Bandiera

Libia

  • Capitale: Tripoli
  • Ordinamento: Repubblica
  • Superficie: 1.759.540 km²
  • Popolazione: 5.613.380
  • Religioni: islamica sunnita (97%)
  • Lingue: arabo, inglese, italiano
  • Moneta: dinaro libico (LYD)
  • PIL pro capite: 13.300 USD
  • Livello di criticità:

Politica

La storia contemporanea della Libia è segnata dalla figura del colonnello Muammar Gheddafi, che nel 1969 rovescia la monarchia filo-occidentale di re Idris I con un golpe militare di alcuni ufficiali, e inaugura la “Rivoluzione verde” panarabista nel Paese, che dal 1977 verrà rinominato Grande Jamāhīriyya Araba Libica Popolare Socialista. In breve, nazionalizza imprese e possedimenti stranieri e chiude le basi americane nel Paese. Nel tentativo di accreditarsi come statista di spessore internazionale, negli anni del suo governo dittatoriale Gheddafi riesce a imporsi in ambito internazionale anche come mediatore nei vari conflitti sociali, cavalcando alternativamente il panarabismo e il panafricanismo. Ma la radicalizzazione delle sue scelte politiche, soprattutto in funzione anti-occidentale, avvicina progressivamente la Libia a numerosi gruppi terroristici, di cui diventa principale finanziatore. Negli anni Ottanta sostiene gruppi terroristi come il palestinese Settembre Nero, la Libia viene bombardata dagli Stati Uniti e l’ONU commina un pesante embargo economico nel 1988 contro la Libia, come ritorsione per l’attentato di Lockerbie. Agli inizi del Duemila, tuttavia, Gheddafi ristabilisce i rapporti diplomatici con gli USA e l’occidente e la Libia viene definitivamente depennata dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo.
L’ondata di proteste che dal dicembre 2010 iniziano a scuotere il nord Africa, colpisce anche la Libia nel febbraio 2011. La rivolta contro il regime libico è particolarmente dura e, da Bengasi si estende a macchia d’olio sul resto del Paese. Segue una guerra civile che oppone le forze fedeli a Gheddafi agli insorti del Consiglio Nazionale Libico. A seguito della risoluzione 1973, la NATO interviene militarmente. All’intervento prendono parte Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Italia, Canada, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Rovesciato il regime, il 20 ottobre 2011 Gheddafi viene catturato e ucciso nella sua città natale di Sirte. Il suo assassinio segna la fine della guerra, seppur la situazione ad oggi non sia ancora normalizzata. Nell’agosto 2012 il Consiglio nazionale di transizione libico (CNT) cede il potere alla nuova Assemblea congressuale (GNC) eletta il 7 luglio con le prime votazioni democratiche dopo quarant’anni. Tuttavia la crisi politica non accenna a risolversi, né tantomeno la precaria situazione della sicurezza, destabilizzata anche dalla crescente spinta secessionista proveniente dalla Cirenaica. Dopo il difficile premierato di Ali Zeidan (novembre 2012 - marzo 2014), durante il quale il premier è stato prima rapito da milizie separatiste e poi è fuggito in Europa in seguito allo scandalo della petroliera che tentava di esportare greggio per conto di ribelli indipendentisti, il Paese è passato di mano al ministro della Difesa, Abdullah Al Thinni, capo del governo ad interim, in attesa della convocazione di nuove elezioni. Dopo le elezioni del giugno 2014, una parte del Paese non ha riconosciuto la vittoria del nuovo parlamento e si è generata una violenta spaccatura politica. Una parte del Paese è rimasta fedele al vecchio parlamento di Tripoli, che non riconosce il risultato delle ultime elezioni, e che continua a governare la capitale e la città di Misurata. Il nuovo parlamento, che ha ottenuto il riconoscimento internazionale, è stato costretto dai tumulti a fuggire a Tobruk, vicino al confine egiziano, da dove non riesce però a governare che una piccola porzione del Paese. In mezzo a questo caos istituzionale, a Bengasi gruppi salafiti che si rifanno alla Rivoluzione del 2011 hanno preso possesso della città e governano con le armi la provincia. A ottobre 2014, inoltre, un gruppo di uomini a Derna ha defezionato da una corrente islamista e giurato fedeltà allo Stato Islamico, istituendo un avamposto del Califfato ed espandendosi fino a Sirte. Dunque, oggi in Libia il potere è polverizzato e conteso da almeno quattro città Stato. Non esistendo un unico governo centrale, la guerra civile prosegue senza sosta, con il rischio concreto del radicamento di estremisti islamici, combattuto in primo luogo dal generale Haftar, a capo dell’esercito regolare, e dall’Egitto.

