PAKISTAN -

L’ultima ondata di attentati ha fatto emergere tutti i punti deboli del governo e delle forze di sicurezza di Islamabad. Se non ci sarà un cambio di strategia, il Califfato continuerà a far leva sulle tensioni religiose per colpire ancora

PAKISTAN SUFI

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di Rocco Bellantone

@RoccoBellantone

 

Centododici morti, centinaia di feriti, attentati kamikaze in luoghi di culto, attacchi contro postazioni delle forze sicurezza, raid antiterrorismo ed esecuzioni sommarie. Tra lunedì 13 e giovedì 16 febbraio il Pakistan ha conosciuto alcuni dei giorni più bui degli ultimi anni. Un’ondata di sangue e violenze che ha preso il largo da Lahore, seconda città del Paese, dove il 13 febbraio un attentatore suicida si è fatto esplodere in mezzo a una folla di manifestanti uccidendo 13 persone. L’azione è stata rivendicata dal gruppo Jamaat-ul-Ahrar, affiliatosi allo Stato Islamico dopo aver rotto l’alleanza con i talebani pakistani di Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP) nell’agosto del 2014. Il giorno successivo, martedì 14 febbraio, il gruppo sunnita Lashkar e-Jhangvi Al Alami, anch’esso ritenuto vicino a ISIS, ha rivendicato l’uccisione di due agenti di polizia nella città sud-occidentale di Quetta. Mercoledì 15 febbraio a colpire sono stati invece i talebani del TTP con due attacchi suicidi che hanno provocato almeno sei morti nella città nord-occidentale di Peshawar e nel distretto tribale di Mohmand.

 

Giovedì 16 febbraio, infine, ci sono stati due attacchi contro le forze di sicurezza (7 morti) a Dera Ismail Khan e ad Awaran effettuati dal gruppo separatista Baluch Liberation Front, e la strage rivendicata da ISIS nel santuario sufi Lal Shahbaz Qalandar situato a Sehwan, una cittadina nella provincia meridionale di Sindh: 88 morti tra i fedeli che si erano radunati per celebrare il Dhamal, un antico rituale del sufismo. Si è trattato dell’attentato più violento registrato in Pakistan dal massacro del dicembre 2014, quando talebani del TTP fecero irruzione nella scuola pubblica militare di Peshawar uccidendo 154 persone, per lo più studenti.

 

PAKISTAN ATTENTATI

 

Le tensioni tra Islamabad e Kabul

La reazione delle forze di sicurezza pakistane è stata veemente con raid mirati, rastrellamenti casa per casa e cacce all’uomo nei villaggi in cui si sospettava vi fossero complici degli attentati o fiancheggiatori dei gruppi che sono entrati in azione. L’esercito di Islamabad ha dichiarato di aver ucciso «oltre 100 terroristi» nelle 24 ore successive all’attentato al santuario di Sehwan, senza però specificare né dove siano stati compiuti i raid né i gruppi a cui appartenevano le vittime. Secondo notizie diffuse da diversi giornali, 18 miliziani sono stati uccisi nella provincia di Sindh e altri 13 nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa, soprattutto nel capoluogo Peshawar, nel nord-ovest del Paese. Inoltre, razzi sono stati lanciati in direzione di due province dell’Afghanistan situate al confine con il Pakistan e le autorità pakistane hanno chiuso due valichi di frontiera tra i due Stati.

 

Come era prevedibile, il Pakistan ha puntato il dito contro il governo afghano, accusando Kabul di «nascondere» leader e miliziani dei gruppi autori degli attentati e chiedendo la consegna di 76 terroristi. «È arrivato il momento di unire le forze e combattere gli estremisti, ovunque essi si trovino», ha dichiarato a caldo subito dopo la strage di Sehwan il premier pakistano Nawaz Sharif. Dose rincarata successivamente dal comandante dell’esercito pakistano, il generale Qamar Javed Bajwa, il quale ha detto che «ogni goccia di sangue della nazione sarà vendicata».

