SIRIA -

I presidenti di Russia e Stati Uniti si incontreranno oggi a margine della sessione dell’ONU. Ecco i punti di forza e quelli deboli dei due contendenti

U.S. President Barack Obama meets with Russian President Putin in Los Cabos

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Vi è la forte possibilità che l’incontro tra Vladimir Putin e Barack Obama a margine della sessione dell’ONU, in programma oggi lunedì 28 settembre a New York, possa segnare una svolta decisiva nella crisi siriana e del Medio Oriente in generale.

 

Dalle prime reazioni d’impulso negative sull’aumento dell’impegno militare russo in Siria, l’amministrazione USA è infatti passata a considerazioni più realistiche, basate sulle carte in mano alla Russia e sullo sbando in cui versano le sue iniziative contro lo Stato Islamico. Uno sbando politico frutto di valutazioni strategiche errate, di cui è solo un sintomo lo smacco della maggior parte dei presunti ‘oppositori moderati’ del presidente siriano Bashar Assad, addestrati dagli Stati Uniti per poi finire in forza all’esercito del Califfato.

 

Dietro questo fallimento c’è la consapevolezza di Washington di aver perso il ruolo di preminenza in Medio Oriente, il cui risultato più lampante è lo sganciamento di Israele. In questa regione gli USA devono però tentare almeno di mantenere un ruolo e di salvare la faccia. Una possibilità offerta adesso da Putin che, a differenza degli ideologizzati consiglieri neo-conservatori di Obama, è abbastanza realista da capire che stravincere il confronto diplomatico con gli USA sarebbe un errore strategico.

 

Meglio lasciare loro una parte in questa campagna internazionale contro il terrorismo, visto che sarebbe comunque subordinata. Ora gli USA sembrano disponibili a unire le forze contro lo Stato Islamico per evitare che la Russia vinca da sola e annuncia maggiore flessibilità sulla sempre rigidissima pregiudiziale dell’abbandono di Assad. Potrebbero quindi accogliere il punto di vista russo, secondo il quale “non vi è altra soluzione alla crisi siriana che il rafforzamento delle strutture governative legittime, aiutandole nella lotta contro il terrorismo”. Tradotto nella pratica, ciò significa o un passaggio di poteri di Assad, o che questi governerà su una porzione dell’attuale territorio siriano, vale a dire quello costiero del Mediterraneo, sotto diretta tutela e controllo della Russia.

 

Schermata 2015-09-28 alle 14.29.26(Le forze impegnate nella guerra in corso in Siria – fonte BBC)

 

Trovato un modo di agire comune, la questione più complessa non sarà probabilmente sconfiggere l’ISIS ma trovare un accordo interetnico tra sunniti, alawiti, drusi, cristiani, curdi e le altre minoranze che da sempre segnano il mosaico umano dei luoghi dove sono nate civiltà e religioni dell’area mediterranea. E su questo accordo hanno probabilmente inciso le parole di Papa Francesco nel suo viaggio in America, sia sulla salvaguardia di cristiani e minoranze sia sulla positività dell’accordo con l’Iran. In questo passaggio il mosaico diviene un puzzle dalle mille sfumature di grigio che i consiglieri neo-conservatori della Casa Bianca (previsto un loro prossimo licenziamento) non hanno i mezzi per interpretare, ma su cui potrà fornire consiglio l’Inghilterra, che in oltre un secolo di presenza in Medio Oriente ha accumulato una grande quantità di intelligence e di mappe interetniche.

 

Sconfiggere l’ISIS non potrà però voler dire umiliare i sunniti che in Iraq hanno perso la loro secolare preminenza dopo l’invasione USA. Così come non potrà neanche voler dire umiliare i sunniti siriani, che sono il maggior supporto della guerra contro l’esercito del Califfato, formando il 90% dell’esercito siriano. Putin su questo ha già proposte maturate negli incontri con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, con il presidente iraniano Hassan Rouhani e con il leader palestinese Mahmud Abbas, senza dimenticare il rapporto privilegiato che lo lega ai curdi del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan).

 

Russian President Putin welcomes Israeli Prime Minister Netanyahu during their meeting at Novo-Ogaryovo state residence outside Moscow

L’ANALISI: LA STRATEGIA DI PUTIN IN MEDIO ORIENTE

 

Stesso problema dell’umiliazione, e dei sensi di rivalsa che può generare, riguarda i palestinesi. I quali, benché non troppo amati dagli altri popoli arabi, debbono essere tratti dalla condizione di umiliazione da parte dell’Occidente e di Israele per disinnescare una miccia che ha comunque un forte richiamo nelle masse arabe e di conseguenza, per obbligo demagogico, sui loro governanti. Oltre che, ovviamente, un forte richiamo per il proselitismo dei gruppi jihadisti terroristi.

 

La chiave di volta in tutto il quadro, tanto più sul problema palestinese, potrà essere l’attuale posizione di Israele, che da alleato di ferro degli USA è passata a un più maneggevole e meno contundente terzopolismo. Solo facendo combaciare tutti questi pezzi, calibrando accordi e soluzioni preliminari, si potrà realmente pensare di sconfiggere lo Stato Islamico.

di Tersite