si chiede Cordesman, “quale reale capacità avrà questo esecutivo di incidere sulle divisioni tribali, quale stabilità sarà in grado di assicurare al paese? Se guardiamo all’esperienza dell’era post coloniale, i precedenti non sono confortanti, i tentativi di compromesso si sono rivelati quasi sempre un fallimento”.

 

Parlando poi della gestione di risorse fondamentali come le riserve petrolifere, secondo Cordesman è necessario chiedersi: “Come saranno spartiti i dividendi di questa ricchezza? Serviranno per creare occupazione e sviluppo o per alimentare la corruzione diffusa, come avvenuto quando al potere c’era il clan Gheddafi?”.

 

E ancora, parlando degli aspetti legati alla sicurezza: “Chi ne avrà il controllo? Chi disarmerà chi?”. Una sfida complessa, quella della creazione di una governance ex-novo, che garantisca stabilità e sicurezza in un Paese che emerge da una situazione di conflitto. Un’opzione tuttavia necessaria e niente affatto irrealistica, secondo Cordesman. Il quale ha ricordato come proprio il ritiro delle truppe americane dall’Iraq nel 2011, lasciando il Paese al proprio destino e consegnandolo all’anarchia politica, si sia rivelato uno degli errori più eclatanti dell’amministrazione Obama. “È pur vero che la stragrande maggioranza degli iracheni, stando ai sondaggi d’opinione pubblica, desiderava che noi lasciassimo il Paese”, ha commentato Cordesman, “e dunque infine lo abbiamo lasciato”.

 

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Il problema dell’istituzione di una nuova governance è legato inoltre a una questione di responsabilità. È necessario affrontare e risolvere questa sfida ma, secondo Cordesman, “c’è un problema di fondo: per poter intervenire in un Paese è necessario poter contare su alleati affidabili sul terreno, che si facciano carico della sicurezza, ma che si assumano anche la responsabilità della governance, dello sviluppo economico e civile”.

 

Una responsabilità, afferma Cordesman riferendosi alla Libia, che non dovrebbe ricadere direttamente su Washington. “La verità è che, dal punto di vista strategico degli Stati Uniti, la Libia è un’area nella quale sono gli europei a dover agire, e a dover assumere la leadership di eventuali interventi”. Il punto, conclude l’analista, è questo: quali Paesi sono disposti a intervenire, e in che modo?