Economia

L’economia libica ha subito un duro colpo a seguito dell’interruzione quasi totale delle esportazioni petrolifere durante il conflitto nel corso del 2011 e il bilancio pubblico ha registrato il primo deficit dopo anni di notevole crescita, situazione poi peggiorata con il proliferare della guerra civile che ha portato a cali anche di oltre tre quarti della produzione rispetto alla situazione pre-rivoluzionaria. Le esportazioni sono, infatti, dominate dal settore degli idrocarburi (circa 1,6 milioni di barili al giorno di greggio e 30 milioni di metri cubi di gas giornalieri), che costituiscono oltre il 95% dell’export nazionale. Dopo la Nigeria, la Libia è infatti il secondo produttore del continente africano e tra i primi dieci per riserve. I suoi principali giacimenti petroliferi (Mabruk, Hofra, Zelten, Beda, Raguba, Ora, Samah, Gialo, Waha, Magid, Amal, Serir, Augila) sono collegati da oleodotti, mentre le principali raffinerie sono a Marsa El Brega, Tobruch, Ras Lanuf, al-Zawiya. Esistono, inoltre, cospicui giacimenti di gas naturale, di natron (carbonato di sodio) e saline. I principali destinatari del greggio e del gas libici sono Unione Europea e Cina, seguiti da Stati Uniti e India. L’agricoltura ha scarsa importanza per via delle condizioni climatiche e anche la pesca è poco rilevante. Molto sviluppato è invece l’allevamento. Una volta messo in sicurezza, il Paese potrà puntare sul commercio e sullo sviluppo del settore turistico - vista la ricchezza di siti archeologici e il gran numero di coste incontaminate prossime al mercato europeo.

Criticità

Nella Libia del post Gheddafi le condizioni della sicurezza generale sono assolutamente critiche e peggiorano, se possibile, di giorno in giorno. Nel Paese imperversano bande di miliziani che dopo la rivoluzione non sono state assorbite dalle forze armate regolari. Alcuni di questi miliziani sono collegati con Al Qaeda nel Magreb islamico (AQIM) e con le più recenti formazioni jihadiste salafite che operano tra Libia, Tunisia e Algeria. Diversi attentati  terroristici sono stati condotti dal 2012 su scala nazionale colpendo obiettivi occidentali a Tripoli, Berna e Bengasi. L’episodio più grave resta senza dubbio l’attentato dell’11 settembre 2012 all’ambasciatore americano Chris Stevens, ucciso a Bengasi con quattro connazionali di scorta, da miliziani del gruppo islamista Ansar Al Sharia. Il 12 gennaio 2013 anche il console italiano a Bengasi è scampato a un attentato in seguito al quale l’Italia ha temporaneamente chiuso il consolato. Riaperto mesi dopo, a febbraio 2015 l’ambasciata italiana è stata evacuata. Per quel che riguarda gli elementi terroristici esogeni, questi sono principalmente di ispirazione centrafricana e ciadiana. La presenza di frontiere meridionali difficilmente controllabili, rappresenta un ulteriore elemento di instabilità: il pericolo maggiore è rappresentato dall’infiltrazione di elementi qaedisti, la cui base operativa principale è tuttavia localizzata più a ovest, nella regione di frontiera tra il sud dell’Algeria e il nord del Mali. Un altro significativo elemento di criticità è dato dalle spinte secessioniste che giungono dalla Cirenaica: le regioni di Jebel Al-Akhdar e di Bengasi rappresentano un’area di eversione storica e, come succede anche altrove in nord Africa (si pensi alla Cabilia in Algeria), costituiscono epicentri di resistenza al potere centrale. Dall’estate del 2013, in particolare Bengasi è caduta nelle mani di miliziani separatisti che controllano i terminal petroliferi della regione, con gravi conseguenze anche per l’economia nazionale. In alcune aree del Fezzan, inoltre, permangono faide tribali e scontri con fazioni gheddafiane. Si segnalano, oltretutto, diversi rapimenti ai danni di stranieri residenti in Libia (tra cui due connazionali, catturati nel gennaio 2014). Ma l’aspetto forse più preoccupante si è verificato a cavallo tra la fine del 2014 e il 2015, quando Derna e Sirte sono cadute sotto il controllo di milizie islamiche che si dichiarano fedeli allo Stato Islamico di Siria e Iraq. Il che ha precipitato il Paese in una nuova fase della guerra civile, tuttora in corso. La situazione generale della criminalità in Libia è decisamente grave, complice la capillare diffusione di armi. Secondo il Ministero dell’Interno di Tripoli dal 2010 al 2012 gli omicidi sono aumentati del 503%, mentre le rapine ai danni di esercizi commerciali sono cresciute nello stesso periodo del 448%; i furti in abitazione sono aumentati “soltanto” del 30%. Stime odierne sono comunque inattendibili vista la massiccia generalizzazione della criminalità, delle azioni di vandalismo e dell’attività disseminata in tutto il Paese dei militanti appartenenti alle varie brigate che hanno tendenza a farsi giustizia da sé in un ormai incessante regolamento di conti che non risparmia nessuno, tantomeno le istituzioni nazionali.