ITALIA -

Proseguono gli accertamenti della Procura di Trapani sul ruolo delle organizzazioni non governative impegnate nel Mediterraneo. Serve un piano per fermare le traversate, ma l’UE non sembra avere soluzioni

MIGRANTI ONG AUGUSTA

Vai alla scheda paese Commenta l'articolo (0)

di Alice Passamonti

Una commissione d’inchiesta, un comitato Schengen, un’indagine conoscitiva disposta dalla Commissione Difesa del Senato e diverse Procure italiane impegnate in accertamenti e verifiche, senza però avviare alcuna indagine preliminare. La Procura di Trapani, invece, come ha dichiarato lo stesso procuratore Ambrogio Cartosio, ascoltato in Commissione Difesa lo scorso 10 maggio, «ha in corso indagini che concernono l’ipotesi di reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, e che coinvolgono non le ONG come tali, ma soggetti e persone fisiche appartenenti alle ONG». Indagini sulle quali, comunque, «non posso aggiungere altro», ha precisato.

 

A più livelli, l’attività di ricerca e soccorso dei migranti nel Mar Mediterraneo Centrale, svolta dalle organizzazioni non governative, continua ad essere osservata sotto una speciale lente d’ingrandimento. Risulta sempre più difficile fare chiarezza tra dichiarazioni pubbliche, informazioni più o meno verificate, supposizioni più o meno fondate.

 

La Procura di Trapani e l’articolo 54 del codice penale

Sull’attività di soccorso in mare svolta dalle ONG nel Mediterraneo, al momento, nonostante le tante polemiche, ci sono pochi elementi certi. Alla Procura di Trapani risulta che «in qualche caso le ONG siano intervenute per fare salvataggio in mare senza previamente avvisare la guardia costiera», autorità che è stata comunque informata in un secondo momento per la scelta del Place of Safety, primo porto sicuro di approdo (scelta che compete alla Guardia Costiera in sintonia con il Ministero dell’Interno). «La presenza delle navi delle ONG in un determinato fazzoletto di mare – ha spiegato il procuratore Cartosio in Senato – sicuramente costituisce un elemento indiziario forte per dire che evidentemente sono al corrente del fatto che in quel tratto di mare arriveranno delle imbarcazioni».

 

Tuttavia, riguardo alla localizzazione delle navi, spesso al confine con le acque territoriali libiche, Cartosio ha precisato che questo elemento, da solo, «non sembra un dato decisivo per incriminare qualcuno per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina».

 

MOAS LIBIA (Migranti soccorsi dalla ONG MOAS al largo delle coste libiche di Sabratha)

 

A questo proposito, il procuratore di Trapani ha fatto riferimento all’articolo 54 del codice penale italiano, che prevede la non punibilità qualora il reato fosse commesso per necessità.Nel caso specifico di un’imbarcazione in difficoltà, con persone che rischiano l’annegamento, l’imbarcazione «deve e può essere soccorsa», indipendentemente dalla posizione in cui si trova, dalle Convenzioni ratificate dall’Italia e dalle eventuali sanzioni internazionali. In questo caso, infatti, per la legge italiana il reato «non è punito, perché è stato commesso per salvare una vita umana».

 

Per quanto riguarda il contatto diretto tra le ONG e i trafficanti di esseri umani, alla Procura di Trapani «non risultano contatti telefonici diretti tra persone che si trovano sulla terraferma libica e le stesse organizzazioni non governative». Allo stato delle indagini, «non emergono neanche reati di competenza della direzione distrettuale antimafia» ed è «da escludere che siano emersi elementi per poter dire che i finanziamenti ricevuti dalle ONG possano essere di origine illecita». Allo stesso modo, in base alle indagini svolte finora, «è escluso che gli interventi delle organizzazioni non governative abbiano finalità diverse da quelle umanitarie».

 

I dubbi della Procura di Catania

Diversa la posizione del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, che più volte aveva sollevato dei dubbi sul proliferare delle ONG, sull’origine dei loro finanziamenti e sui rapporti con i trafficanti. Pur precisando che il focus della sua indagine conoscitiva non sono le ONG bensì il traffico illecito di migranti in Libia, nella sua ultima audizione in Senato, aveva fatto riferimento ad alcuni dati certi, a disposizione della magistratura «ma non processualmente utilizzabili». Segni evidenti di «comunicazioni tra la terraferma libica e alcuni soggetti sulle navi», oltre che «elementi oggettivi, come lo spegnimento dei transponder». In quella sede, il procuratore aveva lamentato la mancanza di alcuni strumenti investigativi per portare avanti le indagini, auspicando un intervento della politica per svolgere al più presto delle verifiche, da una parte intercettazioni telematiche e satellitari, dall’altra controlli costanti a bordo delle navi, attraverso la presenza della polizia giudiziaria.