 

La penetrazione di ISIS in Pakistan

Dichiarazioni infuocate che lasciano presagire lo scoppio di rinnovate tensioni tra i due Paesi. Tensioni di cui ISIS, forse più dei talebani pakistani in questa fase, potrebbe tornare ad approfittare sfruttando l’odio settario che serpeggia in Pakistan tra la maggioranza sunnita, gli sciiti e le altre minoranze religiose per seminare il caos e continuare a espandere la propria area di influenza.

 

Dopo l’intervento delle truppe pakistane nel Nord Waziristan nel 2014, centinaia di miliziani di Tehrik-i-Taliban Pakistan hanno oltrepassato il confine cercando rifugio nelle province orientali dell’Afghanistan che in buona parte oggi sono fuori il controllo del governo centrale di Kabul. Molti di questi militanti si sono affiliati alle locali cellule dello Stato Islamico.

 

Da qui a partire dal 2015 ISIS ha effettuato diversi attacchi in Pakistan. I più recenti sono stati due realizzati nel Baluchistan, una delle province più instabili del Paese, alla fine del 2016: uno contro una scuola di polizia nel capoluogo Quetta (25 ottobre, 61 morti) e uno nel santuario sufi a Shah Noorani (12 novembre, 52 morti).

 

Nonostante queste azioni eclatanti, si ritiene che allo stato attuale ISIS non disponga di una vasta e ramificata organizzazione estesa a livello nazionale in Pakistan, ma è comunque riuscito ad attrarre nella sua orbita gruppi sunniti pakistani come Lashkar-e-Jhangvi Al Alami e Jamaat-ul-Ahrar, entrambi distaccatisi dai talebani pakistani e accomunati dall’odio nei confronti degli sciiti e delle altre minoranze religiose presenti nel Paese.

 

khorosan

 

Nel progetto di espansione del suo network internazionale di alleanze, il Pakistan rappresenta d’altronde per il Califfato una tappa obbligata. Il Paese è infatti il secondo per numero di musulmani al mondo, secondo solo all’Indonesia. Il 97% dei suoi quasi 200 milioni di abitanti è infatti di fede musulmana. Di questi, il 75% è di credo sunnita mentre il 25% è di credo sciita. Una minoranza forte che, al pari delle altre confessioni minoritarie del Paese (induisti, cristiani e sufi) finisce continuamente nel mirino di attacchi. Basti pensare che la sola comunità sufi, tra l’altro mal vista dagli stessi sciiti, ha subito negli ultimi dieci anni solo in Pakistan 29 attacchi che hanno causato centinaia tra morti e feriti.

 

ISIS punta a minare i fragili equilibri confessionali su cui si poggia la società pakistana per dare sostanza al progetto transnazionale dell’Emirato Islamico del Khorasan, l’antico nome della provincia più orientale dell’impero persiano che ad oggi si estende dal nord-est dell’Iran al subcontinente indiano passando per Afghanistan, Pakistan Uzbekistan, Turkmenistan e Tajikistan.

 

Per ISIS il terreno in questa vastissima area geografica non è generalmente fertile. I talebani, che in passato hanno accettato di “convivere” con Al Qaeda per opportunismo economico, hanno opposto resistenza da subito all’arrivo del Califfato. Finora l’esistenza di sue cellule è certa soprattutto in Afghanistan, nelle aree montuose della provincia orientale di Nangarhar, soprattutto nel distretto di Haska Mina, (chiamato anche Deh Bala), nei pressi di Tirah Valley, ma anche in località tribali nella provincia pakistana del Khyber Pakhtunkhwa. Da qui per mesi ISIS ha diffuso messaggi di propaganda attraverso la radio Seda-i-Khilafat (Voce del Califfato) nelle lingue pashto, dari e uzbeko, prima che la sede dell’emittente venisse colpita e distrutta da un drone americano.

 

Nel distretto di Haska Mina la penetrazione di ISIS è stata guidata da un ex comandante talebano afghano, Abdul Khaliq, alias Umar. In seguito cinque comandanti del gruppo talebano pakistano Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), tra cui il leader dell’area tribale Bajaur Hafiz Saeed Khan e il portavoce Shahidullah Shahid, hanno giurato fedeltà al Califfato. Hafiz Saeed Khan è stato wali (governatore) della provincia del Khorasan (ISIS Wilayat Khorasan) fino alla fine del luglio del 2016 quando è stato ucciso in un raid aereo USA nella provincia di Nangarhar.

