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Donald Trump si appresta a voltare pagina dopo i due mandati di Barack Obama alla Casa Bianca. Cosa resterà della grande speranza riposta nel primo presidente nero d’America?

Obama_Clinton

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

 

Chi già ne sente la nostalgia gli riconosce il merito della riforma sanitaria “Obamacare” che ha esteso la copertura delle cure mediche a oltre undici milioni di americani, il dimezzamento del numero dei disoccupati, l’uccisione di Osama bin Laden, la ripresa economica negli anni bui della recessione e il salvataggio dell’industria dell’auto. Chi, invece, ha smesso di credere da tempo nel suo Yes, we can, non gli perdonerà le promesse fatte ma mai mantenute dell’ottobre del 2009 quando, ricevendo il Premio Nobel per la pace tra lo stupore generale, aveva garantito un’azione decisa per fermare i conflitti in Medio Oriente.

 

A sette anni di distanza, quel riconoscimento alle intenzioni appare quanto mai inappropriato. Perché quello che Obama lascia in eredità al suo successore è un mondo, se possibile, ancora più complicato e insicuro rispetto al passato. “Gli avessero dato quel premio dopo l’accordo con l’Iran sul nucleare e il disgelo con Cuba – è l’opinione di Massimo Teodori, giornalista e professore di storia americana – avrebbe avuto più senso. Il suo merito è di aver imboccato una strada nuova in politica internazionale. Il problema, però, è che lo ha fatto troppo tardi”.

 

Eppure, al netto del valore diplomatico della riapertura dei rapporti con Teheran e L’Avana, i dubbi restano. Se il dialogo con i Castro consentirà agli USA di avere un affaccio ravvicinato sui traffici marittimi che presto transiteranno per il nuovo canale di Nicaragua di fabbricazione cinese, il patto con Teheran apre invece a scenari più complessi. Molti intravedono nell’intesa tra Obama e Rouhani un passo decisivo verso il graduale disimpegno militare degli Stati uniti in Medio Oriente. Ma è un piano poggiato su basi fragili, che ha già creato una spaccatura profonda con due alleati solidi degli USA nello scacchiere, come Arabia Saudita e Israele (entrambi storici nemici dell’Iran), e che di fatto ha consegnato la leadership della lotta a Stato Islamico e Al Qaeda in Siria e Iraq nelle mani della Russia. Nonostante gli sforzi di Obama, gli USA non sono dunque ancora nelle condizioni di smettere la divisa di gendarme del pianeta. E non solo in Medio Oriente ma anche in Afghanistan, Nord Africa, Africa sub-sahariana e Asia. Il suo discorso pronunciato all’università Al-Azhar del Cairo nel 2009, non ha sortito alcun effetto lasciando pressoché intatte le distanze con il mondo musulmano.

 

Obama_Castro(Barack Obama e Raul Castro a L’Avana, 22 marzo 2016)

 

Anche il giudizio sulla politica interna non può essere del tutto positivo. “In questi otto anni della presidenza Obama – prosegue Teodori – il ciclo economico degli Stati Uniti si è rimesso in moto e la disoccupazione è diminuita drasticamente da sopra il 10% a sotto il 5%. Ma al contempo c’è stato un generale impoverimento della classe media, aspetto su cui sono fioriti i successi di Trump e Sanders, espressione rispettivamente delle proteste che da destra e da sinistra si sono levate contro le élite dei repubblicani e dei democratici. Obama con alcuni provvedimenti, in particolare con quello sulla riforma sanitaria, ha cercato di arginare la marginalizzazione di grossi pezzi della società americana, ma non ci è riuscito del tutto”.

 

È il fenomeno Trump quello che sintetizza al meglio il distacco creatosi negli ultimi anni tra Obama e il popolo americano. “La prima elezione alla Casa Bianca di Obama nel 2008 è stata una grande sorpresa per buona parte dell’elettorato dell’America profonda del sud e dell’ovest, che ha visto nel successo di un afro-americano l’inizio di un processo che nell’arco dei prossimi dieci anni potrebbe vedere i non bianchi, dunque i neri e i latinos, come la parte maggioritaria del Paese. È un processo che metterà presto in discussione gli equilibri della società americana, in cui i bianchi sono sempre stati il cuore del Paese”. E Trump ha saputo giocare d’anticipo su questo aspetto rispetto ai suoi sfidanti, sia repubblicani che democratici.

 

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“Molti paragonano Trump a Reagan – conclude Teodori – mentre io farei piuttosto un paragone con i grandi personaggi del populismo autoritario vissuti tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento e che hanno osteggiato le politiche di Roosevelt. Mi viene in mente Huey Pierce Long (senatore dal 1932 al suo assassinio nel 1935, ndr) che però non è stato presidente. È molto difficile prevedere cosa farà Trump. Sicuramente cercherà di limitare gli interventi in Europa, come dimostra l’intenzione dichiarata di voler instaurare un rapporto con Putin. Poi cercherà di rispolverare una vecchia posizione d’interventismo muscolare per dimostrare che gli Stati Uniti sono ancora la principale potenza mondiale anche dal punto di vista militare”.

 

Da un estratto del libro USA VS. Trump, edito da Lookout Group in collaborazione con G-Risk.