 

MIGRANTI MEDITERRANEO

 

L’uso del transponder e le aree SAR

A chiarire alcuni dubbi sulle attività SAR, in particolare sull’uso del transponder, è stato l’ammiraglio Vincenzo Melone, Comandante generale del Corpo della Capitaneria di Porto della Guardia Costiera, ascoltato in Commissione Difesa in due diverse occasioni.

 

Il transponder, uno strumento di identificazione della nave, «nasce come sistema anti collisione, di cui tutte le unità sono dotate – ha spiegato. Funziona in VHF con una propagazione per linea retta che non segue la curvatura terrestre. La portata del sistema è quindi limitata e dipende dall’altezza delle antenne di chi trasmette e di chi riceve». Dato che la centrale operativa della Guardia Costiera si trova a Roma, «se una ONG è prossima alla Libia e noi non abbiamo nostr unità navali nell’area, le navi non sono visibili». Gli assetti navali, quindi, «non spengono il transponder, a noi non risulta che questo sia accaduto».

 

Ricordando che la centrale operativa di Roma è responsabile del coordinamento dei soccorsi in mare, nella sua zona SAR di competenza (500.000 km2) in qualità di MRCC (Maritime Rescue Coordination Center), Melone ha precisato che di fatto l’area in cui ci si trova a operare è molto più ampia, pari a circa 1.100.000 km2. Malta, infatti, con un’area SAR che confina con quella italiana e che in alcuni punti si sovrappone a essa, è collaborativa ma può decidere di non intervenire. Con conseguenti rimpalli di responsabilità. Mentre la Libia ha ratificato la Convenzione di Amburgo sul soccorso in mare, senza dichiarare un’area SAR e senza disporre di una sua centrale operativa.

 

 

MIGRANTI MEDITERRANEO LIBIA

La Guardia Costiera libica e le politiche europee

Proprio in questi mesi, la Marina Militare italiana, nell’ambito di “EUNAVFOR MED Operazione Sophia” (finanziata dall’Unione Europea per contrastare i trafficanti), sta ultimando l’addestramento della Guardia costiera libica. Nei giorni scorsi, a seguito degli accordi di collaborazione siglati tra Italia e Libia in materia di flussi migratori, per la prima volta la Guardia Costiera del Paese nordafricano ha coordinato un’operazione di soccorso in mare, riportando nelle coste libiche circa 300 migranti che avevano preso il mare a bordo di un barcone. Le unità navali hanno raggiunto il barcone in acque internazionali, rischiando tra l’altro una collisione con la nave della ONG Sea-Watch, impegnata in quel momento nel salvataggio degli stessi migranti.

 

Sulla possibilità da parte della Guardia Costiera italiana di scortare le unità libiche e i gommoni fino alle coste, l’ammiraglio Melone ha risposto in Commissione Difesa in maniera inequivocabile. «Nei confronti della Libia – ha affermato – vige il principio del non respingimento, poiché il Paese non ha ratificato la Convenzione di Ginevra», che riconosce lo status di rifugiato. In un contesto del genere, accompagnare i migranti fino alle coste libiche non è quindi una via percorribile. «Ci troviamo di fronte a un fenomeno epocale. Noi stiamo cercando di curare un sintomo, ma la malattia si cura a terra. Come Guardia Costiera, la nostra missione è salvare delle vite in mare, non possiamo sostituirci alla politica».

 

LIBIA GUARDIA COSTIERA(Migranti fermati a largo di Tripoli dalla Guardia Costiera libica)  

 

La sensazione è che in questo mare di polemiche e morti senza nome, i grandi assenti siano proprio gli organismi internazionali, non più in grado di gestire i conflitti a terra. Gli occhi sono puntati in particolare sull’Unione Europea: da un lato poco disposta a creare dei corridoi umanitari per l’arrivo sicuro dei migranti, dall’altro non incline a spingere le sue navi ancora più in prossimità delle coste libiche per salvarli.