 

Qui ISIS dispone di campi di addestramento e può fare leva sul favore di una forte componente salafita avversa ai talebani. In quest’area i miliziani jihadisti hanno più volte attaccato i talebani puntando in più occasioni alla presa del capoluogo Jalalabad e al controllo della strada che conduce al valico di frontiera di Torkham al confine tra Afghanistan e Pakistan. E da qui lo Stato Islamico punta ad aumentare la pressione sul vicino Pakistan.

 

Pakistan tra Iran e Arabia Saudita

Eppure, secondo diversi analisti la causa dell’attuale stato di forte instabilità attraversato dal Pakistan rimanda non solo alla minaccia dello Stato Islamico ma, più in generale, affonda le proprie radici nella rischiosa politica che Islamabad adotta da anni nel gestire i rapporti con gli Stati vicini (Afghanistan e India) e con le potenze regionali (Arabia Saudita e Iran).

 

I contatti diretti con la leadership talebana, coltivati dai servizi segreti pakistani dell’ISI (Inter-Services Intelligence) all’ombra dell’intervento militare degli Stati Uniti in Afghanistan, hanno sì salvato dal collasso totale le istituzioni di Islamabad, esponendo però la popolazione pakistana ad altri problemi. La scelta di chiudere gli occhi di fronte a determinati gruppi sunniti (come Lashkar-e-Taiba, gruppo che nella regione del Jammu e Kashmir contesa con l’India soffia sulle spinte autonomiste da New Delhi) e i colpi di coda delle numerose formazioni che specie dopo l’annuncio della morte del mullah Omar si sono affrancate dalla leadership talebana, si stanno infatti rivelando fonti di destabilizzazione altrettanto allarmanti.

 

In parallelo, l’altra partita in cui Islamabad nei prossimi mesi sarà chiamata ad assumere una presa di posizione più netta è quella che si gioca sul piano della diplomazia regionale. La comunità sciita del Paese, minoritaria ma comunque capace di far sentire il proprio dissenso, si oppone alla nomina del generale pakistano Raheel Sharif alla guida dell’Alleanza Militare Islamica, ribattezzata la “NATO araba”, creata nel dicembre del 2015 da Riad – e formata oggi da 40 Paesi – per combattere il terrorismo jihadista, ma il cui obiettivo di fatto è consolidare il ruolo dominante dell’Arabia Saudita nello scacchiere dell’islam sunnita nello scontro con gli sciiti.

 

Pakistan's PM Nawaz Sharif(Al centro il premier Nawaz Sharif a bordo di una fregata della Marina pakistana)

 

Il Pakistan è l’unico Paese membro dell’Alleanza con provate capacità nucleari per scopi bellici, e la scelta di Raheel Sharif per la guida della coalizione militare è apparsa per certi aspetti conseguenziale. Eppure, il generale non ha ancora assunto ufficialmente l’incarico, senza dimenticare che nel 2015 il parlamento pakistano ha votato all’unanimità contro l’intervento in Yemen al fianco di Riad contro i ribelli sciiti Houthi sostenuti da Teheran.

 

Le due questioni sono collegate e dimostrano quanto per il Pakistan sia complicato in questa fase scegliere l’alleato “più conveniente”: perché se è vero che Riad offre garanzie sul piano geopolitico e militare oltreché sociale (poiché con la sua influenza può tenere a freno le spinte in avanti della forte componente wahhabita all’interno del mondo sunnita pakistano), è altrettanto vero che Islamabad è legata all’Iran da altrettanto rilevanti interessi economici ed energetici.

 

Recentemente il premier Sharif ha dichiarato l’intenzione di voler mantenere un atteggiamento il più possibile equidistante rispetto alla rivalità tra Arabia Saudita e Iran. Ma il tempo delle “zone grigie” presto potrebbe scadere e anche il Pakistan sarà chiamato inevitabilmente a scegliere da che parte stare.