ETIOPIA -

Nelle visite in Kenya ed Etiopia il presidente americano non ha esitato ad affrontare temi scomodi come il rispetto dei diritti umani e dei gay. Ma il tempo per recuperare terreno sulla Cina è scaduto

Obama speaks with a farmer participating in the Feed the Future program as he tours the Faffa Food factory in Addis Ababa, Ethiopia

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Dopo la visita a Nairobi in Kenya, Barack Obama è arrivato ieri, martedì 27 luglio, nella capitale etiope di Adis Abeba. È il primo presidente degli Stati Uniti in carica a visitare questo Paese dell’Africa orientale. Nel corso dei colloqui con il presidente Mulatu Teshome e il premier Hailemariam Desalegn e, successivamente, nel suo intervento di fronte ai leader dell’Unione Africana, Obama ha parlato di lotta al terrorismo, di tutela dei diritti umani e della crisi nel Sud Sudan.

 

Così come già fatto in Kenya, dove ha chiesto maggiori sforzi al governo del presidente Uhuru Kenyatta per fermare le discriminazioni nei confronti dei gay, anche in Etiopia il presidente americano ha affrontato alcune questioni spinose, dallo sviluppo della democrazia al rispetto della libertà di espressione e di stampa.

 

 

Un tour africano […] che ha certamente colto nel segno, soprattutto dal punto di vista comunicativo – commenta su Avvenire Giulio Albanese -. Obama è riuscito, infatti, nel corso dei suoi numerosi interventi in Kenya prima e in Etiopia poi, a modulare un ventaglio di messaggi dal tenore esortativo che, solitamente, i politici africani lasciano, per così dire, nel cassetto”.

 

“Vi sono però altri aspetti sui quali Obama avrebbe fatto bene a soffermarsi: le nuove forme di schiavismo e di colonialismo. In Africa le politiche d’investimento internazionali – non solo occidentali – continuano a essere predatorie. E nonostante il continente registri tassi di crescita superiori a quelli di molti Paesi del Primo mondo, il welfare resta il grande assente in quasi tutte le nazioni africane e, soprattutto, rimane aperta la ferita dell’esclusione sociale rispetto alla quale i Paesi industrializzati continuano ad essere indifferenti. Il fenomeno migratorio continua a mostrarcelo drammaticamente ogni giorno”.

 

L’indubbio successo delle visite di Obama in Kenya e in Etiopia, testimoniato dalle folle festanti che hanno accolto ogni suo intervento in pubblico, dunque difficilmente basterà agli Stati Uniti per recuperare il terreno perduto in Africa. Sul piano geopolitico e soprattutto economico la Cina, ma anche la Russia e i Paesi del Golfo, negli ultimi anni hanno infatti investito molto nello sviluppo del Continente africano, mettendo le mani su asset strategici come l’energia e le infrastrutture. Ricordarsi della “sua” Africa solo alla fine del suo secondo mandato è stato un errore forse troppo sottovalutato. Un errore di cui dovrà farsi carico il nuovo presidente degli Stati Uniti.